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La Russia tra crisi economica e proiezione geostrategica

Come diceva Lev Tolstoj, “Non c’è nulla di più forte di quei due combattenti là: tempo e pazienza”.

Sono peraltro, questi, due dei più caratteristici tratti dell’anima e della psicologia del popolo russo.

D’altra parte, se si seguono le indicazioni strategiche di Sun Tzu, chi ha il tempo domina anche lo spazio.
L’abitudine alla sofferenza, lo stile del sacrificio, sono tipici da sempre di quel popolo che, dice Vladimir Putin citando Gogol, “ha la parola tagliente, che viene dal profondo del cuore”.
Ed è forse questo il modo più razionale di analizzare, oggi, lo stato dell’economia russa e della sua nuova geopolitica, inauguratasi con l’impegno delle FF.AA. di Mosca in Siria, a favore di Bashar el Assad e contro il complicatissimo coacervo del jihad locale e internazionale.

La risalita, lenta ma sicura, dei prezzi del petrolio, organizzata dal mercato dei futures degli idrocarburi in occasione delle attuali crisi, diverse ma parallele, di Iran e Arabia Saudita, è già un importante segno di rinascita per l’economia della Federazione Russa.

Tutti gli analisti del mercato petrolifero peraltro, dopo il recente summit di Doha del 16 Aprile, danno i prezzi del barile in rapida ascesa per tutta la seconda metà del 2016, mentre gli investitori, comunque, si mantengono ancora prudentemente su posizioni di short term.

E’ questo il risultato della combinazione di fattori come la ripresa economica mondiale, lenta ma stabile, e della produzione petrolifera, in fase di programmata decrescita estrattiva, proprio in relazione alle recenti decisioni prese a Doha.

Un summit di Doha non riuscito, certamente, per la tensione tra Teheran e Riyadh, ma tutte le più aggiornate proiezioni dell’OPEC indicano una progressiva salita dei prezzi al barile, anche se non ci sono messaggi espliciti in tal senso da parte del cartello di Vienna.

Quindi, i conti della Russia “tengono” e sono destinati a migliorare, malgrado la gravità della sua crisi economica recente.
L’inflazione, dall’inizio di quest’anno 2016, è in caduta, per l’effetto dei minori consumi.

I prezzi russi sono comunque aumentati del 7,3% sulla misura anno-per anno per il Marzo 2016, dopo una ascesa dell’8,1% nel mese di Febbraio e comunque i prezzi al consumo russi sono al di sotto della previsione dei mercati, che era del 7,5%.
Oggi, peraltro, il tasso di inflazione russo è il minimo da due anni a questa parte.
L’inflazione, in questo modo, ha assorbito la svalutazione del rublo, permettendo inoltre altri margini di allentamento monetario.
La contrazione del reddito disponibile è però risultata superiore al 5% nel 2015, con salari in rapida contrazione ed un evidente impoverimento di massa.

Ma la percentuale della popolazione russa sotto il livello di povertà è comunque già contenuta rispetto ai dati degli anni scorsi.
La povertà russa è cresciuta da 3,1 milioni di bisognosi a 19,2 nel 2015, il tasso più alto dal 2006, ed ora è in parziale diminuzione.

I salari e gli stipendi sono decresciuti in media del 2,6%, sempre nell’anno scorso, mentre l’indice borsistico di Mosca, il MICEX, è cresciuto del 7,9%, sempre ai dati del 2015.
Ma tutti gli analisti occidentali sostengono che, per l’economia russa, il peggio è passato.

L’insieme dei dati macroeconomici russi dà per certa una potente crescita delle esportazioni in tutta la seconda fase del 2016; mentre il nesso strategico tra crescita dell’economia iraniana, dopo la sigla del JCPOA e l’aumento dell’export oil e non oil di Mosca, ci fa pensare che la Russia abbia utilizzato bene, anche sul suo fronte interno geoeconomico, l’impegno delle sue Forze militari in Siria.

