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Le elezioni legislative in Corea del Sud

Giancarlo Elia Valori traccia un quadro della situazione del Paese asiatico dopo le elezioni dei giorni scorsi.

Sono stati rinnovati, nella tornata elettorale del 13 Aprile scorso, tutti i seggi, trecento, dell’ Assemblea Nazionale di Seoul.

253 parlamentari sono stati eletti con il sistema tipicamente britannico del “first past the post”, il classico meccanismo con il quale viene nominato il candidato che ha vinto il 50% dei voti +1 o, in alternativa, il candidato che ha raggiunto la maggioranza dei voti in un determinato seggio, qualunque sia la percentuale dei suoi voti validi.
47 rappresentanti sono stati eletti con il criterio proporzionale, secondo la norma costituzionale.
La tornata è stata nettamente vinta dal Minjoo Party of Korea, peraltro contro ogni previsione.

Il Minjoo, formalmente la Nuova Alleanza Politica per la Democrazia, è un raggruppamento politico di cultura liberal-democratica, almeno secondo i criteri politologici occidentali.
E’ stato fondato recentemente, il 26 Marzo 2014, dalla fusione del Partito Democratico con il comitato preparatorio del New Political Vision Party, il vecchio Partito Democratico viene infatti assorbito integralmente nella Nuova Alleanza Politica, mentre il comitato preparatorio è stato disciolto e non ha membri rilevanti nel nuovo gruppo.

Il partito uscito sconfitto è il liberal-conservatore Saenuri Party, battuto per un solo seggio per quanto riguarda la composizione dell’Assemblea e il voto di lista, mentre il Minjoo è arrivato terzo come totale dei voti, quando invece il partito neocentrista People’s Party è arrivato secondo.

Il Saenuri, partito “della nuova frontiera”, ha una tradizione politica di centro-destra ed era già chiamato, prima del 2012, il Grand National Party.

E’ stato fondato, sempre nel 2012, dalla fusione dell’United Democratic Party e del New Korea Party, si tratta infatti dell’erede della tradizione autoritar-gollista di Park Chung Hee dal 1963 fino al 1980, poi con un leader altrettanto autorevole, Chun Doo Hwan.

In quell’anno è stato ridenominato come Democratic Justice Party, per poi essere chiamato ufficialmente, nel 1993, quale Democratic Liberal Party.

Nel 2002, questo gruppo politico si riforma di nuovo, il già formato Saenur si fonde con l’Advencement Unification Party.
Queste elezioni marcano quindi una trasformazione radicale del panorama istituzionale sudcoreano, che non produce più, come prima, maggioranze solide ma, oggi, rimane aperto ad un bagraining governativo.

Una prassi pericolosa che arriva dopo che la Corte Costituzionale Sudcoreana aveva disciolto d’autorità il Progressive Party, un raggruppamento fortemente caratterizzato a sinistra, secondo la cultura marxista-leninista.

Nel 2012, peraltro, il Saenur aveva vinto con 152 seggi rispetto ai trecento disponibili.
Ma il candidato di questo gruppo, la signora Park Geun Hye, aveva vinto le elezioni presidenziali malgrado la compagnie parlamentare del Saenur si sia ridotta a 146 seggi su 292, esattamente il 50% dei voti assembleari.

Un effetto sul quelle elezioni era stato dato indubbiamente dalla decisione della Corte Costituzionale che, osservando che i distretti elettorali avevano portato ad una asimmetria della rappresentanza, ha ridotto la dimensione di gran parte delle circoscrizioni elettorali.

Dopo il 2013, quando il Progressive Party viene sciolto per decreto, dati i suoi presupposti legami con la Corea del Nord, la decisione della Corte Suprema porta il Partito della Giustizia ad essere l’unica organizzazione di sinistra sul mercato politico sud-coreano.

Il Partito della Giustizia viene successivamente sostenuto in via ufficiale dalla potente unione dei sindacati, ma i suoi membri sono programmaticamente affini all’ala sinistra dello stesso Minjoo, mentre uno dei suoi leader, Ahn Cheol Soo, esce dal suo partito e fonda il nuovo People’s Party all’inizio del 2016.

