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Iggy Pop… post depression: giù il sipario e tanti applausi

Di un nuovo disco di Iggy Pop non si sentiva il bisogno, invece l'ultima fatica, un po' il suo testamento musicale, chiude in bellezza il concerto di una vita: applausi da Brother Giober.

Giudizio:

* era meglio risparmiare i soldi ed andare al cinema

** se non ho proprio altro da ascoltare…

*** in fin dei conti, poteva essere peggio

**** da tempo non sentivo niente del genere

***** aiuto! Non mi esce più dalla testa

ARTISTA: Iggy Pop

TITOLO: Post Pop Depression

GIUDIZIO: ****

Di un disco di Iggy Pop non se ne sentiva il bisogno: vuoi perché sono anni che l’iguana non produce più un lavoro degno dei fasti del passato, vuoi perché la sua insistente volontà a restare ancorato a certe immagini ha contribuito a renderlo anacronistico o perché in fin dei conti la sua musica oggi suona un po’ superata, almeno quella prodotta sino a ieri. Del sano rock’n’roll ma irrimediabilmente legato al suo tempo, nonostante The Passenger – una delle sue principali hit – suoni ancora frequentemente in spot pubblicitari e faccia da sottofondo a numerosi servizi televisivi.

Così ho scaricato (ma poi ho anche comprato il cd) il lavoro da ITunes più per dovere che per piacere e forse anche per un sentimento di nostalgia: Lou Reed se ne è andato l’anno scorso, David Bowie all’inizio di quest’anno e Iggy Pop resta, oggi, l’unico sopravvissuto e testimone di un preciso periodo musicale, una sorta di leggenda, di icona.

Nonostante il mio tiepido interesse iniziale, dopo ripetuti ascolti posso invece scrivere che Post Pop Depression è un ottimo lavoro di sano e robusto rock’n’roll, preciso, diretto e nello stesso tempo piacevole all’ascolto. Merito, credo, soprattutto di Josh Homme (Queens of the Stone Age), un fior di musicista che qui eccelle anche in veste di produttore e che ha “visto giusto” nel chiamare a raccolta musicisti contemporanei, certamente sensibili a tutte quelle che sono le influenze odierne e particolarmente dotati tecnicamente come Dean Fertita (già con i QOTSA e con i Death Weather) alle chitarre e tastiere e Matt Helders (Artic Monkeys) alla batteria.

Le registrazioni dell’album sono state concluse in pochissimo tempo presso gli studi Joshua Tree e Pink Duck di Josh Homme (che tra l’altro è anche il leader degli Eagles od Death Metal) e il lavoro risulta interamente autofinanziato (il che rappresenta una novità importante nel mondo musicale contemporaneo). Josh Homme in una recente intervista, a proposito del disco, ha avuto modo di dire che la sua registrazione lo ha aiutato a superare i fatti di Parigi e in particolare: “Penso che aver preso parte a questo progetto mi abbia salvato. È un disco pensato per piacere i fans e non solo per una sorta di strano divertimento tra noi. È un album che porta me e Iggy dove non eravamo mai stati prima”.

Il risultato complessivo piace e convince decisamente: ne esce una sorta di mélange tra classicità e modernità, tra influenze berlinesi (presenti in dischi del passato) e pulsioni al limite del metal (Eagles of Death Metal) che tracima nella dance e dove i suoni taglienti, i riffs delle chitarre di Homme e Fertita creano un connubio naturale con il canto stentoreo e solenne di Iggy Pop che, tra l’altro , è l’autore dei testi di ogni brano.

Ma sono presenti anche passaggi più introspettivi, acustici, che evidenziano alcune sfumature nell’interpretazione dell’iguana che nel passato mi erano del tutto sfuggite.

Il disco è stato preceduto da un battage pubblicitario inusuale, quasi che la casa discografica abbia da subito percepito il potenziale, anche commerciale, del lavoro, tanto da battezzarlo come una sorta di sequel di “The Idiot”, il che in parte può essere anche condiviso ascoltando in particolare i primi due brani del lavoro già da tempo in rete.

Ed in effetti Break in Your Heart è ipnotico, circolare, il testo è quasi declamato: ma il riff è di quelli giusti, la melodia, se di melodia si può parlare, è familiare ma non scontata mentre la successiva traccia, Gardenia, ha un che di spettacolare con l’intro di chitarra e con la voce di Iggy Pop che assume toni e inflessioni pericolosamente vicine a quelle del duca bianco. E ancora una volta il brano però suona perfettamente e i cori rappresentano una piacevole sorpresa.

Con un intro che sa di oriente ecco arrivare American Valhalla, un brano fondato su un ritmo ancora ipnotico portato da basso e batteria, sul quale Iggy Pop spiega la sua voce mantenendo una sorta di distacco e riportando l’ascoltatore alle atmosfere glaciali berlinesi.

In the Lobby è un brano sghembo, con frequenti cambi di ritmo e atmosfera: con un po’ di fantasia potrebbe ricordare una composizione di Tom Waits, piuttosto che di Screamin’ Jay Hawkins e comunque una composizione cui giova il prezioso lavoro alla chitarra di Homme che contribuisce a creare un atmosfera quasi mefistofelica.

È probabilmente un canto liberatorio Sunday perché fuori da ogni schema e avulso dal resto del contesto sonoro: le movenze sono funky e la ritmica ricorda, almeno all’inizio, un vecchio hit dei Kiss; dopo però il brano acquisisce maggiore spessore e la voce di Iggy Pop raggiunge qui il massimo della musicalità. Ottimo e inusitato il coro femminile in sottofondo.

Vulture è acustica e sconclusionata, senza un proprio filo logico, e quindi suona decisamente pesante mentre è più riuscita German Days che ai più (di noi) non può almeno nel titolo non risultare nostalgica ma vi assicuro che anche il contenuto musicale non è da meno richiamando molto da vicino alcune composizioni ancora del duca bianco di quel periodo.

Chocolate Drops richiama, all’inizio, lo stesso incedere di Another Brick in the Wall, poi prende una forma propria, più leggera rispetto al contesto sonoro del resto del lavoro ma nondimeno il brano risulta riuscito per la modernità dell’arrangiamento, la varietà dei suoni e, ancora una volta per quelle voci a mo’ di coro che funzionano benissimo.

Chiude il tutto Paraguay, forse il testamento di Iggy Pop, con il quale ci annuncia la conclusione della sua attività e la volontà di andarsene… lontano. Al di là del testo e dell’argomento il brano dura oltre i sei minuti e all’inizio ha lo sviluppo di una ballad, essenziale nella sua linea melodica, che poi ha uno sviluppo con tratti anche psichedelici.

Tant’è: Iggy Pop ha oggi 68 anni e, probabilmente poca voglia di far la fine di tanti suoi coetanei caduti in disgrazia, nel dimenticatoio o peggio. Iggy Pop finisce in bellezza il concerto di un’intera vita: giù il sipario e tanti applausi. Il bis non lo farà. Ne sono (quasi) certo.

Se non si vuole ascoltare tutto il disco: Paraguay

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Commenti

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  1. Scritto da brixxon53

    A parte la solita The Passenger non ho mai ascoltato più di tanto il vecchio Iggy, ma questo è veramente un bel disco. Paraguay è da pelle d’oca.