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Il quadrante strategico in Siria, per la Federazione Russa una grande scommessa

Giancarlo Elia Valori, Honorable de l’Académie des Sciences de l’Institut de France, con il suo profondo sguardo analizza la situazione in Medio Oriente.

La pressione principale dei vari gruppi jihadisti in Siria è oggi diretta verso il nord della provincia di Aleppo.

Se cade Aleppo, cade anche la Siria non jihadista, se invece i salafiti terranno la città dove è stato inventato il sapone, allora non sarà possibile nessuna credibile riconquista della Siria.
Proprio mentre scrivo, il 13 Aprile 2016, riaprono a Ginevra le trattative n. 3 per la “pace” in Siria ma, come diceva Machiavelli, “amare la pace e saper fare la guerra” è la regola prima del buon Principe.

L’obiettivo delle forze USA e, solo in parte, turche e della coalizione è ancora quello di interrompere le linee di comunicazione del califfato tra Ar-Raqqa e il confine turco-siriano.
Naturalmente, il fine della guerra, per Ankara, è quello di contrastare i successi dei curdi YPG, mentre gli USA sostengono anche l’Unità di Protezione Popolare YPG contro Al Baghdadi.
Ma, oggi, i curdi si stanno avvicinando anche ai russi, e la fedeltà dell’YPG alla linea della Coalizione dei 59 Paesi è messa in discussione.

E’ probabile allora che potrà essere solo Mosca a poter chiedere, con successo, l’autonomia curda a Assad.
L’Esercito Arabo Siriano di Assad opera oggi dalla base aerea di Kuweires per penetrare l’area califfale della provincia di Aleppo, dove si sta radunando anche Jabhat Al Nusra per la sua ultima difesa.

Sul piano strategico, i numerosissimi gruppi jihadisti (oltre 25 i principali) operanti in Siria hanno queste finalità: a) far divergere gli attacchi dell’EAS di Assad e dei russi e renderli inutili, b) fare da scudo all’Isis, il gruppo principale, c) creare infine le condizioni di una “vietnamizzazione” della guerra siriana e, quindi, della lunga disfatta degli “invasori” russi, iraniani e “infedeli” occidentali.

Poi, i vari jihadisti fanno direttamente gli interessi, zona per zona, dei loro sponsor: Turchia, Qatar, Arabia Saudita.
Ciò è in funzione delle linee di comunicazione petrolifera e delle risorse, soprattutto minerarie, della Siria. Lo vedremo in seguito.

Inoltre, la guerra per bande jihadista vuole ritardare il più possibile la riunificazione del territorio sotto il regime baathista siriano, costringendolo in futuro ad una “cantonizzazione” che lo renda irrilevante per i suoi alleati, sia russi che iraniani, oltre che cinesi.

E quindi la Siria potrebbe diventare permeabile alle azioni petrolifere e politiche dell’Arabia Saudita, in contrasto con le mire iraniane e russe sulla Siria di Bashar.
L’Esercito Libero Siriano, costituitosi nell’agosto 2011 da disertori ospitati in Turchia, conta circa cinque fronti aperti (Nord, Aleppo e Idlib) Est (Raqqa, Deir al Zour e Hassaka) Centro (Homs e Rastan) e infine il Sud (Damasco, Deraa e Suwaida).

Sostenuto dagli ormai famosi e invisibili 59 paesi della Coalizione anti-Isis, l’ELS collabora, in vari quadranti, con i jihadisti e con numerosi sottogruppi, quali la Brigata della Tempesta del Nord, la Brigata Ahrar Souria, i Martiri della Siria. Ahrar al Sham.
Tutte le attuali posizioni dell’ELS sono però ai bordi delle zone dominate dall’Esercito Arabo Siriano di Assad.

Una situazione OPFOR, Opposing FORce.
I due avversari mimano le stesse tecniche di guerra e le stesse linee di azione, per equalizzare, con la guerra ibrida, i loro potenziali.
E’ ovvio: l’ELS e i jihadisti devono chiudere i russi e i siriani nelle loro aree iniziali per permettere ai gruppi jihadisti di coprire le posizioni dell’Isis.
Il Fronte Islamico conta oggi su circa 45.000 militanti, ed è composto dalla fusione di sette gruppi jihadisti.

