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Caso Yara, Bossetti sotto pressione: contraddizioni e attacchi fotogallery video

Il presunto omicida della tredicenne di Brembate ha ribadito la propria innocenza, ma alla fine è caduto in contraddizione

Ha ribadito la propria innocenza, ha attaccato inquirenti e agenti, ma alla fine è anche caduto in contraddizione. A 634 giorni dall’arresto, Massimo Giuseppe Bossetti ha raccontato tutta la sua verità al processo che lo vede come unico imputato per il brutale delitto della tredicenne Yara Gambirasio.

Dopo il primo spezzone di una settimana fa, con un’ora scarsa di domande dal pubblico ministero Letizia Ruggeri (Leggi qui), c’era grande attesa per l’udienza fiume di venerdì 11 marzo. E le aspettative, anche del numeroso pubblico presente (quasi totalmente suoi sostenitori), non sono andate deluse.

Maglioncino con cerniera aperta sul petto, pantaloni beige, scarpe da ginnastica, il carpentiere è arrivato in aula più carico e determinato che mai, per cercare di distruggere il castello accusatorio eretto dalla Procura nei suoi confronti.

A partire da quel suo (pesante) dna ritrovato su slip e leggins del cadavere della giovane ginnasta: “Vi dico che non appartiene a me. Non è mio. Non riuscite nemmeno a capire che fluido sia, avete fatto delle indagini strampalate – attacca il pm – . Tiratemi fuori le prove vere piuttosto”.

Chewing gum in bocca, alza spesso lo sguardo in segno di disapprovazione. Mostra l’orgoglio da maschio ferito poi, quando la dottoressa Ruggeri legge una mail ricevuta dalla moglie Marita Comi (presente in aula per la prima volta) da parte di un certo “Massi”, per una serata hard in cui viene invitata a “sbarbarsi completamente”: “Se trovo chi l’ha scritta lo sbarbo io”. Ma poi ammette: “Lo so chi è l’autore, è Massimo Bonalumi”. E racconta: “Con Marita alla sera, dopo aver messo a letto i figli, guardavamo video porno sul computer. Le facevo anche regalini da sexy shop. Siamo una coppia felice, come tante”.

Il 45enne parla spesso al presente e al futuro, come se fosse convinto che la Corte lo dichiarerà innocente e potrà uscire dal carcere. Si commuove vistosamente quando parla dei suoi figli: “Gli faccio un sacco di regalini e glieli farò sempre. Sono la mia unica ragione di vita. Lavoro e famiglia. E la domenica in chiesa”.

Un idillio interrotto il 16 giugno 2014, quando venne arrestato nel cantiere di Seriate mentre stava lavorando: “E’ avvenuto in modo indegno, vergognoso. Sono arrivati 40 agenti, come se dovessero prendere uno spacciatore di droga. Avevo paura che mi picchiassero. In carcere poi sono stato in isolamento fino al 26 ottobre – ricostruisce insieme ai suoi avvocati Claudio Salvagni e Paolo Camporini – . Mi deridevano, mi sputavano addosso. Piangevo spesso e ho tentato il suicidio. Mi hanno trattato peggio di Totò Riina”.

Sulla sera del 26 novembre 2010, quella del delitto di Yara, invece i ricordi sono offuscati: “Non mi viene in mente cosa ho fatto con precisione, sono passati troppo anni. Penso di essere tornato a casa, come sempre, a cena”.

“Eh no signor Bossetti – replica l’avvocato Andrea Pezzotta, legale del padre della ragazzina – , perché la sua signora in carcere, intercettata, le ha detto che è rientrato più tardi quella sera. Che avevate litigato. Eppure non ha ricostruito cosa avesse fatto”.

Il carpentiere ha anche ribadito più volte: “Non sono capace nemmeno di accendere un computer, me lo prepara già aperto mia moglie quando lo devo usare”. E ancora che “il profilo Facebook l’ha creato Marita stessa, io non so usarlo”.

Ma poi l’avvocato Enrico Pelillo, della madre di Yara, gli chiede di una foto con un aliante sulla sua pagina Facebook e lui risponde: “L’ho scattata e l’ho postata io direttamente da lì. Mi sembrava una cosa simpatica da fare, fingendo che fosse mio quel mezzo. L’ho pubblicata per questo”.

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