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Bob Marley, 35 anni fa la morte del re del reggae

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L’11 maggio del 1981 moriva di cancro a Miami. Aveva 36 anni e le sue ultime parole rivolte al figlio Ziggy furono “Money can’t buy life”, “I soldi non possono comprare la vita”: furono il suo testamento, il manifesto di come aveva vissuto cercando la libertà attraverso la musica.

Fu sepolto, dopo i funerali di stato, accanto alla sua casa natale a Nine Mile, in Giamaica, con la sua chitarra, un pallone di calcio, una copia della Bibbia, un anello e una scorta di Marijuana. Robert Nesta Marley, detto Bob, trascorse l’infanzia a Trenchtown, il ghetto di Kingston, dove era discriminato per le sue origini – il padre era un giamaicano “bianco”. “Trenchtown non è in Giamaica, Trenchtown è ovunque” diceva.

“È il luogo da cui vengono tutti i diseredati, tutti i disperati, Trenchtown è il ghetto, è qualsiasi ghetto di qualsiasi città… E se sei nato a Trenchtown, non avrai la benché minima possibilità di farcela”. Invece Bob ce la fece e diventò la prima superstar della musica del terzo mondo, l’icona del reggae trasformato in un linguaggio universale e immediatamente comprensibile a tutti. Marley, che nel 1967 si era convertito al rastafarianesimo, fu anche un simbolo di pace, soprattutto dopo quello che fu definito la “Woodstock del Terzo Mondo”, il One Love Peace Concert del 1978, organizzato con lo scopo di far cessare le violenze tra le opposte forze politiche, che insanguinavano la sua terra. Nello stesso anno gli fu conferita, a nome di 500 milioni di africani, la medaglia della pace dalle Nazioni Unite.

La sua carriera era iniziata nel 1961 con il suo primo singolo Judge Not prodotto per l’etichetta Beverley’s del produttore Leslie Kong; ma questa canzone, anche se molto innovativa, non ebbe grande successo e quindi nel 1964 Bob decise di formare la band The Wailers; dopo il loro scioglimento, nel 1974, riformò la band reclutando nuovi elementi, ma continuò a suonare e a pubblicare dischi con il nome Bob Marley and The Wailers.

Tra i suoi grandi successi ci sono I Shot the Sheriff, che Eric Clapton contribuì a rendere famosa, No Woman, No Cry, Is This Love, Natural Mystic, One Love, Exodus, Africa Unite, Catch a Fire, Could You Be loved, Get Up, Stand Up, Three Little Birds, Jamming, No More Trouble, Wait in Vain e, infine, Redemption Song, ultima traccia dell’album Uprising del 1980. Quando la scrisse, gli era stato già diagnosticato il cancro che lo avrebbe portato alla morte. Nella canzone, voce e chitarra, si parla di redenzione e di liberazione dalla schiavitù. Quella perpetrata ai danni delle popolazioni africane, dal ‘600 fino all‘800, ma anche quella interiore. Perché anche le catene della mente possono fare molto male.

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