BergamoNews.it - Bergamonews notizie in tempo reale da tutta Bergamo e provincia: cronaca, politica, eventi, sport ...

Al Bfm il belga “Parasol”, l’ironia della solitudine

Apllausi al film di Valery Rosier, mentre "Lo straccio" della turca Ahu Ozturk delude un po'.

Il concorso del Bergamo Film Meeting 2016 si snoda nel mondo tra chicche e qualche delusione.

Lunedì sera è stata la volta di “Toz Bezi” (Lo straccio per la polvere), primo lungometraggio della regista e sceneggiatrice turca Ahu Ozturk. E’ la storia di due donne curde che vivono a Istanbul e fanno le domestiche a ore in case benestanti. Sono amiche, si confidano desideri, afflizioni, pettegolezzi.

Hatun è spiritosa e pragmatica, ha marito e un figlio ma li considera due buoni a nulla ed è ossessionata dal risparmio e dal desiderio di comprarsi una casa nel bel quartiere dove lavora. Nesrin è di temperamento malinconico, anche perché è stata lasciata dal marito e orgogliosamente non vuole rintracciarlo tramite i parenti di lui. La piccola figlia la segue ovunque e sempre, anche al lavoro, tranne quando si trattiene un po’ da Hatun che stravede per lei. Le due donne sono anche vicine di casa.

Entrambe si dibattono tra ristrettezze economiche, infelicità, frustrazioni, piccole scaramucce con le datrici di lavoro che appartengono a un mondo certamente distante anche se ingannevolmente vicino. A volte infatti le due donne si illudono di poter raggiungere quel mondo, basta sedersi per un caffè con la “signora” e una sua amica, o sentirsi rincuorata per le proprie traversie; le due donne si caricano ma restano puntualmente deluse.

Quando le delusioni e le preoccupazioni si accumulano, Hatun a un certo punto reagisce energicamente rinunciando al posto di lavoro, mentre Nesrin -ridotta davvero a uno “straccio” verrebbe da dire pensando anche al titolo- sparisce abbandonando la piccola che verrà accolta da Hatun.

La regista si affida all’inquadratura di una tazzina di caffè rovesciata che lascia un’ampia macchia nera sul piattino per farci capire che Nesrin (che leggeva i fondi di caffè) ha fatto una brutta fine.

Ecco, il linguaggio utilizzato per narrare questa storia di amicizia femminile e di triste indigenza, di impossibilità di riscatto, ci è sembrato un po’ elementare, opacamente in bilico tra realismo e fiction, tra dramma e denuncia sociale senza riuscire a incidere.

Il tiepido applauso in sala è sembrato testimoniare un po’ di stanchezza e insoddisfazione per una regista che forse sa bene cosa vuole narrare ma non riesce ancora a farlo in modo efficace.

Diversa l’atmosfera e l’accoglienza alla fine della proiezione di “Parasol” del belga Valery Rosier, al suo primo lungometraggio di finzione.

L’ambientazione è in quello che è diventato un “non luogo”: Majorca meta di vacanza low cost, coperta di cemento e di insegne luminose, supermercato del divertimento, occasione per evadere dalla routine e provare a inventarsi una parentesi di vita diversa.

Il film si concentra sulla solitudine di tre protagonisti: Alfie è un giovane “sfigato” alle prime esperienze, Annie è un’anziana di settantatré anni determinata a realizzare un’avventura galante iniziata sul web, Péré è separato, conduce un trenino turistico e cerca di conquistare la figlioletta regalandole un giorno diverso.

Tutti e tre sono pronti a tutto pur di cambiare la loro situazione di solitudine, persino a mettersi nei guai. Ne nasce un film con un ritmo ben tenuto che alterna situazioni di tensione ad altre ironicamente comiche.

Fin dalle prime inquadrature il linguaggio visivo adottato è eloquente per esprimere la solitudine e l’emarginazione dei protagonisti che sono relegati all’angolo di ambientazioni deserte o circondati da insegne e hotel che affollano l’immagine senza creare alcuna vera relazione con la persona.

Spassose le scene dell’anziana signora che cerca disperatamente campo per comunicare via Skype col presunto spasimante, che cerca di disincagliare un parasole dai rami di un albero, che risulta assolutamente fuori contesto proprio come lei.

L’immagine del parasole torna quando Annie in piscina ne utilizza uno per imitare movimenti di lap dance visti in un bar e alla fine del film quando la donna lo pianta sulla spiaggia dove crea una postazione dalla quale non rinuncia a provare ancora una volta a forzare il destino.

Applausi convinti dalla platea.

Commenti

L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori. Il contenuto di questo commento esprime il pensiero dell'autore e non rappresenta la linea editoriale di BergamoNews.it, che rimane autonoma e indipendente. I messaggi inclusi nei commenti non sono testi giornalistici, ma post inviati dai singoli lettori che possono essere automaticamente pubblicati senza filtro preventivo. I commenti che includano uno o più link a siti esterni verranno rimossi in automatico dal sistema.