Le prossime elezioni presidenziali, da tenersi nel 2017, sono off limits, per legge costituzionale, per l’attuale presidente Park Geun Hye.
Ma quali sono i candidati possibili? Vediamo.

Intanto abbiamo Moon jae-In, colui che era stato sconfitto dall’attuale presidente, che è stato eletto a metà del Febbraio scorso come leader del principale vecchio partito di opposizione, il già citato Nuova Alleanza per la Democrazia.

Tra i suoi alleati vi è il sindaco di Seoul, Park Won-soon, il più popolare, attualmente, tra i candidati presidenziali, almeno secondo i sondaggi.
Moon ha dalla sua sia i voti di sinistra della provincia sudoccidentale di Jeolla, ma è anche capace, comunque, di far breccia nel voto conservatore della città di Busan, attualmente diretta dal Saenur.

Da Busan proviene anche il capo dello stesso Saenur, Kim moo-sung, che è una vecchia conoscenza dell’Assemblea Nazionale, essendovi stato eletto per cinque volte.

Ma quali sono i temi veri della campagna elettorale e della politica sudcoreana?

In primo luogo, vi è il mantenimento e la trasformazione del Welfare State.

Il vecchio governo ha sempre sostenuto la linea del “mantenere ed espandere il welfare senza aumentare le tasse”, soprattutto quelle relative alle imprese.
Ma tasse specifiche sul tabacco e sulle auto sono state introdotte proprio lo scorso Settembre, con una ulteriore ristrutturazione della tassa sui redditi che, in effetti, fa aumentare il suo gettito.
L’immagine che l’elettorato sudcoreano aveva è quindi quella di un governo che alza le tasse per la classe media e per i lavoratori, senza però espandere un peraltro debole Welfare State.
Moon, invece, vuole aumentare le tasse sulle imprese, soprattutto sui chaebol, i conglomerati produttivi che hanno da sempre caratterizzato l’apparato produttivo sudcoreano.

La Nuova Alleanza per la Democrazia punta infatti sullo “stato del benessere”, con Moon che vuole pasti gratis per tutti gli scolari sudcoreani e polemizza con i chaebol, che sarebbero per lui ormai l’immagine di un modello di sviluppo arretrato.

Il Saenur non ha una posizione precisa su questi temi.
Ma quel partito sa bene che non si può oggi, in Corea del Sud, espandere il welfare senza aumentare le tasse e, soprattutto, senza costringere i chaebol (si pensi alla Samsung, per esempio) a un maggior prelievo fiscale.

Il che potrebbe portare molti imprenditori ad uscire dal Paese per impiantare fabbriche in Vietnam o, perfino, nelle Zone Economiche Libere delle Corea del Nord, che sono mai decollate.
I sondaggi più recenti ci dicono però che i sudcoreani non desiderano una maggior dose di Welfare, ma vi è un buon 52,8% che vuole aumentare direttamente la corporate tax, indipendentemente dall’uso welfaristico del nuovo gettito.

Il problema è che l’economia e i redditi sudcoreani sono ormai molto polarizzati tra gli haves e gli haves not, mentre la rete delle Piccole e Medie Imprese non è ancora divenuta la chiave della nuova economia nazionale.

Il Saenur, in politica estera, è nettamente conservatore e non ha nessuna intenzione di aderire a nuove trattative, o anche ad un ammorbidimento, nei confronti delle azioni provenienti dalla Corea del Nord.

La Park voleva invece un summit con Pyongyang senza precondizioni, ovvero senza l’abbandono da parte di Kim Jong Il della sua linea “neomilitarista”.
Paradossalmente, ma non tanto, sono stati proprio i conservatori sudcoreani ad avere da sempre le maggiori aperture verso i “fratelli” del Nord, mentre la leadership del centro-destra sudcoreano ha sempre puntato, sul piano economico, politico e culturale, ad un rapporto preferenziale con la Cina.

