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Matteo Rossi: 11 zone omogenee per la provincia, ora via al rilancio video

La Provincia di Bergamo sta vivendo una stagione di grande trasformazione. Non solamente come ente pubblico, ma anche come soggetto che con le sue scelte disegna il futuro del nostro territorio. Matteo Rossi spiega a Bergamonews le fasi di questa transizione.

La Provincia 2.0 è già realtà. La regia è affidata al presidente dell’ente di via Tasso, Matteo Rossi. La stagione dei tagli e delle dismissioni non sembra del tutto finita, la crisi economica ha segnato profondamente la Bergamasca, eppure l’orizzonte che traccia il presidente Rossi è chiaro e si basa su pochi punti saldi: sviluppo, rete, condivisione.

Matteo Rossi

“La chiave dello sviluppo territoriale è la capacità di fare rete, e da subito si deve investire tra pubblico e privato su progetti che delineano il futuro di Bergamo – afferma Rossi -. Nasce da questo presupposto l’idea delle zone omogenee: Bergamo avrà un futuro se sarà sarà capace di fare rete”.

Presidente, da dove ha origine questa idea di dividere la Provincia in zone omogenee? Quante e che cosa sono?
“Tutto ha inizio un anno fa, dall’indagine Ocse, quando emerse una chiara indicazione al territorio bergamasco: dovete imparare a fare sistema, molto di più di quello che avete fatto finora. Ognuno dei soggetti interpellati in quell’indagine si porta un pezzo di responsabilità, il mondo imprenditoriale, il mondo associativo e anche le istituzioni hanno il loro ruolo, non ultima la Provincia, anzi, noi più di tutti. Fare sistema per gli enti locali vuol dire lavorare per mettere a tema tutta una serie di progetti e di servizi superando la logica del singolo Comune, puntando sulla intercomunalità e la sovracomunalità. Questo è il senso di tutto il lavoro che stiamo facendo, perché la frammentazione, l’idea che ognuno può fare da solo, è un ostacolo allo sviluppo, è un impedimento alla competitività territoriale”.

E così avete diviso la Bergamasca in zone: con quale criterio?
“Abbiamo suddiviso la Provincia in 11 zone dopo un confronto con i sindaci durato sei mesi. E siamo partiti da tutto ciò che funzionava: gli ambiti della 328, le comunità montane, le unioni di comuni per i servizi, inserendo la scommessa dell’idea della grande Bergamo. L’area urbana dove ci sono gran parte dei beni comuni competitivi come l’università e la fiera, per esempio, che possono trainare tutto il resto del territorio in Europa”.

Basta suddividere la Provincia in zone per ridisegnarla?
“No. Oltre a delineare la cartina, ora bisogna riempire le 11 zone omogenee di contenuti, e direi che ne abbiamo un bel po’”.

Quali contenuti?
“Potremmo dividerli in tre grandi capitoli. Primo, condividere con i territori le funzioni su cui la provincia decide. La programmazione scolastica, per esempio, organizzando per il prossimo autunno gli stati generali della formazione per scrivere insieme il piano dell’offerta formativa. Il piano territoriale di coordinamento provinciale, che sta per iniziare il suo nuovo iter e che dovrà vedere ogni territorio decidere del proprio sviluppo e della propria idea di sostenibilità. La viabilità, le politiche ambientali, le pari opportunità. Sono tutte funzioni attualmente in capo alla Provincia che noi vogliamo sempre più definire insieme ai Comuni. Il 20 maggio convocheremo la prima riunione dei coordinatori delle zone e a ciascun territorio chiederemo un referente rispetto ai temi della scuola, dell’urbanistica, dell’Europa, puntiamo a un governo dell’ente sempre più condiviso con i nostri Sindaci”.

