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Papa Francesco apre il diaconato alle donne, ricchezza per la Chiesa

Una Commissione studierà la questione del diaconato alle donne e farà chiarezza sui motivi per cui non è consentita alle religiose tenere l’omelia durante la Messa.

Una Commissione studierà la questione del diaconato alle donne e farà chiarezza sui motivi per cui non è consentita alle religiose tenere l’omelia durante la Messa.

Sono due delle molte e delicate questioni che hanno visto Papa Francesco impegnato a rispondere alle domande dell’Unione delle Superiore maggiori durante l’incontro  nell’«aula Paolo VI» in Vaticano nel pomeriggio di giovedì 12 maggio. Nel lungo dialogo a braccio, Francesco invita le consacrate a evitare i rischi del «femminismo» e della «servitù» nella Chiesa anziché del «servizio».
Ottocento  religiose di tutte le Congregazioni femminili del mondo partecipano all’udienza del Papa che incontra le partecipanti alla riunione plenaria dell’Unione internazionali delle superiore generali, per parlare del ruolo forte e attivo che tutte le consacrate rivestono all’interno della Chiesa. Da lungo tempo il magistero dei Papi celebra il «genio femminile» nella Chiesa: il primo a parlarne diffusamente fu Giovanni Paolo II (1978-2005) nella lettera apostolica «Mulieris dignitatem» (15 agosto 1988).

Lo sguardo femminile sulla Chiesa
Francesco si dice d’accordo sulla maggiore presenza delle donne nei processi decisionali della Chiesa, cioè sull’aumento delle responsabilità a vari livelli da parte di personalità femminili, nei casi in cui non sia prevista la giurisdizione che è connessa all’ordine sacro. Questo perché – sottolinea – lo sguardo di una donna può contribuire ad arricchire la fase di elaborazione di una decisione. Da molto tempo il «genio femminile» chiede di contare di più nella Chiesa. Dall’epoca in cui Paolo VI (1963-1978) aprì alle donne la possibilità di essere «uditrici» al Concilio Vaticano II (1962-1965) i progressi sono stati troppo lenti e parziali.

Commissione di studio sul diaconato permanente alle donne
Nel sottolineare  come siano già protagoniste nel servizio ai poveri e malati, nella catechesi e in molti altri ministeri ecclesiali, le consacrate presentato la questione dell’apertura alle donne del diaconato permanente, con riferimento alla Chiesa primitiva. Francesco ricorda che l’antico ruolo delle diaconesse non risulta tuttora molto chiaro e si dice disponibile a interessare della questione una Commissione di studio.

Donne e l’omelia nelle Messe
Le religiose chiedono anche della possibilità di tenere l’omelia durante la Messa. Il Papa distingue tra la predica tenuta durante una liturgia della Parola – che può essere svolta senza difficoltà da una donna, consacrata o laica – e la predica tenuta nella liturgia eucaristica: qui l’omelia è collegata alla presidenza della celebrazione, che è propria del vescovo e del sacerdote. Francesco esorta a stare in guardia da due tentazioni: quella del «femminismo» perché la donna vive nella Chiesa con la dignità alta che viene dal Battesimo a tutti i fedeli, e quella del «clericalismo» quando i sacerdoti pretendono di guidare da soli le parrocchie, anziché stimolare la collaborazione e la sinodalità, in questo spalleggiati da laici che per comodità si lasciano «clericalizzare». Parlando dell’inserimento delle religiose nella vita della Chiesa, Bergoglio auspica la loro presenza nella Congregazione vaticana dei religiosi – dove un sottosegretario è una suora salesiana – e nelle assemblee in cui si dibattono questioni di loro pertinenza.

«Servizio» e non «servitù»
Il Pontefice parla esplicitamente di «maternità» che le consacrate esprimono nella cura dell’emarginazione e stigmatizza la distorsione cui in alcuni casi è soggetto il servizio svolto dalle suore, a esempio quando la loro presenza è dedicata non alla cura delle anime ma al servizio «fantesco» di una casa canonica.

Il Codice canonico si può cambiare
Un altro blocco di domande riguarda la riforma in atto in molte congregazioni e istituti femminili e delle possibili difficoltà di natura canonica. Il Papa si dice incline alla possibilità di apportare delle modifiche alla legge della Chiesa purché – precisa – «ciò sia sempre il risultato di un approfondito discernimento da parte delle autorità competenti».

Difficile il «per sempre»
Moltissimi giovani sono incapaci di assumersi  responsabilità «per sempre» sia nella vita matrimoniale sia nella vita sacerdotale e religiosa: Francesco concorda ricordando quanto ha scritto nell’esortazione apostolica postsinodale «Amoris laetitia» (19 marzo 2016) sulla preparazione dei fidanzati al matrimonio. Circa la vita consacrata il Papa ricorda l’esempio di San Vincenzo de’ Paoli che, per un determinato tipo di servizio, preferiva la via dei voti temporanei.

Carismi, denaro e povertà
Severe le parole con le quali condanna quella sorta di «mercato» cui talvolta si assiste in occasione della richiesta di contributi per l’amministrazione dei Sacramenti e sollecita la vita religiosa a custodire il valore della povertà, che protegge da errori e derive, e dei carismi senza sottovalutare la necessità di curare l’amministrazione dei beni.

Mistiche non vuol dire «mummie»
S
ull’etichetta di «attiviste sociali» che tante religiose si vedono apporre mentre svolgono il servizio tra i più poveri – errore che viene compiuto anche nei confronti della Chiesa – Bergoglio risponde: «Ogni consacrata deve avere una vita mistica, ma ciò non vuol dire essere una “mummia”. Se il carisma chiede di servire, bisogna farlo, nonostante il rischio di malelingue o calunnie».

La chiusura di Wojtyla e l’apertura di Martini
Dopo il netto pronunciamento di Giovanni Paolo II – che nella lettera apostolica «Ordinatio sacerdotalis, sull’ordinazione sacerdotale da riservarsi soltanto agli uomini» (22 maggio 1994) nega categoricamente la possibilità del sacerdozio femminile – il cardinale Carlo Maria Martini, arcivescovo di Milano (1979-2002), parlò della possibilità di studiare l’istituzione del diaconato per le donne, possibilità che non è menzionata nel documento wojtyliano. Martini disse: «Nella storia della Chiesa ci sono state le diaconesse, possiamo pensare a questa possibilità». La questione è molto dibattuta. Alcuni storici della Chiesa antica fanno notare che le donne erano ammesse a un particolare servizio diaconale della carità che si differenzia dal diaconato inteso come primo grado del sacerdozio. Il cardinale Michele Pellegrino, arcivescovo di Torino (1965-1977), preferiva parlare del diacono come «anello di congiunzione» tra i vescovi e i sacerdoti e i laici.

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