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Cannes si apre nel segno di Woody: c’è tutto Allen, perfetto e un po’ lezioso

La nostra Paola Suardi sulla Croisette come sempre: il sole fa capolino, puntuale per il tappeto rosso prima della proiezione di “Café Society”, il film fuori concorso di Woody Allen che apre la 69° edizione del Festival di Cannes.

Titolo: Café Society

Regia: Woody Allen

Genere: commedia melanconica

Anno: 2016

Cast: Steve Carell (Phil), Jessie Eisemberg (Bobby), Ktisten Stewart (Vonnie) , Blake Lively (Veronica), Jeannie Berkin (Rose) , Corey Stoll (Ben)

Produzione: U.S.A.

Voto: ***

Croisette bagnata e blindata. Eppure la presenza di polizia e militari è discreta e la mobilità e il traffico da questa allerta (incredibile!) sembrano guadagnarci; e poi verso le sei del pomeriggio il sole fa capolino, puntuale per il tappeto rosso prima della proiezione di “Café Society”, il film fuori concorso di Woody Allen che apre la 69° edizione del Festival di Cannes.

Il titolo si riferisce a quella società – fatta di mondanità, aristocrazia, artisti e celebrità – che negli Anni Trenta frequentava café e ristoranti alla moda a New York, come a Parigi e Londra.

Il film narra di Bobby, un giovane newyorchese ebreo cresciuto nel Bronx, che si trasferisce a Los Angeles per trovare la sua strada anche grazie a uno zio, affermato agente cinematografico, e allontanarsi dall’attività di famiglia, un piccolo negozio di gioielleria. Con maestria

Allen inquadra la famiglia di Bobby – i genitori, un fratello gangster e una sorella sposata a un mite intellettuale di puri principi – la figura dello zio impegnatissimo e sulla cresta dell’onda, la vita di Hollywood, l’inserimento di Bobby grazie al suo carattere socievole, il suo innamoramento per la segretaria dello zio. Prima non è ricambiato, poi sì, poi tutto si complica e decide di rientrare a New York dove si afferma come socio nel night club del fratello Ben. E Allen, dopo averci condotto per mano a Los Angeles percorrendo la Map of Stars a Beverly Hills, poi ai bordi dell’Oceano -con una fotografia giocata o tutta su calde tonalità ocra e noisette o su abbacinanti contrasti di luce- ci riporta nella sua New York e ci regala a un certo punto persino l’inquadratura del ponte di Brooklyn, inconfondibile per chi ha visto “Manhattan” e con una nota di sottofondo che per un attimo richiama proprio la “Sinfonia in Blu” di Gershwin utilizzata in quel film.

E’ solo uno dei tanti poli dialettici presenti nel film: Hollywood e Greenwich Village, ebraismo e cattolicesimo – ovvero una religione che non dà risposte e una che ci garantisce una vita dopo la morte (nelle parole di Ben) -, piedi per terra (di Vonnie) o sogno (di Bobby), amore e amicizia, commedia e malinconia.

Perché se in “Irrational Man” avevamo assistito al grottesco di una tragedia, qui è esattamente il contrario, assaporiamo il gusto amaro anche nella commedia.

Applausi tiepidi però alla proiezione riservata alla Stampa, e come dar torto a questo pubblico – che presumibilmente conosce bene la filmografia di Allen – dopo un’ora e trentasei minuti di pellicola in cui il regista dà l’ennesima prova senile di ottima capacità narrativa e cinematografica, leziosa e inconcludente?

Ma forse occorre dimenticare una buona volta i capolavori del grande Allen e accontentarsi della splendida fotografia, dell’accuratissima scenografia e ricostruzione di epoca e ambienti, di perfette sonorità jazz e di una partitura narrativa che inizia in sordina e poi si diverte a sorprenderci con la bizzarria del caso, di una sceneggiatura che riesce sempre a introdurre con sagacia temi esistenziali e spunti di riflessione.

Resta comunque la sensazione di un magnifico dèjà vu, di un continuo e abile rimescolamento di carte da parte di un autore e regista che ormai sa esattamente come giostrare in modo impeccabile gli ingredienti per narrarci la volubilità delle interazioni tra esseri umani.

C’è tutto chef Woody: olio, pepe, sale, aromi… ma forse manca la ciccia.

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