È estraneo, come afferma nei suoi documenti ufficiali, sia ad Al Nusra che all’Isis, si trova ad operare soprattutto nell’area di Aleppo e intende, come linea tattica, impedire l’entrata e la stabilizzazione delle forze siriane di Assad nella regione del Nord, tra Latakia e, appunto, Aleppo.
L’Harakat Ahrar Al Sham al-Islamiyya è un gruppo salafita sorto vicino a Idlib e, prima che il Fronte Siriano Islamico si sciogliesse nel novembre 2013, l’Harakat ha collaborato sia con Al Nusra che con i gruppi affiliati all’Eserrcito Libero Siriano.

E’ la brigata jihadista specializzata soprattutto negli attacchi informatici ed opera, inoltre, come una rete di supporto umanitario e sociale per le popolazioni.
Jaysh Al Islam vale circa 10.000 elementi ed è stata formata dalla unificazione di ben 50 precedenti gruppi jihadisti.
Opera soprattutto nell’area di Ghouta intorno a Damasco.

Il gruppo jihadista Suqour Al Sham dovrebbe valere ancora circa 10.000 militanti ed opera nelle provincie di Aleppo e di Damasco.
Tutti i dati che riferiamo, è bene chiarirlo, sono al netto di defezioni, assassinii mirati, passaggi dall’uno all’altro gruppo.
Liwa al Tawhid, sempre con elementi armati tra gli otto e i diecimila, opera anch’essa nella regione di Aleppo, ha buoni rapporti di collaborazione con Al Nusra ma teorizza un governo islamico meno radicale degli altri movimenti salafiti.

Al Nusra, finalmente. Si tratta di un gruppo salafita (è la rappresentante di Al Qaeda in Siria) che vale circa 7000 elementi e opera a ranghi dispersi in almeno 11 delle 14 provincie della Siria.
Oggi, controlla soprattutto parti del territorio settentrionale siriano.
L’Isis/Daesh, pur essendo il più noto tra i gruppi jihadisti in Siria, ha solamente circa 5000 uomini in armi.
Opera soprattutto nel Nord e nell’Est della Siria,

L’Isis è il punto di congiunzione tra le varie anime salafite del jihad siriano, e svolge un ruolo di “camera di compensazione” tra le varie fazioni della rivolta fondamentalista. Ed è questa la sua forza.
Il Daesh/Isis è una sorta di Komintern del jihad siriano, e usa spesso gli altri gruppi salafiti come coperture e esche per le azioni russo-siriane.
Quando Vladimir Putin ha dichiarato, all’inizio delle ostilità, che la Russia non avrebbe fatto differenze tra i vari movimenti jihadisti, ha colpito con questo programma proprio il cuore dell’organizzazione e dell’attività politico-militare del Daesh/Isis.
Gli Iraniani hanno mandato la Brigata di commandos Saberin, che in farsi vuol dire “i pazienti”.

Fondata nel 2000, la brigata dei pasdaran opera soprattutto come gruppo di penetrazione in profondità multiruolo in territorio nemico e nelle azioni di cecchinaggio.
Nel Febbraio scorso i Pasdaran e il Saberin sono stati i maggiori gruppi militari a lanciare l’offensiva verso Aleppo per interrompere gli scambi tra Isis e Turchia, e oggi i 2500 militari iraniani operano in gran parte come “consiglieri” dell’Esercito Arabo Siriano di Bashar El Assad.
Qualche volta anche come piloti dei Sukhoi-24M che Mosca ha ceduto ai militari di Bashar El Assad.
I curdi dell’YPG, ne abbiamo già fatto cenno, comandano circa 15.000 combattenti.
Nascono quando, nel 2012, l’esercito siriano abbandona le aree curde e i due partiti nazionali (il PKK e il Partito Unitario Democratico PYD) iniziano a gestire autonomamente l’area curda nella Siria nordoccidentale.

Controllano varie città di confine tra la loro area e il resto della Siria e parte della città di Aleppo, che è evidentemente il centro strategico di tutta questa guerra siriana.
I russi operano oggi come istruttori delle forze di Bashar el Assad e proteggono le loro basi di Tartus, Humaymin e Latakia, mentre si parla di una nuova base russa in costruzione sul confine turco, ad Al-Qamishli, con gli USA che, invece, starebbero costruendo una base nel nordest della Siria insieme ai militanti curdi.

Mosca ha mantenuto in Siria, comunque, i sistemi Pantzir F e S-400 Triumph,
Il primo è un sistema evoluto di missili terra-aria con sensori e direzione automatica del fuoco.

