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Grande Guerra, Pillola 77: per obbedire all’alleato, la battaglia di Vilna

Esattamente come soldati francesi o britannici caddero per difendere il Piave, così soldati italiani e russi si sacrificarono per il successo di Francia ed Inghilterra: l’offensiva lanciata dalle truppe russe nel settore di Vilna mosse dal medesimo antefatto della quinta battaglia dell’Isonzo.

L’offensiva lanciata dalle truppe russe nel settore di Vilna, ossia Vilnius, nell’attuale Lituania, il 18 marzo del 1916, mosse dal medesimo antefatto della quinta battaglia dell’Isonzo e fu, sia pure in scala decisamente maggiore, anch’essa una conseguenza della strategia varata con la conferenza interalleata di Chantilly, del dicembre 1915.

Le truppe francesi, duramente impegnate a Verdun, avevano bisogno di azioni alleate che costringessero gli imperi centrali a diminuire la loro pressione nella Woevre e, quindi, le autorità francesi insistettero decisamente presso i comandi dell’Intesa perché venissero rapidamente scatenati attacchi contro le posizioni avversarie sui vari fronti. La stessa, colossale, battaglia della Somme, che sarebbe iniziata da parte britannica il 1 luglio successivo, rientrò, in fondo, in questo vasto piano di assistenza all’esercito francese, che si stava dissanguando davanti a Verdun.

Questo interscambio strategico ci permetterebbe di aprire una sorta di contenzioso circa le pretese anglo-francesi di assunzione di meriti, in realtà inesistenti o quasi, nella resistenza italiana sul Piave, che, però affronteremo al momento opportuno: per ora, basti dire che, esattamente come soldati francesi o britannici caddero per difendere il Piave, così soldati italiani e russi si sacrificarono per il successo di Francia ed Inghilterra, in una reciprocità di sforzi che sarebbe in malafede e storicamente sbagliato non considerare.

Sul fronte orientale, le armate del generale Alekseev, forti di 1 milione e 500.000 soldati, combattevano contro quelle austro-tedesche, che ammontavano a circa 1 milione di effettivi: sulla carta, dunque, erano le forze zariste a possedere una consistente superiorità: per questo, alle richieste francesi di intervento, il comandante russo stabilì di lanciare un’offensiva in grande stile nel settore più settentrionale del fronte, in cui questa superiorità era più marcata, ed ordinò al comandante delle armate nord, generale Kuropatkin di lanciare un’offensiva verso Vilnius.

Il nucleo fondamentale dell’attacco sarebbe stato sotto la responsabilità della 2a armata dell’anziano generale Smirnov, che si trovava ad est della capitale lituana, con i suoi 350.000 uomini, appoggiati da quasi 1.000 pezzi d’artiglieria, cui si opponevano i 75.000 uomini con 400 cannoni della 10a armata germanica del generale Eichorn. Nonostante i significativi vantaggi in termini di truppe e di artiglieria, l’attacco di Smirnov venne effettuato in maniera del tutto inadeguata, tanto per coordinamento che per capacità di manovra: il 16 marzo cominciò in tutto il settore un pesantissimo bombardamento preliminare, che ebbe conseguenze limitatissime, per l’imprecisione e la dispersione dei tiri. I comandi delle batterie di artiglieria pesante e leggera litigavano continuamente, senza mettersi d’accordo: i colpi cadevano sulla neve e sul terreno molle senza esplodere e, di notte, vennero accesi dei riflettori per accecare i nemici, mentre, in realtà, essi si rivelarono degli splendidi bersagli per i tiri dell’artiglieria tedesca.

Queste 48 ore di fuoco, tanto mal gestito, vennero chiamate ironicamente dai francesi: “son et lumière de Smirnoff”. Alla fine di due giorni di preparazione d’artiglieria, il 18 marzo, le fanterie si mossero secondo schemi tattici del tutto obsoleti e senza riguardo alcuno per le reali condizioni del campo di battaglia, reso pressoché impraticabile dal disgelo, che lo aveva trasformato in una distesa di fango e neve fradicia, in cui le truppe di Smirnov si impantanarono, offrendo un facile bersaglio alle mitragliatrici germaniche. Le fanterie zariste insistettero nei tentativi di sfondare le linee avversarie sul lago Naroch, in direzione sud-ovest, finchè, il 21 marzo, stremate dalle perdite insostenibili, dovettero sospendere l’azione: i tedeschi avevano perso circa 20.000 uomini, contro i quasi 100.000 russi messi fuori combattimento. Anche l’avanzata di Kuropatkin da Riga verso ovest venne respinta agevolmente in un solo giorno, con altre 10.000 perdite russe. Soltanto le truppe del generale Baluev, coperte da una fitta nebbia, riuscirono ad avanzare qualche chilometro lungo le sponde del lago Naroch, ma si trattò di un successo estremamente circoscritto e di nessuna importanza strategica.

Le scaramucce di artiglieria durarono fino ad aprile: nel frattempo, una serie di contrattacchi mirati permise alle truppe di Eichorn di riconquistare anche i piccoli lembi di fronte precedentemente occupati dai loro avversari, riportando la situazione al punto di partenza. Tutto questo, soprattutto, senza che i tedeschi avessero dovuto distogliere alcun reparto da Verdun, dove la battaglia infuriava sempre più feroce e sanguinosa: si trattò, insomma, di una generosa carneficina, subita dai russi per onor di firma e senza risultati strategici di rilievo, nell’economia globale del conflitto.

Non sarebbe passato molto tempo che i soldati dello zar sarebbero stati chiamati ad un nuovo formidabile impegno, per alleggerire la pressione da un alleato in difficoltà: solo che, questa volta, si sarebbe trattato degli italiani, che si trovavano a fronteggiare l’imponente offensiva primaverile di Conrad in Trentino e sull’altopiano dei Sette Comuni. Nel frattempo, Kuropatkin venne sollevato dall’incarico, ma la sua disastrosa gestione dell’esercito aveva avvicinato di un altro passo il momento in cui le terribili condizioni in cui versavano i soldati al fronte avrebbero posto le basi di una rivolta che si sarebbe, ben presto, trasformata in rivoluzione.

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