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Nella Via Crucis la preghiera di Papa Francesco per le vittime del terrorismo islamico

Venerdì Santo con l’incubo del terrorismo islamista. Ma «Dio è misericordia» è il titolo della Via Crucis al Colosseo del Venerdì Santo, 25 marzo 2016, presieduta da Papa Francesco nell’Anno Santo straordinario della misericordia.

Il pensiero va all’incubo dei terroristi islamisti che hanno colpito vittime innocenti martedì 22 marzo 2016 nell’aeroporto e nella metropolitana di Bruxelles.

Il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato, nella celebrazione per l’apertura della Porta Santa della basilica di San Vitale, nei pressi della Questura di Roma e del Comando dei vigili del fuoco, ringrazia poliziotti, forestali e pompieri per il loro impegno «contro il terrorismo».

Il cardinale esprime gratitudine per l’impegno profuso «nel difendere la sicurezza della gente e quei valori di libertà, di democrazia, di rispettosa e solidale convivenza che sono sotto attacco». E poi, rispondendo ai giornalisti sugli attentati di Bruxelles, dichiara: «Dopo i tragici fatti di Parigi si stava tornando alla normalità e c’è stato questo brusco risveglio. Episodi così non possono lasciarci tranquilli. Ma in Vaticano – dice riferendosi soprattutto a Papa Francesco – tutto va avanti come programmato. Non cambia nulla».

I testi delle meditazioni della Via Crucis sono composti dal cardinale Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia e vicepresidente della Conferenza episcopale italiana: di fronte alle paure dell’uomo, al dolore, alle persecuzioni e alla violenza, la misericordia è il canale della grazia che da Dio giunge a tutti. Nelle 14 stazioni anche parole di don Primo Mazzolari, per il quale è iniziato il processo per la causa di beatificazione, del poeta padre David Maria Turoldo e di San Giovanni Paolo II e riflessioni sui cristiani perseguitati, gli ebrei uccisi nei campi di sterminio, le famiglie lacerate e le ostentazioni dei potenti.

Il percorso di Cristo verso il Golgota è l’estremo dono misericordioso di Dio per gli uomini. Nel cammino giubilare i testi del cardinale Bassetti sottolineano l’amore immenso di Cristo che giunge allo «scandalo della croce» contrapponendosi alle meschinità degli uomini e partecipando agli strazi dell’umanità. Il corpo flagellato e umiliato di Gesù «indica la strada della giustizia di Dio che trasforma la sofferenza più atroce nella risurrezione». Ma c’è chi ha paura di perdere le proprie sicurezze o chi teme il diverso, lo straniero, il migrante e non vi scorge il volto Cristo. E le domande a Dio sui «perché» del dolore nel mondo diventano preghiera «per gli ebrei morti nei campi di sterminio, per i cristiani uccisi in odio alla fede, per le vittime di ogni persecuzione».

In Gesù che incontra la Madre Maria si può scorgere l’immagine della famiglia, «cellula inalienabile della vita comune, della società e architrave insostituibile delle relazioni umane», mentre nel tenero gesto della Veronica che asciuga il volto di Gesù si può riconoscere l’amore forte che sfida ogni cosa – anche le ire degli occupanti romani e dei benpensanti ebrei – pur di donarsi.

Il secondo inciampo e la seconda caduta di Cristo insegna che il peccato fa cadere più volte e che non ci si salva da soli. La terza caduta ricorda la sofferenza delle famiglie spezzate, di chi non ha un lavoro, di tanti giovani precari. E così la supplica a Dio si leva per quanti «sono a terra» a causa di matrimoni falliti, di drammi o per l’angoscia del futuro.

Gesù spogliato dalle vesti ricorda invece «i bambini profanati nella loro intimità, chi ha subìto abusi o non è rispettato nella propria dignità». E il pensiero corre a quelle povere donne che chiedevano e sulle quali dei giovinastri hanno urinato sghignazzando.

Ma è dalla sua croce – suggerisce il cardinale Bassetti – che risplende «l’onnipotenza che si spoglia, la sapienza che si abbassa fino alla follia, l’amore che si offre in sacrificio». Accanto due malfattori. L’uno propone a Gesù «di scappare dalla croce ed eliminare la sofferenza ed è la logica della cultura dello scarto»; l’altro accetta la volontà di Dio e volge lo sguardo verso l’alto aprendosi «alla cultura dell’amore e del perdono».

Gesù muore in croce, ma la sua «è la celebrazione più alta della testimonianza della fede», come quella di tanti martiri – anche dei tempi più recenti – «veri apostoli del mondo contemporaneo», come Massimiliano Kolbe ed Edith Stein.

Al termine del percorso terreno di Cristo proprio nei testimoni emerge «la forza della fede». Come quella di Giuseppe di Arimatea. Una fede che si fa «accoglienza, gratuità e amore» nel chiedere il corpo di Cristo e nel seppellirlo «con semplicità e sobrietà», in netto contrasto – sottolinea il cardinale Bassetti – «con l’ostentazione, la banalizzazione e la fastosità dei funerali dei potenti di questo mondo». E il pensiero corre ai capi e capetti della criminalità omaggiati anche da morti dai propri gregari e dalle donne in lacrime anziché suffragati da un «Requiem».
Si chiude il sepolcro di Gesù, ma non è la morte ad aver posto fine a tutto, perché nelle tenebre di quella tomba di Gerusalemme, silenziosamente, Dio è «all’opera per generare nuova grazia nell’uomo che ama».

In fondo è la lezione della Sindone di Torino, segno della passione e morte di Gesù e retaggio della risurrezione di Cristo.

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