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Addio a Keith Emerson, il grande “sacerdote” delle tastiere

La musica perde un altro dei suoi grandi. Dopo George Martin, se ne va in circostanze tragiche, Keith Emerson. Lo ha annunciato sul suo profilo Facebook Carl Palmer che l’altra sera ha suonato al Druso di Ranica. Fabio Santini lo ricorda così.

La musica perde un altro dei suoi grandi. Dopo George Martin, se ne va in circostanze tragiche, Keith Emerson. Lo ha annunciato sul suo profilo Facebook Carl Palmer che l’altra sera ha suonato al Druso di Ranica. Fabio Santini lo ricorda così.

Che cosa può aver spinto Keith Emerson a togliersi la vita a 71 anni? Forse rendersi conto che la sua straordinaria parabola musicale fosse giunta a un punto di non ritorno.

Forse la mancanza di stimoli nel creare nuove idee, forse la depressione. E’ una brutta malattia, talvolta letale, ostica e dura da affrontare a chi cerca di uscirne. Se n’è andato così l’uomo che con un’intuizione geniale aveva inventato gli Emerson Lake and Palmer, uno dei supergruppi più celebrati e amati del cosiddetto rock progressivo. L’artista era riuscito in un’impresa originale: aveva dato alle tastiere il ruolo che nei supergruppi rock ricopriva la chitarra.

Su palco Emerson sembrava un dio attorniato da un enorme totem fatto di pareti di moog, cavi coassiali intersecantisi tra loro, balconate di tastiere elettroniche e elettrificate. E lui si muoveva come un sacerdote che stesse celebrando la sua funzione. Spesso ci giocava tanto che a un certo punto, il rito prevedeva un improbabile lancio di coltelli contro uno dei suoi sintetizzatori. Le sue mosse, la sua statura scenografica facevano intendere subito che si trattava di un gioco per nulla perverso, semmai ironico anche nella sua retorica celebrazione.

Adorava coniugare la musica classica con il rock. Forse uno degli album più belli degli Emerson Lake and Palmer é ‘Pictures at an Exhibition’, quei quadri di un’esposizione di Mussorgski che il trio risuona senza mai farsi prendere la mano, senza scadere mai nell’autocompiacimento virtuosistico. Scrisse la colonna sonora di ‘Inferno’ di Dario Argento e Paolo Giaccio gli affidò l’esecuzione di ‘Honky Tonk Train Blues’, la sigla di ‘Odeon’, l’indimenticabile rotocalco televisivo di spettacolo curato da Brando Giordani e Emilio Ravel.

Poi l’abbiamo un po’ perso.

Il 25 luglio 2010 aveva suonato con gli Emerson Lake and Palmer per una sola volta, l’ultima, all’High Voltage Festival di Londra, celebrando così i quarant’anni di vita della leggendaria formazione progressive. C’erano 35mila persone. E tutti pensarono a una reunion dei tre. Non fu così. Oggi, quel concerto rappresenta l’addio di un grande e discreto personaggio che su palco si trasformava in un dio pagano.

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