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Ciao Prince, aspettavo un nuovo capolavoro, arriveranno solo dischi postumi

Il nostro Brother Giober ammette: "La notizia della scomparsa di Prince mi ha fatto più male perfino dell'addio di David Bowie".

Quando ho appreso la notizia giovedì sera, in auto, ci sono rimasto proprio male. Peggio rispetto a quanto provato qualche mese fa per David Bowie benché l’ammirazione e l’affetto (musicale) siano stati i medesimi per entrambi gli artisti.

Ora sembra che la causa sia conseguenza di un’overdose di oppiacei di qualche giorno fa: non so e sinceramente non me ne frega neppure molto. Ma con Prince sono cresciuto e sono sempre andato orgoglioso di essere tra quelli che preferivano lui a Michael Jackson in un antagonismo che francamente non aveva alcuna ragione di essere, ma che ci aiutava a far trascorrere le giornate più pigre.

Prince aveva le stimmate del genio e soprattutto del folle. Rispetto a Jacko era meno omologabile, controllabile, faceva parte di quella schiera di artisti cui noi, magari un po’ nerd, piaceva di più dichiarare l’affinità. Benché la sua musica fosse saldamente ancorata al soul non vi è dubbio che durante la sua carriera artistica Prince sia stato in grado di superarne il confine ampliando i propri orizzonti e attingendo ad ogni genere musicale diverso, sempre capace di scegliere il meglio.

Un artista senza  modelli (forse solo James Brown), senza padri: uno spirito libero da ogni convenzione, da ogni regola fosse questa di marketing piuttosto che di genere e di pubblico.

prince 1999

Lo incontrai la prima volta tanti anni fa, acquistando quel capolavoro assoluto che è 1999, un album doppio con copertina molto colorata che racchiudeva una serie di piccoli tesori tra il funk e la musica elettronica, tutti con solide basi black e mi colpì la title track, più tardi malamente plagiata da Phil Collins (Sussudio), ma anche Little Red Corvette, perfetta composizione pop.

L’esplosione avvenne però con l’album successivo, ossia Purple rain, colonna sonora straordinaria di un film francamente orribile. Una raccolta perfetta di hit, tutte capaci di colpire sensi e muscoli diversi: il cuore Purple Rain, i polmoni e le gambe I Would Die 4 You. Fu con Purple Rain che Prince si fece conoscere al mondo interno, ampliando una popolarità già vasta ma sino a quel momento legata al mercato americano.

Poi arrivò il capolavoro assoluto ovvero Sign o’ the Times, un disco meraviglioso, paragonabile a Songs in the Key of Life di Stevie Wonder, per innovazione, genialità, qualità delle composizioni presenti.

Quel disco fu però l’apice della carriera di Prince: le uscite seguenti, benché in alcuni casi ancora di qualità (Diamonds and Pearls) non consentirono più a The Artist (così si fece chiamare per alcuni anni) di raggiungere i livelli di ispirazione degli anni migliori. Logica conseguenza fu un certo declino commerciale, anche per alcune scelte certamente sbagliate quali quella di cambiare continuamente nome, di pubblicare solo in digitale, di consumarsi in infinite cause legali con le case discografiche.

Tuttavia anche in questi anni la produzione musicale è stata “furiosa” con decine di album pubblicati, tour che in pratica non hanno mai avuto fine il tutto nel nome dell’amore verso la musica che non ha mai conosciuto crisi.

Prince era un polistrumentista straordinario, un compositore incredibile, un cantante forse non così bravo.

L’ultima volta che ebbi modo di ascoltarlo dal vivo fu 4 o 5 anni fa ad Assago: fu un concerto eccezionale, eseguito per i primi 20 minuti a luci accese. In quell’occasione snocciolò tutti i suoi principali successi, alcuni in versione non propriamente riuscita, ma fu in grado comunque di trasmettere ai presenti good vibrations e il pubblico, entusiasta, gli riconobbe il giusto tributo.

Non so se come artista sarebbe stato ancora in grado di darci qualcosa di importante, ma non so neppure se questo sia quello che conta: sfido chi lo seguiva negli anni ’80 ed era un suo fan a citarmi il titolo di cinque composizioni degli anni 2000, anche se a dire il vero il suo penultimo album Art Official Age ancora oggi suona niente male.

Ma la speranza che un giorno o l’altro sarebbe stato in grado di regalarci ancora, almeno, un capolavoro era ben viva in tutti noi che siamo stati suoi fan. E questa è la riflessione che fa più male: ci potete scommettere che usciranno decine d album postumi perché Prince suonava e registrava tutti i giorni, che sul mercato arriveranno infiniti live, perché non solo Prince adorava andare in tour, ma anche perché dopo i concerti amava intrattenersi nei piccoli club dove si esibiva a sorpresa in interminabili jam session.

Tutto questo arricchirà qualcuno, ma non credo noi che lo abbiamo amato visceralmente.

Non ci resta che tornare ad ascoltare i suoi vecchi album: i primi quattro con il loro furore funk, 1999 per lasciarci andare, Purple rain per ricordare quanto eravamo ingenui, Sign o’ the Times per avere ancora una conferma che si tratti di un capolavoro di straordinaria bellezza; non ci resta che andare su You Tube per ricordare cosa era capace di fare dal vivo e, almeno in questi primi giorni, guardare e farci piacere, almeno per una volta, le sue prove d’attore.

Se ne va un altro grande, ci mancherà enormemente e con lui la sua musica, la sua follia, la sua genialità.

La mia play list

I Wanna Be Your Lover

I Feel For You

Cotroversy

1999

Little Red Corvette

Let’s go Crazy

I Would Die 4 You

Purple Rain

Around the World in a Day

Raspberry Beret

Pop Life

Sign o’ the Times

The Ballad of Doroty Parker

Diamonds and Pearls

Cream

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