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Le seconde elezioni in Iran e gli errori degli analisti occidentali

Il prossimo Majlis, parlamento, dovrà, secondo la volontà degli elettori, ridurre in primo luogo la disoccupazione, poi gestire il problema della montante povertà, al terzo posto rafforzare la sicurezza militare dell'Iran e infine, al 3%, ampliare le libertà civili.

Dopo le elezioni tenutesi il 26 Febbraio, le 35esime dopo la Rivoluzione Khomeinista, per stabilire i vincitori di alcuni seggi, laddove a Febbraio i candidati non avevano, nessuno, raggiunto il minimo del 25% del voti validi, si sono tenute il 29 Aprile le seconde elezioni per l’Assemblea Consultiva dell’Iran. I collegi in bilico erano 69. I candidati eletti saranno dichiarati effettivi il 28 Maggio.

La tornata elettorale valeva anche come momento per l’elezione di alcuni membri della Assemblea degli Esperti, ed è questa la prima volta in cui le due elezioni sono state tenute negli stessi giorni. Come è noto, l’Assemblea Legislativa è composta da 290 membri, meno i cinque riservati agli Zoroastriani, agli Ebrei, agli Assiri, ai Cristiani Caldei e agli Armeni, un seggio per gli Armeni del Sud e l’altro per quelli del Nord.

Quattordici sono stati i candidati vittoriosi che non hanno dichiarato la loro affiliazione partitica, mentre 30 sono stati nella Provincia di Teheran gli eletti della “Lista della Speranza”, gestita da Mohammed Khatami, e qualificabile in gran parte come “riformista”. E’ una Coalizione che unisce il Consiglio per Unire il Fronte Riformista, il Fronte per la Fiducia Nazionale, diretto da un altro noto dirigente appunto “riformista”, Mehdi Kharroubi, la nuova Unione per il popolo dell’Iran Islamico, il Partito per la Moderazione e lo Sviluppo, legato ad Hassan Rouhani, il leader attuale, nonché la frazione dei Seguaci del Wilayat diretta da Ali Larjani, il vecchio capo della trattativa iraniana per il nucleare.

I gruppi politici in lizza erano ben 31, l’Assemblea degli Esperti conta 88 membri; e qui i “riformisti” Rafsanjani e Hassan Rouhani si sono garantiti il 59% degli eletti, mentre prima i “moderati”, per usare una insulsa terminologia occidentale, erano circa il 20% dei membri dell’Assemblea. Nella provincia di Teheran la lista di Rafsanjani ha poi vinto ben 15 dei 16 seggi a disposizione.

Il 38% dei membri dell’Assemblea degl Esperti è cambiato, 27 candidati erano sostenuti dai “principalisti”, quelli che chiameremmo ingenuamente “conservatori”, mentre i riformisti hanno vinto 20 seggi. Ben 35 candidati erano sostenuti da entrambi gli schieramenti. Fra l’altro, tra i 68 collegi contestati all’inizio almeno 33 sono andati alla lista pro-Rouhani Lista per la Speranza, mentre i conservatori hanno raccolto altri 21 membri del Parlamento.

In totale, solo 14 seggi sono andati a degli “indipendenti” non affiliati ad alcun partito. Che è comunque un buon successo.

Il problema è che i cosiddetti “moderati” potrebbero sostenere Rouhani per quanto riguarda la politica economica, ma non sulle questioni sociali e di sicurezza.

Tutto il panorama politico iraniano è ideologicamente fluido, e non da oggi, perché le categorie di “progressista” o “moderato” non hanno alcun significato nel contesto ideologico, religioso e parlamentare di Teheran.

Una novità sono indubbiamente i 14 candidati donne, tutte “riformiste”, che hanno tutte vinto nel loro seggio.

Sono stati sconfitti certamente due vecchi dirigenti della “linea dura” verso l’Occidente, Mohammed Yazdi, e l’omonimo Taqi Mesbah Yazdi, storico mentore di Ahmadinedjad. Ha perso anche Ahmad Jannati, segretario del Consiglio dei Guardiani.

Vince quindi, in sostanza, l’alleanza tra Rouhani e Rafsanjani.

E’ probabile che l’età avanzata di Alì Khamenei, l’attuale Guida Suprema, che ha 75 anni ed un intervento alla prostata eseguito nel 2014, possa prefigurare questa Assemblea degli Esperti come quella che eleggerà il successore dell’attuale Rahbar.

Gli elettori, prima del voto, hanno manifestato, durante una serie di sondaggi gestiti da agenzie occidentali, una sostanziale accettazione sia della regolarità delle elezioni (malgrado che nella prima fase nella provincia di Isfahan si siano verificati diffusi brogli) che una generale accettazione dei candidati.

Solo il 15% dei votanti ritiene che le elezioni in Iran non siano “free and fair”.

Secondo gli opinion polls precedenti alla seconda tornata elettorale, i votanti ritengono, per il 46%, che l’Iran abbia una economia più vivace, mentre il 52% ritiene che la situazione economica sia cattiva. Gli ottimisti, peraltro, stanno ancora calando. Nella fase iniziale delle consultazioni, il 33% ha dichiarato il proprio voto per i “riformisti”, il 35% per i “principalisti” e il 24% per i candidati indipendenti.

Tra i leader, i più amati sono Rafsanjani (69%) Ali Larijani, attuale presidente dell’assemblea ( 63%), Ali Haddad Adel, il leader dei “principalisti” (62%), Ali Motahari, conservatore moderato, che è sostenuto dal 55% della popolazione, Mohammed Reza Aref, già vicepresidente con Khatami, riformista, apprezzato dal 48% dei votanti.

Il prossimo Majlis, parlamento, dovrà, secondo la volontà degli elettori, ridurre in primo luogo la disoccupazione, poi gestire il problema della montante povertà, al terzo posto rafforzare la sicurezza militare dell’Iran e infine, al 3%, ampliare le libertà civili.

Non è precisamente l’immagine di un popolo che vuole la semplice “apertura” verso l’esterno, anche se il 7%, ben poco, sostiene questa issue.

Tutti gli elettori, delle varie aree politiche, mostrano ampia fiducia che il prossimo Majlis risolverà gli annosi problemi dell’Iran.

Quindi:

a) l’Iran è un sistema politico stabile, in cui la divisione moderati/progressisti è molto più sfumata di quella in uso nel mondo occidentale,

b) Vi è un buon rapporto di fiducia tra classe politica e elettori, malgrado le recenti trasformazioni successive alla firma del JCPOA,

c) Una divisione del potere tra “progressisti” e “moderati” che però non si riflette immediatamente sulle grandi scelte di politica estera e di difesa,

d) Una forte attenzione, da parte degli elettori, per l’immagine di forza e irraggiamento esterno dell’Iran, che è un valore per entrambe le constituences elettorali.

Tutto il contrario, quindi, di quanto prevedono, oggi, gli analisti occidentali.

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