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Grande Guerra, Pillola 76: per obbedire all’alleato, la quinta battaglia dell’Isonzo fotogallery

L’11 marzo del 1916, quando, sui monti, c’era ancora gran parte della enorme quantità di neve caduta nel corso del durissimo inverno 1915-16, affrontato dai combattenti senza equipaggiamenti adeguati, il comando supremo italiano lanciò una serie di attacchi su quasi tutto il fronte, che presero il nome di quinta battaglia dell’Isonzo.

L’11 marzo del 1916, quando, sui monti, c’era ancora gran parte della enorme quantità di neve caduta nel corso del durissimo inverno 1915-16, affrontato dai combattenti senza equipaggiamenti adeguati, il comando supremo italiano lanciò una serie di attacchi su quasi tutto il fronte, che presero il nome di quinta battaglia dell’Isonzo.

Le sanguinose esperienze dell’anno precedente e la pausa invernale sembrarono non aver reso più saggi né più acuti tatticamente Cadorna ed i suoi generali: di nuovo, l’attacco venne effettuato su un tratto troppo vasto del fronte, sempre sui medesimi obiettivi e con la medesima tecnica d’approccio: con queste premesse, non vi era alcuna ragione per cui questa quinta spallata non dovesse finire come le precedenti quattro, e, infatti, finì esattamente come le altre, con un nulla di fatto.

Va detto che Cadorna, probabilmente, avrebbe preferito cancellare direttamente dalla propria tabella di marcia questa offensiva interlocutoria e mal preparata, aspettando la bella stagione per scatenare un attacco di ben altre proporzioni in direzione della soglia di Gorizia, sfruttando i nuovi reggimenti arruolati grazie alla leva e il nuovo schieramento delle proprie artiglierie, notevolmente avvicinate alla prima linea. Intervennero, però, gli alleati, che, in concomitanza con la grande operazione germanica contro Verdun, insistettero energicamente presso il comando supremo, affinchè lanciasse un’azione di alleggerimento in Italia, in modo da distogliere, almeno in parte, l’attenzione degli imperi centrali dalla Francia: la guerra, infatti, si era trasformata in un partita giocata su tre fronti, in cui, dopo le prime due conferenze interalleate di Chantilly (7 luglio e 6 dicembre 1915), i comandanti dell’Intesa avrebbero dovuto agire di concerto, coordinandosi.

Nella terza conferenza, tenutasi il 14 marzo del 1916, ovvero proprio durante la quinta battaglia dell’Isonzo, si progettarono, per la verità, le enormi offensive dell’estate, ma già da tempo Joffre premeva per l’azione italiana.

Così, Cadorna, obtorto collo, dovette mandare all’attacco le sue brigate, contro i soliti obiettivi: Santa Maria di Tolmino e il Mrzli, nella valle dell’Isonzo; il Rombon, nella conca di Plezzo; il San Michele, il Sabotino e il Calvario/Podgora, intorno a Gorizia; il Sei Busi e le quote sopra Monfalcone. La 2ª e la 3ª armata si trovarono ad attaccare su di un terreno già cosparso dei cadaveri dei soldati caduti in autunno, contro obiettivi pressoché inespugnabili, in quelle condizioni e con quei mezzi tecnici e tattici: sul Rombon, ad esempio, gli alpini si trovarono quasi paralizzati dalla neve e furono sottoposti ad un autentico tiro al bersaglio da parte delle mitragliatrici avversarie.

Sul Calvario, una montagnola di soli 240 metri sulla destra Isonzo, intere divisioni si consumarono, nel corso del 1915 e dei primi mesi del 1916, senza ottenere il possesso del contesissimo cocuzzolo, difeso da trincee ben concepite, da profondi campi di filo spinato e dal tiro preciso di artiglierie schierate anche a notevole distanza. In generale, tutta la cosiddetta “testa di ponte” di Gorizia era stata trasformata dagli Austroungarici in una formidabile fortezza: i modestissimi rilievi del Calvario/Podgora, di Oslavia, del Grafenberg, su su fino al Sabotino, che, coi suoi 609 metri, ne rappresentava la vetta maggiore, erano un’autentica trappola per le truppe italiane, che dovevano prenderli d’assalto dal basso verso l’alto e senza ripari o punti d’approccio degni di questo nome. Non è, forse, soltanto una voce popolare quella secondo cui, volendo, in pratica, liberarsi della scomoda presenza degli irredenti triestini e giuliani e dei volontari, i comandi italiani li avviarono in quel settore, dove pagarono un pesante tributo di sangue.

Quelle terribili quote, insieme alle quattro cime del San Michele, sarebbero cadute rapidamente, soltanto cinque mesi dopo, una volta investite con mezzi adeguati e ben altro approccio tattico. Nel caso della quinta battaglia dell’Isonzo, si trattò soltanto di un tentativo velleitario e poco convinto, compiuto quasi controvoglia e per ottemperare ad un accordo: tanto è vero che non esisteva neppure un ordine generale di attacco, stilato dal comando supremo, ma si lasciava ai singoli comandanti di settore la libera iniziativa.

La 2ª armata si impantanò nell’alto Isonzo: la 3ª, non potendo contare sul supporto del fianco sinistro, arrancò per qualche giorno, conquistando qualche ordine di trincee fra Monfalcone e Redipuglia, ma si trattò di azioni senza una reale rilevanza militare.

Insomma, la quinta non fu veramente una battaglia, ma una serie di attacchi a macchia di leopardo, che vennero catalogati come un’unica azione tattica quasi solo ad uso della storiografia sistematica della guerra sul fronte italiano. Solo sul Sabotino, in definitiva, gli italiani riuscirono ad avvicinare la loro trincee di partenza un poco più vicino alla linea di cresta e ai micidiali fortini e al Dentino: in proiezione, questi pochi metri, ad agosto, avrebbero fatto una significativa differenza.

Il 15 marzo, i cannoni tacquero, la solita relativa calma scese sulla terra devastata del Carso e dell’Isonzo, e tutti rimasero in attesa di una tempesta che andava addensandosi e che, ad agosto, si sarebbe scatenata in tutta la sua terribile potenza. Nel frattempo, però, altre nubi temporalesche si andavano radunando sul Trentino e l’altopiano dei Sette Comuni: ne sarebbe scaturita la Frühjahrsoffensive, l’offensiva di primavera, che tutti conoscono col suo significativo soprannome di Strafexpedition.

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