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House of Cards, il ritorno dell’imperatore Kevin Spacey entusiasma ancora

Iniziata il 9 marzo su Sky Atlantic, la quarta stagione di House of Cards rilancia la serie annunciando una possibile resa dei conti per Frank Underwood, interpretato dallo strepitoso Kevin Spacey

Dopo le prime due stagioni stellari e una terza un filo sottotono, House of Cards ritorna in grande stile con colpi di scena, dialoghi serrati e ribaltamenti di prospettive che la posizionano sicuramente nell’empireo di questa stagione televisiva. I protagonisti sono sempre loro, Frank e Claire Underwood, con il loro portato di cinismo, ferocia e brutalità, al servizio della conservazione del potere.

Dopo aver raggiunto il più alto scranno della Casa Bianca, infatti, si trovano a destreggiarsi con crisi internazionali e terrorismo nel momento in cui devono conquistare la convention democratica per poter rimanere altri quattro anni alla Presidenza. Oltre alla minaccia esterna, dunque, i due postmoderni coniugi Macbeth devono misurarsi anche su un duplice fronte interno: con l’agguerritissima concorrente democratica, Heater Dunbar, e con il governatore repubblicano Will Conway altrettanto ambizioso e determinato.

House of Cards

Il gioco di specchi fra la finzione messa in scena dall’autore Beau Willimont e la cronaca politica statunitense è piuttosto evidente e regge davvero bene, rendendo ancor più gustosa sia questa quarta stagione sia l’attualità dell’imminente tornata elettorale statunitense. Interessante invece notare come Willimont riesca a superare di gran lunga in meglio la realtà nella rappresentazione del candidato repubblicano: il giovane Conway è un ex militare, bellissimo, con un fisico statuario e animato da valori fortemente libertari, anche se conservatori. Tutto l’opposto di Donald Trump, insomma, che non perde mai occasione per far bella mostra di sé, vomitando frasi xenofobe e ultrareazionarie, sproloquiando di economia e ostentando un’inguardabile cotonatura giallo zafferano.

Il vero fuoco di questa stagione mi pare però un altro ed è rappresentato dalla più temibile delle minacce, alla quale nemmeno l’uomo più potente del mondo è in grado di sfuggire: la crisi coniugale che ha investito la coppia presidenziale esplode infatti in tutta la sua violenza, con tanto di abbandono del talamo nuziale e fuga della First Lady nella sua vecchia casa in Texas, accolta da una madre malata di cancro e con la quale i rapporti non sono certo idilliaci. Sull’asse Claire-Frank si può quindi scorgere l’archetipo della dimensione di coppia contemporanea, che non si esprime solo in termini di complicità ma anche di competizione, se non addirittura di aperta ostilità, arrivando a delineare una traiettoria che manda in frantumi il concetto stesso di famiglia tradizionale. Al punto da includere nell’intimità di coppia anche un terzo incomodo che, oltre ad essere partner sessuale della First Lady, rappresenta anche la voce della coscienza di entrambi.

Una promiscuità morale che si fonda sulla realistica convinzione che nessuna relazione, per quanto solida e sincera, possa esaurire i bisogni emotivi, intellettuali e sessuali di moglie e marito.

House of Cards

Nessuna persona da sola è in grado di dare ad un’altra tutto quello di cui ha veramente bisogno. Dunque, non c’è alcun tradimento, ma solo un superamento dei confini convenzionali del matrimonio attraverso l’estensione del perimetro relazionale verso una nuova forma di unione la cui natura appare tuttavia di difficile comprensione.

Il dato di realpolitik che muove i due protagonisti li colloca su una dimensione ultraumana e, inevitabilmente, si riflette anche nelle scelte politiche del presidente Usa: frustrato dalla difficoltà di ottenere il consenso entrando nel cuore degli elettori, Frank sfonda continuamente anche i confini del mandato presidenziale, trasformandosi da presidente di una democrazia matura in imperatore di una neonata democratura.

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