Un esempio pratico?
“Penso al nuovo piano del trasporto pubblico che dovrà essere redatto nei prossimi mesi e che traccerà il futuro dei trasporti su ferro e su gomma del nostro territorio per i prossimi dieci anni. E’ evidente che dobbiamo decidere insieme al territorio il piano di bacino sul quale verrà bandita la gara europea. O ancora, la formazione, dopo il successo della Fiera dei mestieri a ottobre vorremmo che scuole, famiglie e imprese di ogni territorio riflettessero sulle competenze più utili affinché in una determinata realtà la scuola sia davvero orientata al lavoro. Dai primi confronti, per esempio, è nata l’esigenza di un Its (scuola di specializzazione post diploma) orientato alla filiera della gastronomia e del marketing. Ci stiamo lavorando col ministro Martina e vorremmo che fosse il nostro contributo quando la bergamasca nel 2017 sarà capofila della Lombardia Orientale capitale della gastronomia europea, un contributo concreto allo sviluppo di un nuovo turismo sostenibile e di qualità”.

Poi?
“Poi c’è un secondo livello che è quello dei servizi che possiamo offrire ai Comuni. Stiamo riorganizzando il personale affinché nel 2017 si possa svolgere il servizio di stazione unica appaltante per i Comuni, ma nel frattempo abbiamo iniziato una serie di corsi di formazione per i dipendenti comunali che hanno avuto un enorme successo. Corsi su temi nuovi come i finanziamenti europei e altri sugli aggiornamenti della macchina amministrativa ma fatti in modo diverso”.

Come?
“Abbiamo coinvolto nel corso di formazione anche soggetti privati, come le banche, le imprese che non solo hanno contribuito economicamente, ma hanno anche messo a disposizione le loro risorse umane. È indispensabile che tutti i soggetti che si trovano a lavorare su progetti e che entrano in relazione, condividano il loro punto di vista. Le imprese che devono ottenere permessi o richieste sono state utilissime nell’esprimere ciò che serviva loro e nei tempi necessari. Questo stile di condividere i diversi punti di vista lo stiamo praticando anche con le province della Lombardia Orientale, quindi con Brescia, Mantova e Cremona. Dopo il corso sui fondi europei, ad esempio, ci sono stati sottoposti più di 70 progetti inerenti all’Europa, ecco, proviamo a pensare se ciascuna zona omogena dedicasse per qualche ora al mese un proprio dipendente a questo tema, sarebbe un salto di qualità nella capacità del territorio di reperire le risorse disponibili presso la Ue”.

Lei rimarca una parola che è sviluppo, uno sguardo ottimista dopo anni di crisi e di paure.
“Il terzo livello della nuova Provincia è proprio quello dei progetti di sviluppo. Ci sono molti temi sui quali siamo chiamati ad esprimerci e ad intervenire, penso al lavoro, al turismo, all’agricoltura, alle start up. Il territorio bergamasco ha una grande capacità di produrre idee che non chiedono solamente soldi, ma anche capacità di mettere insieme competenze. Perché la chiave dello sviluppo territoriale è la capacità di fare rete. Questa capacità di goverance è la quint’essenza della nuova Provincia. E da subito si deve investire sulla sinergia tra pubblico e privato, tra diversi soggetti, ognuno con la loro specificità. Bergamo avrà un futuro se sarà sarà capace di fare rete, e qui si pone la sfida del nuovo Modello Bergamo, il coordinamento composto da Provincia, Camera di Commercio, Comune Capoluogo, Università, Confindustria ed Impresa e Territorio”.

Quando vedremo questa realtà della nuova Provincia?
“In gran parte è già realtà, lo si può toccare con mano nei tanti progetti in cui siamo protagonisti nonostante le enormi difficoltà di bilancio. Dopo il referendum di ottobre sul quale invito ad esprimere un Sì deciso, ci sarà un ultimo passaggio in Regione Lombardia in cui si passerà dalle attuali dodici province agli otto cantoni, a quel punto avremo le nuove aree vaste, enti che saranno protagonisti di una Paese più efficiente, al cui interno opereranno le zone omogenee, unioni intercomunali che renderanno il territorio sempre più protagonista del proprio futuro”.

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