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Economia: con la Cultura si mangia, ma non lo sappiamo fare

Elisabetta Soler, curatrice d'arte, su progettoscenario.it, pubblica una riflessione sulla possibilità che il Bel Paese avrebbe per vivere di cultura, ma come sia incapace di scegliere ed investire sui giovani, riconoscendone le capacità.

Elisabetta Soler, curatrice d’arte, su progettoscenario.it, pubblica una riflessione sulla possibilità che il Bel Paese avrebbe per vivere di cultura, ma come sia incapace di scegliere ed investire sui giovani, riconoscendone le capacità. 

In Italia il mondo della cultura viene spesso percepito come un mondo fatto di musei o fondazioni o salotti abitati da una cerchia ristretta di persone.
Un mondo che non dà lavoro. Negli ultimi dieci anni sono aumentati corsi e master su economia e management dell’arte, per esempio, ma poi nella pratica chi dà lavoro non sa che farsene, non si riesce mai a inserire nel campo lavorativo queste figure qualificate.

Per essere onesti, anche all’estero il mercato dell’arte e della cultura viene preso un po’ sotto gamba.

Anche fuori dall’Italia c’è una percezione come un pianeta di élite, personaggi stravaganti, milionari e annoiati. Unico dato in più: sanno monetizzare meglio di noi. Fino agli anni ’60 un’analisi teorica su cultura e arte sembrava, da parte degli economisti, strana o inappropriata o inutile. Il cambiamento iniziò nel 1966 con Baumol e Baumol con il loro libro “Performing Arts: The Economic Dilemma”, seguiti poi nei due decenni successivi da Blang nel 1975, Thorsby e Withers nel 1983, Globerman sempre nel 1983 e West nel 1986. Questi i primi significativi studi. Dagli anni’ 80, comunque, il mercato iniziò ad espandersi notevolmente e a cambiare portando un maggiore interesse. Oggi investire nell’arte è sia status quo, sia un aspetto non secondario dell’economia mondiale.
Il problema rimane che non riesce a dare lavoro quanto dovrebbe.

Per tornare all’Italia, la situazione è ancora più nera. In questi giorni ci sono dati positivi per visite a musei a Milano e in altre città italiane, ma per essere intellettualmente onesti sono dati pallidi rispetto alle visite in Spagna o in Germania, per non fare un confronto con Parigi o Londra. La cultura italiana rimane poi ostile alla commistione tra arte e finanza. Il nostro sistema produttivo culturale fattura 78,6 miliardi di euro che è pari al 5,4% del PIL.
In Europa vale 558 miliardi, cioè il 4,4 % del PIL continentale, e sempre in Europa dà lavoro a un milione e mezzo di persone.

All’estero ogni euro prodotto in cultura genera un altro 1,7 euro e posti di lavoro, da noi questo non avviene. Purtroppo non si riesce a fare un’analisi seria della situazione e dei motivi del perché non riusciamo a creare posti di lavoro.

La cultura sarebbe una delle spinte fondamentali dello sviluppo e della ripresa economica – che ancora non c’è. Bisognerebbe produrre e amministrare la cultura. Invece ci sediamo soddisfatti su piccoli risultati che sono vittorie di Pirro (per esempio dati delle Fiere), quando da noi chi lavora in questo campo o viene pagato male o in nero, o non viene pagato, e la maggior parte viene trattato come un segretario o un assistente e non come un operatore culturale.

Per esempio, il curatore in Italia è percepito e visto come colui che deve scrivere solo un testo e molti non sanno bene che tipo di mestiere sia, mentre all’estero solo l’assistente del curatore al Tate Gallery viene pagato 30.000 sterline annue. Non si può semplicemente dire ai trentenni di andare a lavorare all’estero se vogliono essere pagati. In America e in Europa si sta dibattendo sulle future figure del mondo del lavoro, da noi si sta ancora litigando su come sono stati scelti dei direttori dei musei.

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