Il S-400 Triumph è inoltre un sistema antimissile particolarmente evoluto, si dice anche migliore del classico Patriot di fabbricazione USA.
L’Esercito Arabo Siriano, la forza di Bashar el Assad, vale circa 14.000 uomini che oggi, dopo la “cura ricostituente” russa e la collaborazione iraniana, hanno una buona efficienza sul terreno.
La recente vittoria dell’EAS ad Al Qaryatain è centrale: garantisce la sicurezza delle pipelines nell’area e permette alle forze di Assad di rompere le linee di comunicazione tra il deserto di Al Badyia e al-Qalamoun, essenziali per i rifornimenti del Daesh-Isis.

Ma qual’è poi il nesso tra le linee di passaggio del gas e del petrolio e la guerra civile e il jihad in Siria?
Se osserviamo una carta geografica, vediamo come le principali pipelines attualmenet attive abbiano evidenti punti di contatto con questo o quel gruppo salafita islamista: ogni rete di trasporto del petrolio o del gas viene controllata in almeno due punti da questo o quel gruppo jihadista.

Ed è proprio per questo motivo che il salafismo locale, Isis compreso, non copre mai tutto il territorio a cui afferisce, ma solo i contorni delle aree che ha conquistato militarmente, che intersecano in almeno due punti una pipeline esistente..
Ma vediamo meglio la questione gaziera e petrolifera, che non è marxisticamente all’origine della guerra in Siria, ma spiega certamente molte cose.

Nel 1989, l’Iran e il Qatar cominciarono a sviluppare il maggior deposito di gas naturale al mondo, il South Pars-North Dome.
Un terzo delle riserve di South Pars sono presenti nelle acque territoriali iraniane e il rimanente nelle zone marine qatariote.
Ma sono due i progetti di sfruttamento, in competizione tra di loro e che riguardano l’attuale guerra civile in Siria.

Il primo è la pipeline Qatar-Turchia: nel 2009, l’emirato offrì ad Ankara la prospettiva di una linea che passava dall’Arabia Saudita, dalla Giordania, dalla Siria fino alla Turchia, per vendere il gas ai consumatori europei e, in particolare, turchi.

Vi è anche un secondo tracciato proposto, che va dall’Arabia Saudita al Kuwait fino all’Iraq e alla Turchia, ma al confine iraqeno ci sono i curdi del PKK, che impedirebbero ogni arrivo del gas naturale sulle coste turche.
E’ questo l’unico progetto per il trasporto di idrocarburi che farebbe diventare secondario il funzionamento delle linee russe, con gli efetti geopolitici che è facile immaginare.
Ma l’Iran ha poi proposto, nel 2011, un tragitto che potrebbe essere alternativo a quello Qatar-Turchia: la linea Iran-Iraq-Siria.

Il gas arriverebbe dal South Pars via Iraq, Siria e Libano.

Se Mosca recupera la sua egemonia in Siria, questa linea potrebbe sovrapporsi alle pipelines iraniane e siriane, evitare la Turchia e far diventare la Russia il leader globale del gas naturale.
Una linea, quella Iran-Iraq-Siria, che potrebbe anche far concorrenza alla rete TANAP-TAP, il corridoio meridionale, i cui lavori sono però in fase di conclusione.
Il TANAP-TAP, nato anch’esso nel 2011, va dall’Azerbaigian attraverso la Georgia fino alla Turchia, attraversando tutta l’Anatolia.
Quindi, la Federazione Russa può, se eserciterà ancora la sua dominance in Siria, distruggere entrambi i progetti, controllando appunto il solo territorio di Damasco.
Da un lato, è molto probabile che Mosca abbia letto la pipeline Qatar-Turchia come una minaccia per i progetti di Gazprom per il mercato europeo.
Ma anche il progetto di origine iraniana, la pipeline Iraq-Siria, potrebbe danneggiare la quota di mercato delle aziende gaziere russe, ancora essenziali per l’intera economia della Federazione.

Ma Mosca potrebbe invece sponsorizzare la linea Iran-Iraq-Siria solo se arrivasse ai porti di Latakia e Tartus, antiche e note sedi militari prima sovietiche e poi russe sul Mediterraneo, fuori dal controllo della Turchia.

Se questo accadrà, la Federazione Russa sarà il vero pivot della geopolitica e dell’economia mediorientale, se invece la tensione in Siria aumenterà o, peggio, se il territorio di Damasco diverrà preda dei jihadisti e delle loro potenze protettrici, allora non avremo nessuna pipeline.

I progetti che passeranno a lato del territorio siriano saranno costantemente minacciati dal jihad della spada, che peraltro non avrà nessuna remora a colpire anche le reti dei Paesi che lo hanno sostenuto finora in Siria.

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