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Vent’anni fa l’assassinio dei 7 monaci di Tibhirine in Algeria

Nella notte tra il 26 e il 27 marzo 1996 sette monaci trappisti sono sequestrati nel loro monastero di Tibhirine in Algeria e il successivo 21 maggio vengono ritrovati i cadaveri.

«Se mi capitasse un giorno (e potrebbe essere anche oggi) di essere vittima del terrorismo che sembra voler coinvolgere tutti gli stranieri che vivono in Algeria, vorrei che la mia comunità, la mia Chiesa, la mia famiglia si ricordassero che la mia vita era donata a Dio e a questo Paese, che sapessero associare questa morte a tante altre ugualmente violente, lasciate nell’indifferenza dell’anonimato».

Con incredibile chiaroveggenza frère Christian de Chergé aveva redatto il suo testamento spirituale. Una chiaroveggenza che si avvera vent’anni fa. Nella notte tra il 26 e il 27 marzo 1996 sette monaci trappisti sono sequestrati nel loro monastero presso Tibhirine in Algeria e il successivo 21 maggio vengono ritrovati i cadaveri.

La trappa di Nôtre-Dame de l’Atlas è un monastero di Cistercensi fondato nel 1938 a 90 chilometri a sud di Algeri. Nel marzo di vent’anni fa una ventina di uomini armati irrompono nella trappa, sequestrano 7 dei 9 monaci, di nazionalità francese, e fuggono. Il sequestro è rivendicato dal Gruppo islamico armato (Gia), che propone alla Francia uno scambio di prigionieri. Le trattative sono inutili e il 21 maggio i terroristi annunciano l’uccisione dei monaci: le loro teste sono ritrovate il 30 maggio ma i corpi sono andati dispersi.

I sette monaci sono: Christian de Chergé, 59 anni, monaco dal 1969, in Algeria dal 1971, superiore della trappa; Luc Dochier, 82 anni, monaco dal 1941, in Algeria dal 1947; Christophe Lebreton, 45 anni, monaco dal 1974, in Algeria dal 1987; Michel Fleury, 52 anni, monaco dal 1981, in Algeria dal 1985; Bruno Lemarchand, 66 anni, monaco dal 1981, in Algeria dal 1990; Célestin Ringeard, 62 anni, monaco dal 1983, in Algeria dal 1987; Paul Favre-Miville, 57 anni, monaco dal 1984, in Algeria dal 1989. I due trappisti scampati alla morte sono Amédée Noto e Jean-Pierre Schumacher e vengono trasferiti nella trappa di Fès in Marocco. I funerali si svolgono ad Algeri nella basilica di Nôtre-Dame de l’Afrique il 2 giugno 1996, insieme a quelli del cardinale Léon-Etienne Duval, arcivescovo emerito di Algeri (1954-1988) che era morto a 92 anni il 30 maggio 1996. I poveri resti sono sepolti nel cimitero della trappa il 4 giugno.

I primi monaci si erano trasferiti nella regione nel 1938 per testimoniare nel silenzio, nella preghiera e nell’amicizia discreta la fratellanza universale. I monaci erano ben consapevoli della situazione di pericolo: malgrado ciò decidono di non abbandonare la trappa e rimangono fedeli alla loro missione. Nel Natale 1993 c’era stata un’incursione dei fondamentalisti islamici armati. Era stata un’esperienza di paura ma la consapevolezza del rischio aveva stimolato nei religiosi il senso di «essere insieme» davanti al pericolo. Così i monaci costruiscono una comunità fondata sulla stessa volontà di restare per testimoniare l’amore a Dio e ai fratelli. Condividono sino alla morte gioie e dolori, angosce e speranze e donano la vita a Dio e ai musulmani algerini con i quali avevano intessuto un dialogo.

In fondo è la stessa scelta che hanno fatto ed è la stessa testimonianza che hanno reso il 5 marzo 2016 le quattro Missionarie della carità di Madre Teresa trucidate, insieme ad altre 12 persone, dai terroristi islamici nello Yemen.

Il barbaro assassinio dei monaci è avvenuto nel periodo più cruento della sanguinosa guerra civile algerina, seguita al colpo di Stato del 1992, attuato dai militari per impedire il secondo turno delle amministrative che quasi sicuramente avrebbe dato la vittoria al Fronte islamico di salvezza (Fis) che avrebbe modificato la Costituzione in senso fondamentalista facendo dell’Algeria uno Stato islamico.

Intervistato da «Radio Vaticana», dom Eamon Fitzgerald, abate generale dei trappisti, dice: «La cosa che mi colpisce di più è che si tratta di persone normali, dedite a Dio e alla loro missione di essere testimoni del Vangelo. Hanno un senso di Dio e della vocazione che li spinge a dare tutto». Il priore Christian de Chergé aveva scritto che «i cinque pilastri della pace sono la pazienza, la povertà, la presenza, la preghiera, il perdono» e i suoi scritti trasudano Vangelo per cui, a somiglianza del Maestro, vede l’altro, anche il nemico, con gli occhi di Dio. Dalla vicenda il regista francese Xavier Beauvois ha tratto il coinvolgente e commovente film «Des hommes et des dieux, Uomini di Dio».

Nel 2002 la comunità monastica ed ecumenica di Bose ha pubblicato «Il libro dei testimoni. Martirologio ecumenico» (San Paolo), dedicato al Papa Giovanni Paolo II, al Patriarca di Costantinopoli Bartolomeo e al pastore protestante Konrad Raiser, segretario del Consiglio ecumenico delle Chiese. Al 21 maggio vi si legge:«La morte cruenta di questi monaci, che ha riportato all’attenzione dell’Occidente la possibilità del martirio presente in ogni vita veramente cristiana, ha trasmesso a ogni uomo capace di ascolto la con­vinzione che solo chi ha una ragione per cui è disposto a morire ha veramente una ragione per cui vale la pena di vivere».

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