Ma Moon, peraltro, porta con sé l’eredità del vecchio presidente Roh Moo-Hyun, che ha sempre invocato il compromesso, costi quel che costi, con i “fratelli” del Nord.
La Cina non ama però la stretta correlazione di forze tra la Corea del Sud e gli Stati Uniti,

E’ una trasformazione radicale quindi quella che stiamo osservando nel panorama politico sudcoreano: per la prima volta in 16 anni, il partito del Presidente perde le elezioni.

Ciò è dovuto, lo abbiamo già in parte notato, dalla “linea dura” contro la Corea del Nord e dalla politica economica neoliberista, che ormai è per i partiti politici occidentali e assimilati un biglietto di sola andata elettorale.

Il Saenur ha vinto 122 seggi su 300 e, fra l’altro, molti candidati lo hanno abbandonato in corsa perché non si sentivano tutelati e protetti sul piano organizzativo ed elettorale.

Il Minjoo ha vinto, lo avevamo già visto, con 123 seggi, e il successo del partito di opposizione è derivato, secondo i suoi leader, dalla bassa crescita della Corea del Sud.

L’anno passato il tasso di aumento del PIL è stato un misero 2,6%, con una disoccupazione giovanile che ha raggiunto il livello “europeo” del 12,5% lo scorso Febbraio.
Il People’s Party ha conquistato 36 seggi, con il probabile effetto positivo, sul voto, delle grandi manifestazioni di massa contro la nuova legislazione sul lavoro, molto pro-business, che era stata sostenuta dalla Park.

Il Minjoo vuole soprattutto la creazione di più posti di lavoro, progetta un aumento del salario minimo, vuole accrescere le pensioni minime, costruire case economiche per i più giovani.
Ma è molto probabile che, come già vedevamo, la questione primaria sarà quella della Corea del Nord e dei suoi rapporti con il Sud.

Sul piano della sicurezza nazionale, la grande maggioranza dei sudcoreani sostiene la linea della Park, nettamente allineata a quella degli USA, che imporrebbe la fine immediata del programma nucleare di Pyongyang e la cessazione dei suoi lanci missilistici.

Ma tutti i partiti di opposizione, anche di centro-destra, sottolineano la distanza tra la linea filoamericana della Park e il perseguimento dell’interesse nazionale sudcoreano, che coincide con un allentamento delle tensioni con il Nord.

E, comunque, se la Cina non vuole perdere il rapporto con Seoul, non può certamente recidere tutti i suoi legami con Pyongyang, anche se c’è da notare che il leader cinese Xi Jinping non ha ancora trovato il tempo per visitare i “compagni” della Corea del Nord.

A questo si aggiunge il panorama interno a Seoul: in primo luogo la separazione e la polemica infraelettorale tra i due partiti democratico-progressisti, che ha favorito i conservatori-liberali, ma non quanto si pensava.

In seconda istanza, c’è una esplosiva questione giovanile, che un sociologo sudcoreano ha riassunto con la formula dei “tre no”: niente lavoro, niente casa e niente matrimonio.

La scelta dei vecchi partiti è stata quella, nella crisi del 2008, che pure ha duramente colpito anche la quarta economia asiatica, di mantenere e proteggere il sistema tradizionale del chaebol, la versione coreana del kombinat sovietico, senza impostare le riforme strutturali che pure erano immediatamente necessarie.

I giovani sono disoccupati al 12,5%, lo abbiamo visto, ma la media della disoccupazione sudcoreana è del 4,9%.
I giovani elettori danno la colpa al Saenur, con solo il 17% dei ragazzi sotto i 30 anni che mostrano una preferenza di voto per quel partito.

Si è rotto così il “sogno coreano”, l’idea, nata negli anni ’60, che comunque avremmo avuto tutti un buon lavoro e un buon reddito, lavorando duro.
Oggi, evidentemente, in Corea del Sud non è più così. E la politica lo riflette con la sua caratteristica principale in questi casi, l’incertezza.

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