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Bossetti e le sue “verità”, il processo show e la Giustizia fotogallery

Dopo le deposizioni di Massimo Bossetti, accusato di aver ucciso Yara Gambirasio, 13enne di Brembate Sopra, è ancora più difficile sbrogliare la matassa alla ricerca della verità necessaria alla Giustizia.

La Giustizia si basa sulla verità. E la verità emerge dai fatti, dalle prove. Anche scientifiche. In questo processo che vede imputato Massimo Giuseppe Bossetti, 45 anni, carpentiere nella vita e padre di tre figli, accusato di aver ucciso Yara Gambirasio, una 13enne di Brembate Sopra la sera del 26 novembre 2010 mancano molti elementi.

Di certo ci sono abbondanti tracce del DNA di Bossetti trovate sui leggins e sugli slip di Yara, misti al sangue della vittima. Una prova schiacciante.

Mancano il movente e l’arma del delitto.

Poi ci sono una serie di elementi che si incastrano e che da contorno diventano centrali alla scena del crimine e pesanti coincidenze.
Ci sono: il furgone bianco, la polvere di cantiere che viene trovata nei polmoni della vittima, i fili del tessuto dei sedili del furgone identici a quelli trovati sulla giacca di Yara, la testimone che riconosce in Bossetti l’uomo che era nel parcheggio nell’estate del 2010 con una ragazzina che non era sua figlia.

E c’è la mancanza di un alibi.

Bossetti quella sera non era a casa. Né lui né i suoi familiari possono garantire che fosse nella sua abitazione con la propria famiglia. Ai “non ricordo” in aula contrappone la descrizione di una vita tutta “famiglia, lavoro e chiesa”. Se non fosse che dai computer di casa Bossetti è emersa una vita parallela che naviga nel torbido dei siti porno e ricerche poco consone ad un uomo di 40 anni e padre di famiglia. A queste si aggiungono mail di amanti e, quindi, palesi tradimenti che sgretolano l’immagine della famiglia che il muratore descrive.

Il processo ha imboccato più volte una deriva che esce dall’alveo di una correttezza tra le parti che ci si aspetterebbe da un’aula di tribunale.
Scelte infelici volute tanto dall’accusa quanto dalla difesa. Il pm Letizia Ruggeri ha cercato di screditare la formazione e i titoli dei periti della difesa, i legali di Bossetti, gli avvocati Claudio Salvagni e Paolo Camporini, hanno deciso per una linea difensiva molto mediatica o se vogliamo poco pudica che ha portato in aula ciò che stava bene altrove.

Qui però parliamo di Giustizia. E la Giustizia chiede verità.

Nelle ultime due deposizioni dell’imputato è emersa una sua verità: quella che smentisce e accusa di falso la teste Alma Azzolin, l’edicolante di Brembate, il genetista, il capitano dei carabinieri che lo ha arrestato, l’estetista del centro dove tutte le settimane Bossetti si recava per fare le lampade. Ha espresso persino giudizi negativi e pesanti sull’atteggiamento di Fulvio Gambirasio nei mesi delle ricerche di Yara.

Una frase di Bossetti che spiazza, in tutto questo quadro, è quella che ha rivolto alla presidente della Corte d’Assise, Antonella Bertoja, “Qui hanno mentito tutti, signor Presidente”.

Eppure è in questo processo, celebrato come uno show, che sono state svelate le mille bugie raccontate da Bossetti. Raccontate in cantiere, come il tumore al cervello, narrate in cella come il mezzo milione nascosto in Svizzera e la ferita alla schiena.
Ed è qui, mentre crolla il muro della credibilità di Bossetti, che ci si chiede dove sia la verità. Quella che forse non emergerà mai da questo processo e che non potrà far luce su uno dei più atroci delitti in terra bergamasca.

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