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Elio de Capitani e gli interpreti di “Morte di un commesso viaggiatore” incontrano il pubblico

Elio de Capitani e Cristina Crippa insieme agli altri interpreti del capolavoro di Arthur Miller in scena al Teatro Donizetti sino al 3 aprile, saranno i protagonisti del prossimo incontro con il pubblico in Sala Riccardi, giovedì 31 marzo alle ore 18, moderato dal direttore artistico della Stagione di prosa del Donizetti Maria Grazia Panigada.

Elio de Capitani e Cristina Crippa insieme agli altri interpreti del capolavoro di Arthur Miller in scena al Teatro Donizetti sino al 3 aprile, saranno i protagonisti del prossimo incontro con il pubblico in Sala Riccardi, giovedì 31 marzo alle 18, moderato dal direttore artistico della Stagione di prosa del Donizetti Maria Grazia Panigada.

A seguire, come sempre, aperitivo a cura di IPSSAR San Pellegrino (ingresso libero sino ad esaurimento dei posti disponibili).

Morte di un commesso viaggiatore sarà in scena sino al 3 aprile, sempre alle 20.30 eccetto la domenica alle 15.30, nella regia e interpretazione di Elio De Capitani (produzione del Teatro dell’Elfo).

Dopo il prezzo, si completa l’omaggio del Donizetti al drammaturgo statunitense nel decennale della morte (2005-2015) con il suo testo più famoso, in scena – anche in questo caso – nella traduzione di Masolino D’Amico. Elio De Capitani, regista e protagonista, ha conquistato con questa sua interpretazione di Willy Loman – figura tragica di uomo comune nel quale potrebbe riconoscersi chiunque – il premio Hystrio, il premio Flaiano e il premio dell’Associazione Nazionale dei Critici. Il teatro di Miller presenta molte coincidenze con il momento storico attuale: il mutuo da pagare, la disperazione di chi si uccide perché non ha più i mezzi per sopravvivere o perché ha fallito nella scalata sociale. Il tema di fondo è l’apparenza, quel “far finta” che non è altro che la perenne costruzione di noi stessi per come vogliamo apparire, l’uomo ha bisogno di simulazione e al tempo stesso può rimanerne schiavo. Uno spettacolo importante in cui si mescolano armoniosamente il piano del presente a quello del passato, in un andare e venire fra realtà e sogno.

Morte di un commesso viaggiatore

«Costruito inizialmente sul ricordo di mio zio – spiegava Arthur Miller – il personaggio di Willy Loman, il protagonista di Morte di un commesso viaggiatore, s’impadronì velocemente della mia immaginazione e divenne qualcosa che non era mai esistito prima: un commesso viaggiatore con i piedi sui gradini della metropolitana e la testa nelle stelle». Un’immagine che racconta la grandezza di questo personaggio, figura tragica di uomo comune nel quale potrebbe riconoscersi chiunque, nell’America del dopoguerra come oggi. Un’universalità che ha portato questo testo, andato in scena per la prima volta nel febbraio del 1949 a New York per la regia di Elia Kazan, a ottenere il più clamoroso successo teatrale di quegli anni, negli Stati Uniti come in molti altri paesi.

Un classico del Novecento che Elio De Capitani affronta, dopo il lavoro su Tennessee Williams, per proseguire una personale riflessione sulla vita d’oggi e sul tema dei rapporti tra giovani e adulti attraverso la drammaturgia americana d’ogni epoca.

Accanto a lui nel ruolo della moglie Linda Loman, la sua compagna d’arte e di vita Cristina Crippa, protagonista dei suoi recenti allestimenti di Improvvisamente, l’estate scorsa e della Discesa di Orfeo; i figli dei protagonisti (Biff e Happy) sono interpretati da Angelo Di Genio e Marco Bonadei, giovani attori dell’applauditissimo gruppo di The history Boys, come lo sono anche Vincenzo Zampa (Howard) e Andrea Germani che è Bernard, il figlio di Charlie, l’amico-antagonista, interpretato da Federico Vanni. Da History boys arriva anche Gabriele Calindri, da alcuni anni presenza costante nelle produzioni dell’Elfo, che qui è lo zio Ben. Due giovani attrici completano il cast: Alice Redini (già protagonista all’Elfo in Viva l’Italia) e Marta Pizzigallo, premio Hystrio 2013.