La soluzione razionale presa dal governo russo, con ogni probabilità, è stata quella dell’aumento delle tasse sul petrolio e il gas, aumento deciso nel 2014.
Una crescita della tassa sugli idrocarburi del 15% massimo che ha permesso di ridurre il carico fiscale sugli altri settori produttivi russi, più orientati al mercato interno e, in futuro, alle esportazioni.

Una ulteriore decisione razionale di Mosca è stata quella di far fluttuare il rublo, in modo da risparmiare sulle riserve valutarie ed assorbire meglio lo shock dei prezzi petroliferi al ribasso.
Più rubli per unità di petrolio e gas esportati, quindi, con un margine di durata del fondo di riserva che si è allungato.

Il tutto mentre il deficit pubblico, già basso secondo gli standard attuali dell’Occidente, potrà essere agevolmente coperto dall’emissione di titoli statali di debito per il mercato finanziario interno.
In sostanza, la crisi economica russa, che era stata programmata per “limare le unghie” strategiche di Mosca, è alle spalle, e la infinita pazienza dei russi di cui parlava Tolstoj farà il resto.
Anche la Banca Mondiale ha previsto, dopo le sanzioni alla Federazione Russa del 2014 e il calo dei prezzi petroliferi, che hanno ritardato la ripresa, una lenta risalita dell’economia di Mosca, una sommessa crescita quindi che sarà basata, secondo gli analisti di New York, soprattutto dalle politiche fiscali e monetarie dell’élite intorno a Putin.

Peraltro, malgrado il perdurante scenario sanzionistico, la Federazione Russa sta utilizzando il rublo programmaticamente debole per espandere le esportazioni non-oil, che stanno già salendo soprattutto dopo gli accordi tra Mosca e Pechino e tra la Russia e l’Unione Doganale Eurasiatica.

Ma qual’è poi il nesso tra l’aggiustamento economico moscovita in corso d’opera e la geopolitica attuale e futura di Mosca?
Forse la chiave sta nella formazione di una nuova entità politico-militare, la Guardia Nazionale Russa, recentemente fondata su ordine del Presidente Putin.

Si tratta, in linea di massima, dell’unione di varie strutture armate preesistenti.
Ben 170.000 uomini dalle truppe del Ministero degli Interni, una quota non comunicata di elementi provenienti dal Ministero per le Emergenze, 40.000 operativi delle squadre di polizia OMON, specializzate in gestione e repressione dei moti di piazza, 5500 funzionari delle forze di Reazione Rapida SOBR, oltre alle Forze Operative dell’Aviazione e degli Interni, selezionate dal loro Centro di Designazione Speciale, includendo tra queste le unità Zubr, Rys e Iastreb.
In quest’ultimo caso si parla di almeno 800 militari disponibili per la nuova struttura.
In totale, quindi la Guardia Nazionale avrà tra i 250.000 e i 300.000 militari effettivi.

Le funzioni della Guardia saranno quelle della gestione e delle prevenzione dei problemi di ordine pubblico, dell’antiterrorismo, delle azioni contro i gruppi “estremisti”, ovvero leggasi le bande cecene e i prossimi futuri contestatori nelle “rivoluzioni arancioni” programmate quasi certamente dall’Ovest contro la Russia.

Poi, la Guardia si occuperà della difesa del territorio nazionale, della protezione delle strutture statali e dei trasporti speciali inrerni ed esteri, della protezione dei beni e delle imprese dei cittadini russi e delle organizzazioni approvate dal Governo, del sostegno alle truppe di confine, tradizionalmente parte dei Servizi russi, del contrasto al traffico di armi, del comando delle truppe di tutta la Guardia Nazionale, infine della protezione degli uomini e dei mezzi della Guardia stessa.
Tutta la sicurezza interna, quindi, andrà alla Guardia Nazionale, e ciò evidentemente libererà i Servizi interni ed esteri della Federazione Russa da tutta una serie di impieghi tanto tradizionali quanto ormai impropri e di routine.

Putin vuole una intelligence più geostrategica e meno impigliata nelle mansioni di ordine pubblico; e si tratta di una lezione che dovremmo imparare anche noi, in Italia e in Occidente.
Qualcuno ha ipotizzato che il Presidente Putin voglia farsi un “esercito personale”, ma il potere del Presidente russo è tale che si ritiene non abbia certo bisogno di questa nuova Guardia solo per rafforzare il suo potere personale, che è già pervasivo e senza credibile opposizione interna.

