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Con luce e colori, Micheli rilegge il Barbiere di Siviglia

Francesco Micheli, direttore della Fondazione Donizetti, firma la regia de Il Barbiere di Siviglia di Gioacchino Rossini in cartellone al Teatro Comunale di Bologna fino al 15 maggio.

Per una singolare coincidenza Bologna ospita una mostra di Edward Hopper (1882-1967), il “pittore della luce” del Novecento e fino, al 15 maggio, offre nel cartellone della stagione lirica del Teatro Comunale “Il Barbiere di Siviglia” di Gioacchino Rossini per la regia di Francesco Micheli, direttore della Fondazione Donizetti e del Macerata Opera Festival.

La luce è la protagonista del capolavoro di Rossini – che da duecento anni, dal 20 febbraio 1816, viene rappresentato ogni sera in qualche teatro del mondo – mette in scena Micheli.

Un pannello di luci psichedeliche che aprono e reggono la scena dall’inizio, come un juke box degli anni Sessanta, riporta ad una eterna contemporaneità il messaggio del maestro di Pesaro.

Barbiere di Siviglia

Rosina è prigioniera di una casa perfetta nelle linee esterne e dagli interni dai colori sgargianti, un po’ come l’animo ribelle che la caratterizza. La sua ricerca, gli stratagemmi, la voglia di evadere da quella prigione che è la sua adolescenza la porteranno dritta in una casa dorata e sempre perfetta nelle geometrie, ma pur sempre nera ed angusta.

Non c’è solamente la luce, grande protagonista in scena, nell’opera rossiniana secondo Micheli, ma anche il colore. Le tinte vive, sgargianti, quasi eccessive sono forse una necessaria contrapposizione alla luce che da fondale diventa cielo, soffitto, tappo o sintesi dell’animo nelle diverse fasi della farsa.

Barbiere di Siviglia

Mentre in scena tutti personaggi, da Figaro a don Bartolo, da Rosina a don Basilio, sfoggiano di volta in volta i fantastici costumi di Gianluca Falaschi – quelli strepitosi di Rosina sono forse un omaggio a Roberto Cappucci – che rendono ancora più spassoso il capolavoro di Rossini e portano il pubblico a giocare.

Figaro sembra ispirarsi a Freddy Mercury? Rosina rifà il verso a Lady Gaga, Madonna, Rita Pavone o Monica Vitti nel film “La ragazza con la pistola”? Don Basilio è Marilyn Manson? Don Bartolo un incrocio tra Modugno e Villa? Almaviva ricalca Ruggero di “Un sacco bello” di Carlo Verdone? E Berta sembra una donna sulla crisi di nervi uscita da una pellicola di Almodovar? Chissà. E’ un gioco e il regista si diverte col il pubblico.

L’opera di Rossini, che da sempre incanta e appassiona le platee, qui diverte, fa sorridere a scena aperta come non capita spesso a teatro. Quasi un incantesimo per questa produzione del Teatro Comunale di Bologna e della Greek National Opera di Atene, nella quale Micheli azzarda con la garbata misura, in luci e colori, facendo emergere tutta l’amarezza di quest’opera.

Bravi gli interpreti, da Julian Kim che si cala nei panni di  Figaro alla Rosina di Aya Wakizono, da René Barbera (il Conte di Almaviva) a Paolo Borgogna nelle vesti di Don Bartolo, da Luca Tittolo in Basilio a Laura Cherici in una riuscitissima Berta. Insomma, un cast ben calibrato e amalgamato.

Il merito di questo riuscito allestimento va anche alle scene e alle luci di Nicolas Bovey e al progetto video di Panagiotis Tomaras, oltre ai già citati costumi di Gianluca Falaschi.

La luce è la vera protagonista di questa produzione che rimarca i caratteri e i ruoli dei protagonisti, rendendo l’opera (e il suo messaggio) quanto mai attuale. Forse un po’ avanguardia. Era così anche per le opere di Hopper che oggi sono considerate un classico.

hopper

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