Miller racconta gli ultimi due giorni di vita di un commesso viaggiatore, prima del suo suicidio, riuscendo a mettere in luce, oltre alla precarietà della sua condizione socio-economica – che oggi appare ancora di grande attualità – il dramma di un fallimento esistenziale. Brillante venditore dalla lingua sciolta, che ha fondato la sua vita sulla rincorsa del successo personale e professionale e sull’aspirazione alla “popolarità” per sé e per i propri figli, Loman si ritrova escluso dal “sogno americano”: a 63 anni non riesce più a piazzare la merce, non regge più la fatica dei lunghi viaggi attraverso l’America (che un tempo avevano per lui il sapore dell’avventura e della conquista). Soprattutto non riesce più a illudersi e illudere, vede sgretolarsi il castello di grandi sogni e piccole bugie che ha faticosamente costruito: «Ormai è ridicolo, fuori moda, ma è così», ammette la moglie Linda che da una vita lo sostiene. Nei figli Biff e Happy ha alimentato le stesse illusioni, proiettando su di loro aspettative e fallimenti, fino a minarne l’equilibrio e la felicità: «Ecco il prodigio, il prodigio di questo paese… che un ragazzo possa finire coperto di diamanti anche solo grazie alla sua popolarità, al suo sorriso!».

Ormai incapace di stare nella realtà – con i piedi ben piantati “sui gradini della metropolitana” – Willy non distingue più tra presente e passato, sogni e ricordi, tra quanto si agita nella sua testa (il titolo avrebbe dovuto essere proprio The inside of his head) e la vita vera. Per mettere in scena questo groviglio di emozioni, Arthur Miller sceglie una via totalmente innovativa: tutto quello che “accade” nella mente di Willy, viene messo concretamente in scena, senza distinzioni tra flash-back, ricordi o visioni future.

La regia e l’interpretazione di De Capitani seguono questa strada, come anche la scena di Carlo Sala che non individua luoghi deputati, ma ridisegna il palco con una parete obliqua, da cui emergono pochi elementi e arredi, per definire uno spazio (e un tempo) che è mentale e fisico, dentro e fuori, presente e passato.

Morte di un commesso viaggiatore

MORTE DI UN COMMESSO VIAGGIATORE

di Arthur Miller, traduzione Masolino d’Amico; regia Elio De Capitani; scene e costumi Carlo Sala; luci Michele Ceglia; suono Giuseppe Marzoli. Con Elio De Capitani, Cristina Crippa, Angelo Di Genio, Marco Bonadei, Federico Vanni, Andrea Germani, Gabriele Calindri, Alice Redini, Vincenzo Zampa, Marta Pizzigallo. Produzione Teatro dell’Elfo.

«Noi siamo quel che facciamo finta di essere, sicché dobbiamo stare molto attenti a quel che facciamo finta di essere» ha scritto Kurt Vonnegut in Madre notte. Questa frase molto elfica – è stata lo slogan di una stagione – è rispuntata, come il messaggio nella bottiglia, nella lettera d’addio di Diana, una nostra collaboratrice che ha lasciato dopo anni di appassionato lavoro nel nostro teatro. Pensavo che il tema di Morte di un commesso viaggiatore fosse la menzogna e invece è l’apparenza, quel “far finta” che non è altro che la perenne costruzione di noi stessi per come vogliamo apparire. Scrivevo nei miei appunti: «Da un lato la menzogna pubblica di Nixon (protagonista dello spettacolo Frost/Nixon), che fa dell’intera nazione il proprio palcoscenico d’attore, dall’altro quella più intima e privata del commesso viaggiatore Willy Loman, che fa della propria famiglia – e poi della sua stessa mente – il palcoscenico della sua illusoria rappresentazione.