E’ invece molto probabile che Vladimir Putin voglia evitare, con questa nuova organizzazione militare, la coalescenza di due pericoli che egli vede presenti nell’immediato futuro della Federazione.
Si tratta del jihad di importazione e della sequela delle varie rivoluzioni arancioni che potrebbero, anche unite al terrorismo islamista, destabilizzare definitivamente la Russia e renderla viable per gli interessi finanziari e strategici dell’Occidente.

Putin è probabilmente convinto che gli USA e alcuni alleati dell’America possano far pagare carissimo l’impegno perdurante di Mosca nello scacchiere siriano e mediorientale, che è il vero game changer della geopolitica contemporanea.

Senza mettere poi nel conto che la Federazione Russa, aprendo il suo fronte siriano-mediterraneo, mette fuori gioco e bypassa tutta la rete militare che la NATO e gli USA stanno ponendo ai confini terrestri della Federazione, dalla Estonia alla Polonia alla Cechia fino alla Romania.

E’ una sfida, questa, che val bene una lenta e pesante destabilizzazione interna della società e della politica russe, avrà certamente pensato il Presidente Putin.
Questo spiegherebbe anche la “mano libera” data dal leader russo ai Servizi interni grazie alla nuova Guardia.

Servizi che avrebbero oggi una ben maggiore facilità nell’agire contro le minacce esterne e interne al sistema politico (ed economico) della Federazione.
Il capo designato della nuova Guardia Nazionale è il generale Viktor Zolotov, già capo del Servizio di Sicurezza del Presidente.

Un uomo di fiducia di Putin, certamente, ed un grande esperto di intelligence.
Zolotov è nato nel 1964 ed è membro del Consiglio di Sicurezza russo, un organismo consultivo del Presidente, riformato nel 1996, che si riunisce almeno una volta al mese e che coordina tutta la sicurezza della Federazione, in stretta correlazione con la dirigenza dei Servizi.

E’ stato, negli anni passati, la guardia del corpo di Anatoly Sobchak, il sindaco di San Pietroburgo che protesse i primi passi di Putin nella complicatissima era postsovietica.
Membro della “riserva attiva” del KGB, come Putin del resto, Zolotov è stato dato per morto varie volte ma, come spesso accade nel grande gioco di specchi dell’intelligence russa, è evidentemente vivo e molto “operativo”.

Nella “guerra dei siloviki” del 2000 ( i siloviki sono i membri del vecchio KGB) che era una guerra tra alcuni gruppi di agenti del vecchio Servizio e il cerchio interno del già potentissimo Putin, Zolotov si mise con i perdenti, gli uomini di Viktor Cherkesov contro i siloviki di Nikolai Patrushev e Igor Sechin.
Zolotov è stato successivamente “perdonato” da Putin, visto che il generale non ha mai reso pubbliche le sue posizioni di “silovik liberale” che sosteneva Dimitri Medvedev come successore di Putin nel 2008.

Zolotov ha in seguito assunto il comando delle forze del Ministero dell’Interno, oggi dirette dal Gen. Ragozhin, che ha minori legami con il Presidente, mentre il presidente della federazione di Judo di San Pietroburgo, amico di lunga data del Presidente, che è un notorio judoka, è stato nominato capo della Polizia Militare.

La nomina di Zolotov è anche un atto di Putin che intende mettere pace tra la vasta comunità dei siloviki, un gruppo fortemente frazionato fin dal suo ritorno alla presidenza nel 2012.
La lotta tra gli ex-agenti del KGB riguarda il potere, il rapporto con l’economia e, soprattutto, la lotta per la successione a Vladimir Putin.

E sarà questo il nuovo scenario per il quale la Guardia Nazionale sembra già predisposta, anche se Vladimir Putin ha recentemente fatto sapere che è probabile una sua ricandidatura alle prossime elezioni presidenziali.

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