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Reati contro le donne, mille all’anno in Bergamasca: “Serve educazione nelle scuole”

Quasi tre al giorno gli episodi denunciati alla Procura di piazza Dante. Il magistrato Dettori: "Si possono prevenire con corsi scolastici"

Dallo stalking alle minacce, fino ai maltrattamenti e alla violenza, anche sessuale. Complessivamente sono oltre mille all’anno (quasi tre al giorno) i reati contro le donne commessi a Bergamo e provincia. O almeno quelli denunciati alla Procura della Repubblica di piazza Dante. Dove vengono assegnati a un pool, quello dei reati a tutela delle fasce deboli (che comprende anche crimini contro minori, anziani e disabili) composto da cinque magistrati: il dottor Gianluigi Dettori, la dottoressa Carmen Santoro, la dottoressa Letizia Ruggeri, la dottoressa Raffaella Latorraca e il dottor Davide Palmieri.

In servizio a Bergamo dal 2 maggio 2012, il pubblico ministero Dettori ha sempre trattato casi con reati contro le donne. In occasione dell’otto marzo, ne abbiamo parlato proprio con lui.

Da quando è arrivato, è cambiato qualcosa su questo tema?

In quattro anni ho visto un apparente maggiore attenzione dell’ordinamento rispetto a questo tipo di reati, con diverse modifiche legislative, anche se purtroppo non sempre efficaci, per svariate ragioni. Ma nonostante i cambiamenti, non ho appurato una maggiore disponibilità alla denuncia. Chi non lo era prima non lo è nemmeno ora. Il mio consiglio è ovviamente quello di denunciare, anche solo di fronte alle prime avvisaglie. Perché come dico, il primo schiaffo è sempre solo il primo di una lunga serie.

La donna che non denuncia, non lo fa per paura?

Non solo, con il passare del tempo sono cambiate le motivazioni. Se prima non si segnalava soprattutto per paura del soggetto o per timore di dover modificare poi la propria situazione familiare, ora c’è un altro motivo. Si è instaurata nelle donne una convinzione, infondata, che i magistrati e le forze dell’ordine non facciano o non possano fare nulla contro chi commette il reato. Ma in realtà non è così. Anzi, da alcuni anni gli strumenti di protezione sono aumentati, e oggi ci sono anche le misure precautelari, come il divieto di avvicinarsi alla persona che denuncia o di non frequentare gli stessi luoghi. O ancora, sul lato economico, l’assegno di mantenimento per la vittima e i familiari a carico dell’indagato, o l’avvocato pagato dallo Stato a prescindere dai limiti di reddito. Anche se ogni ragionamento sul processo, tengo a precisare, deve essere inteso già come un passo successivo.

Cioè, si può fare qualcosa prima?

Assolutamente si. Perché il problema è molto più sociologico che giuridico. Culturale, direi. E la prevenzione deve partire dal basso. Penso ad esempio alla scuola, che soprattutto in età adolescenziale può giocare un ruolo chiave nel far comprendere ai ragazzi il rispetto per l’altro sesso. Bisogna prima di tutto sensibilizzare a non commettere violenza sulla donne. Lavorare sul maltrattante oltre che sulla maltrattata. Quindi ben vengano le riforme legislative in questo campo, ma servono anche investimenti più mirati sull’educazione dei ragazzi, magari con corsi scolastici come quelli che si fanno per l’educazione sessuale.

Si può tracciare un profilo tipo del maltrattatore e uno della vittima?

E’ molto difficile, la criminologia l’ha fatto ma non è un compito del magistrato. I casi sono vari e disparati, sia da una parte che dall’altra. Si va dai fidanzati traditi che aggrediscono la ex, alle donne cosiddette “crocerossine” che arrivano ad accettare anche la violenza nella convinzione di poter cambiare il loro partner.

La diffusione di Facebook ha influito su questo tema?

Sì, forse ha reso più facile commettere un certo tipo di reati. Soprattutto lo stalking e le minacce. Ma più che il social in sé, il problema è l’utilizzo che se ne fa. Facebook è come una piazza, dove si può commettere qualsiasi tipo di crimine. Spesso con l’errata convinzione dell’impunibilità, perché si crede di non poter essere rintracciati. Ma per fortuna non è così.

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