Sto scavando da anni nella psiche dei bugiardi cronici, dal Caimano di Moretti al Roy Cohn di Angels in America, fino al povero Hector di History boys – la più innocente di queste figure di uomini che mentono a se stessi – e ora aggiungo queste due figure imponenti». Specchiarmi nella complessità del mentire, come riflesso in negativo del nostro connaturato istinto di conservazione, mi sembra una necessità di questi tempi, anche se è da secoli la nostra malattia nazionale. Ma ora, che siamo in una fase acuta dell’epidemia (e se non ci curiamo, non ne usciremo mai), grazie a Vonnegut e Arthur Miller intuisco che il senso ultimo del nodo culturale ed esistenziale che avviluppa il nostro paese non è l’apparenza, il far finta, ma l’intreccio tra far finta e sopravvivere, l’intreccio tra noi e il bisogno di sognare qualcosa di diverso: sognare noi, ma diversi da quello che siamo e sognare un mondo diverso da quello che è. Sognare, far finta, simulare, immaginare: sono verbi che si declinano sia sul fronte della menzogna che su quello del progetto.

Morte di un commesso viaggiatore

Non è dunque lì il nodo? L’uomo ha bisogno di simulazione e al tempo stesso può rimanerne schiavo. Lo stesso dilemma della politica è tutto qui. E anche il paradosso del mio mestiere, l’attore: la “verità scenica”, se ci pensate, è un ossimoro paradossale. Ma come farne a meno, se quella finzione è uno strumento così prezioso d’indagine, inventato dai greci come strumento massimo di autoconsapevolezza. In fondo il teatro è il punto d’incontro tra tante cose che prima mancavano all’uomo per riflettere collettivamente su se stesso. Un punto di incontro persino tra antropologia e storia, un punto di incontro innovativo, creato 25 secoli fa. Ecco perché il dramma di Willy Loman ci commuove e ci strazia, perché non riusciamo a essere razionali di fronte a Willy Loman, perché lo odiamo molto meno di quello che si meriterebbe.

“Lascia fare alla vita questa vecchia fatica” faceva dire al Mario della sua canzone Enzo Jannacci. Perché la vita sta facendo a Willy Loman quello che non vorremmo mai facesse a noi. Quella reazione di difesa, dal fallimento di una vita verso i sogni e l’illusione, ci piglia in gola perché sappiamo bene di che si tratta. Si tratta di qualcosa che esiste in noi da sempre, come diceva Pina Bausch. «Si deve trovare un linguaggio con parole, immagini, movimenti, atmosfere che faccia intuire qualcosa che esiste in noi da sempre. È una conoscenza molto precisa, che possediamo tutti. I nostri sentimenti, quelli di tutti noi, sono molto precisi. […] Per questo non occorrono spiegazioni: tutto è direttamente visibile. Ogni spettatore lo può vedere con il proprio corpo e con il cuore». Il semplice segreto di Morte di un commesso viaggiatore in fondo è qui.

Per dare vita ai personaggi di Morte di un commesso viaggiatore ho voluto accanto attori a me tutti molto cari, scelti secondo due criteri professionali e personali molto particolari. Attori sperimentati e vicini alla mia sensibilità, ma anche persone che avessero nella loro biografia personale un motivo in più per interpretare con particolare ricchezza spirituale e profondità esistenziale questi personaggi. Di ognuno conosco una molla segreta che li spingerà a costruire qualcosa di assolutamente non banale nell’approccio. Sarà un esperimento, per certi versi laboratoriale, di ritorno alle radici del mio lavoro sulla reviviscenza scenica, temperata da una certa natura ineludibilmente espressionista del testo. L’esperimento è reso urgente dalla necessità di mettere in comune, con forza, un metodo e uscire dalla confusione che regna nella professione attorale oggi. Siamo alla ricerca di un metodo di lavoro dell’attore, di una recitazione di grande forza interiore al servizio della costruzione organica del personaggio e dell’azione scenica e di un teatro aperto. Un teatro con una vocazione naturale a temperare epica ed interiorità in un nuovo equilibrio: non ho ancora trovato una parola che lo definisca.

Elio De Capitani

Morte di un commesso viaggiatore

BIGLIETTERIA E INFORMAZIONI

Informazioni sugli spettacoli: tel. 035.4160678 dal lunedì al venerdì ore 9-12 / 15-17.
Biglietteria del Teatro Donizetti: tel. 035.4160601/602/603; da martedì a sabato, ore 13-20; domenica ore 14-15:30 (solo nelle domeniche di spettacolo).
Acquisti online su vivaticket.it
I biglietti hanno un costo da 10 a 28 euro.

La Stagione di prosa è realizzata dal Comune di Bergamo, con il supporto della Camera di Commercio di Bergamo e della Fondazione Credito Bergamasco.

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