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Gomorra non delude mai: nella seconda serie c’è tutto quello che ci si aspetta

Il mese di maggio è arrivato portandoci in dono due graditi ritorni: l’inverno di Game of thrones e l’inferno di Gomorra. La sesta stagione del Trono ha già regalato l’annunciatissimo – e quindi bruciatissimo – ritorno di Jon Snow, la cui riesumazione rischia però di far scivolare la serie più seguita del mondo in una beautifulata stucchevole.

Le prime due puntate della nostranissima Gomorra hanno invece riportato sugli schermi gli attesissimi Ciro “l’immortale”, Genny, Don Pietro Savastano e Salvatore Conte con un nuovo carico di cattiveria e ferocia che non conosce geografia.

Dopo un’attesa durata più di un anno il filo viene ripreso esattamente dove era stato spezzato, facendoci entrare nell’ambulanza di Genny in fin di vita, nell’appartamento barocco di Ciro dopo la sparatoria alla recita della figlia e nell’auto di Don Pietro in fuga.

Gomorra 2

Nelle drammatiche sequenze iniziali che ci consentono di riprendere confidenza con la grammatica del dialetto napoletano e dei codici della criminalità organizzata c’è però anche spazio per uno strano effetto comico: chi infatti nei mesi scorsi si è gustato la “trilogia della frittura” dei The Jackal – che giusto per la cronaca ha raggiunto i dieci milioni di visualizzazioni su Youtube, roba da audience televisivo da grande evento – dovrà lottare non poco per trattenere il sorriso alle prime parole pronunciate da Salvatore Conte: è inevitabile che alla voce strozzata e asciutta del boss si sovrapponga quella della sua parodia. Si rimane lì un po’ sospesi quasi nell’attesa che vengano pronunciate nuove frasi cult da trasportare nella quotidianità.

L’effetto comico dura pochissimo, giusto il tempo di un colpo di kalashnikov. Nelle prime due puntate vengono recapitate agli spettatori scene crudissime, rapine, omicidi a sangue freddo, fughe notturne e tragedie famigliari. Un crescendo che lascia presagire il peggio per la prosecuzione, perché a Gomorra non c’è salvezza, non c’è speranza e una volta nell’ingranaggio tutto diventa meccanico, disumano, alienante.

Tutto questo superando la geografia da luogo comune che nell’immaginario collettivo circoscrive il fenomeno camorra al territorio napoletano: i protagonisti si muovono a loro agio tanto nella periferia napoletana quanto in quella lombarda e, nel flashforward del secondo episodio, li troviamo altrettanto disinvolti in Honduras e in Germania, forti di relazioni e complicità che non conoscono latitudine.

Gomorra

Il lento movimento introdotto in questo avvio di stagione nelle psicologie dei personaggi apre a interessanti traiettorie narrative. Ciro Di Marzio reagisce da animale braccato facendo esplodere il lato più violento e paranoico della propria personalità; il latitante don Pietro mostra i primi segni di cedimento fisico ma anche di insofferenza alla terra tedesca – che “nun canosce ‘o sole” – e ad un figlio che scalpita per prendere il posto. Entrambi si muovono come leoni in gabbia, con passo lento e pesante, e dall’essere complici passano al sospettarsi: si osservano, si studiano e si assestano zampate per provarsi le forze.

Salvatore Conte, con la sua sigaretta elettronica e il suo contorno di icone religiose al neon, rimane in posizione defilata dopo il rientro dall’esilio barcellonese e, per ora, si gode il ruolo di grossista dello spaccio soffiato ai Savastano.

C’è tutto quello che ci si aspettava in Gomorra 2, anche la centralità dei ruoli femminili: le donne non sono appendici allo strapotere maschile ma interpreti decisive che determinano la narrazione con i loro silenzi, i loro sguardi fermi e i loro volti fieri. E le loro scelte definitive, costi quel che costi.

Benvenuti nell’inferno Gomorra. Se ci riuscite, mettetevi comodi e “stat senza pensier”.

Ma forse è bene che qualche pensiero lo si faccia e ci si ricordi sempre che la finzione messa in scena da Sollima e dalla Comencini, sulla scrittura di Saviano, è l’eco di una realtà nella quale siamo (in)consapevolmente immersi.

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