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Addio a George Martin, il gentleman dei Beatles

Abbiamo chiesto a Fabio Santini di scrivere un ricordo di George Martin, figura chiave del pop-rock mondiale, morto ieri all’età di 90 anni.

Abbiamo chiesto a Fabio Santini di scrivere un ricordo di George Martin, il “quinto Beatle”, figura chiave del pop-rock mondiale, morto martedì all’età di 90 anni.

Adesso la retorica dell’addio esploderà nella sua rincorsa ai luoghi comuni, alle celebrazioni usa e getta, all’asfissiante culto del necrologio più commovente.

Eppure, per ricordare la figura di George Martin, scomparso ieri all’età di 90 anni, basta un dettaglio: aveva inventato i Beatles in sala di incisione. Era un signore, gentile, colto, innamorato del giardinaggio. Con una visione musicale che andava al di là degli spartiti, dei generi. Era Sir di nome e di fatto, vero gentleman inglese, il cuore pulsante degli Abbey Road Studios di Londra, firmò da produttore non solo quasi tutti gli album dei quattro di Liverpool ma anche quelli di alcune delle maggiori star internazionali della musica. Negli ultimi anni, viveva nella sua ricca tenuta vicino a Londra.

Se ne stava seduto davanti al portoncino della sua serra che curava in maniera maniacale. A chi voleva visitarla chiedeva un’offerta spontanea, l’incasso in beneficenza. Agli Abbey Road ormai non ci andava quasi più. Aveva passato il testimone al figlio Giles che dal padre ha ereditato tecnica, senso della sintesi, cura del dettaglio.

Inflessibile e rigoroso, quando si metteva al mixer sapeva sempre trovare la combinazione perfetta per esaltare le caratteristiche artistiche dei musicisti. Lui stesso era pianista, direttore d’orchestra, compositore, arrangiatore, una sorta di genio che era in grado con assoluta naturalezza e proverbiale eleganza di moltiplicare gli aspetti di un lavoro tanto complesso. Amava i Beatles che, senza il suo apporto, non sarebbero esistiti. Dotato di un intuito non comune, quando li scoprì nel ’62, capì subito che oltre la musica c’era qualcosa di magico, di rivoluzionario nello stile di quei 4 ragazzotti di Liverpool.

Li coltivò, li aiutò, li fece crescere musicalmente, ne esaltò le composizioni e i singoli caratteri. Li consegnò al Mito delle idee della Musica universale. Ne rispettava l’anarchia compositiva, esaltandone il senso di libertà. Per Martin le idee di Lennon e McCartney erano impure ma grandiose.

Andavano solo guidate verso la loro realizzazione. Ecco perché nel mondo dei grandi produttori musicali è considerato come un regista che passa da un primo piano interpretato fuori copione da un attore istintivo all’intera sceneggiatura di un film. Negli anni era rimasto amico di George Harrison di cui ammirava l’intelligenza e la visione spirituale dell’uomo e del mondo. E di Ringo Starr che, diceva, ha una simpatia contagiosa. George Martin ha caratterizzato la musica del Novecento. E quella di domani.

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