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Grande Guerra, Pillola 78: la più grande umiliazione britannica, la resa di Kut fotogallery

Raramente un esercito, di solito meticoloso ed attento alla logistica come quello imperiale inglese, arrivò a commettere tali e tanti errori in una campagna militare: quella mesopotamica era nata male, era sempre stata condotta con grave superficialità e si concluse, inevitabilmente, con un disastro.

Nella storia delle truppe di Sua Maestà, la campagna di Kut e tutta la prima fase della guerra in Mesopotamia rappresentano una delle pagine più nere: la resa del generale Townshend e i fallimentari tentativi di portare soccorso alla guarnigione assediata dagli ottomani furono vissuti dal popolo britannico come un’insopportabile umiliazione.

Di fatto, raramente un esercito, di solito meticoloso ed attento alla logistica come quello imperiale inglese, arrivò a commettere tali e tanti errori in una campagna militare: quella mesopotamica era nata male, era sempre stata condotta con grave superficialità e si concluse, inevitabilmente, con un disastro. L’ultimo di questi tentativi culminò con la battaglia di Kut, che si svolse tra il 5 ed il 22 aprile 1916, ed il suo esito, negativo per i britannici, segnò, inesorabilmente, la resa dei 10.000 uomini accerchiati dagli ottomani fin dal dicembre dell’anno precedente.

La sola autentica tattica adottata dai comandi britannici, per cercare di raggiungere Townshend a Kut, sembra essere stata quella di mantenere un continuo turnover al vertice delle colonne di soccorso: si sa che un cambio frenetico di linee di comando non aiuta il buon esito di un’operazione, ma, nel caso della Mesopotamia, questo parve essere la regola. Il comandante delle operazioni, generale Aylmer, venne sostituito dal suo collega Gorringe, mentre l’arrivo della 13a divisione del generale Maude portò a circa 30.000 unità il contingente che avrebbe dovuto liberare Kut dall’assedio.

Nel frattempo, anche gli ottomani avevano radunato cospicue riserve a Baghdad, così che, in realtà, gli equilibri sul campo non erano mutati di molto. Dimostrando una scarsa originalità, Gorringe mandò subito le truppe di Maude all’attacco della gola di Hanna, contro cui si era infranto il precedente assalto nel gennaio 1916: tra gennaio ed aprile, intanto, il comandante turco, Khalil, aveva fortificato con lavori di scavo e trincee le due linee di Fallahiyeh e Sannaiyat, preparandosi alla prevedibile offensiva primaverile degli avversari.

All’alba del 5 aprile, le forze di Maude mossero verso le posizioni nemiche e si stupirono di trovare la prima linea ottomana del tutto deserta: di lì, avanzarono verso le posizioni trincerate di Fallahiyeh , che vennero, alla fine, conquistate, dopo un attacco su difficile terreno fangoso e al prezzo di perdite molto elevate. Un attacco sulla riva opposta del Tigri incontrò una resistenza piuttosto blanda e, così, i britannici stabilirono di ripetere l’azione contro le posizioni di Sannaiyat il mattino successivo, anche se, nel solo assalto di Fallahiyeh avevano perso 2.000 uomini.

La resa di Kut

La linea turca però si rivelò un osso durissimo: tutti gli assalti britannici vennero respinti con gravi perdite (1.200 soltanto il 6 aprile, cui se ne aggiunsero molte altre, fino al 9). A questo punto, constatata l’impossibilità di uno sfondamento frontale a Sannaiyat, Gorringe decise di spostare il baricentro dell’attacco sull’altra riva del Tigri, assalendo le linee nemiche di Bait Asia. Le cose in quel settore sembrarono procedere decisamente meglio: nonostante un terribile temporale che ne rallentò la manovra, i britannici il 15 aprile conquistarono le linee avanzate e il 17 cadde anche Bait Asia, con perdite relativamente contenute.

A questo punto, Khalil, come prevedibile, scatenò un poderoso contrattacco notturno, con circa 10.000 soldati: questo assalto, alla fine, venne respinto dai soldati anglo-indiani, con circa 4.000 perdite turche e 1.600 britanniche. Proprio questo ulteriore dissanguamento delle forze di Gorringe rese però impossibile ogni ulteriore avanzata lungo quella sponda del grande fiume.

Così, senza attendere altri 5.000 uomini che lo stavano per raggiungere, inviati dal quartier generale di Bassora, Gorringe spostò di nuovo il proprio obiettivo verso le linee trincerate di Sannaiyat: questo indica la sua confusione tattica, dato che lo sfondamento, rivelatosi impossibile due settimane prima, lo sarebbe stato, a maggior ragione, in quel momento, con forze decimate e truppe nemiche rinforzate.

Nonostante questo, il 22 aprile, una brigata andò all’attacco delle posizioni turche, dopo un bombardamento preliminare che servì soltanto a mettere in allarme i nemici. Usando una tattica consolidata, Khalil, dapprima, evacuò le linee difensive più esterne, per poi lanciare un robusto contrattacco, che respinse nelle loro posizioni di partenza i britannici, che lasciarono sul campo altri 1.300 uomini. A questo punto, gli inglesi, esausti, ricorsero ad un ultimo tentativo di rifornire Kut via fiume, attraverso un battello armato (lo Julnar), ma anche questa extrema ratio fallì, condannando gli uomini di Townshend alla resa. Fallita l’offerta britannica della salvezza per i 10.000 di Kut in cambio di un milione di sterline, il 29 aprile 1916, Townshend con tutta la sua guarnigione dovette arrendersi senza condizioni agli ottomani.

Questo disastro che, come si è detto, rappresentò un’enorme umiliazione per le truppe inglesi, determinò anche un colpo assai positivo per il morale degli imperi centrali e limitò notevolmente l’influenza britannica nel settore mediorientale, almeno per il momento. In tutto, la campagna di Kut era costata all’esercito inglese 23.000 uomini, cui si devono aggiungere le migliaia di soldati che morirono in prigionia, per le pessime condizioni in cui dovettero sopportare la detenzione turca.

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