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E’ allarme suicidi in Bergamasca: “Ecco le cause e come cercare di evitarli”

Un fenomeno in costante aumento nella nostra provincia. Ecco il parere di Stefano Callipo, responsabile del Centro di Prevenzione del Rischio Suicidario

C’è chi si lancia sotto un treno in corsa, chi si lascia cadere da un ponte o chi prende una corda e si impicca.

Negli ultimi mesi il fenomeno dei suicidi è, purtroppo, in costante aumento in Bergamasca. Solo nella giornata di mercoledì 2 marzo due ragazzi di 25 e 30 anni, a poche ore distanza, l’hanno fatta finita gettandosi dal ponte di Paderno d’Adda, ormai noto teatro di gesti simili.

Il giorno prima, un 59enne si era fatto investire da un treno alla stazione di Bergamo. Modalità simile a quella con cui dallo scorso maggio si sono tolti la vita quattro uomini, non ancora quarantenni, tra le fermate ferroviarie di Calcio e Romano.

Proprio nella Bassa, giovedì, è stato il turno di un artigiano di 39 anni, trovato impiccato nella sua fabbrica.

Tristi storie di vita, ognuna con i propri problemi, accomunate da un finale tragico.

Per cercare di capirne di più ne abbiamo parlato con un esperto, il dottor Stefano Callipo, psicologo, responsabile del Centro di Prevenzione del Rischio Suicidario e responsabile L.P.R.S.S..

Il fenomeno dei suicidi pare in aumento negli ultimi anni, è solo una sensazione o è un fatto reale? Quali sono i dati?

Il fenomeno suicidario costituisce oggi un grave problema non soltanto sociale, le cui proporzioni aumentano diacronicamente. Un allarme è stato lanciato dall’OMS. Nel mondo si verificano circa un milione di suicidi ogni anno, di cui quasi centomila sono soggetti in età adolescenziale.

Nella realtà Italiana, ogni anno si tolgono la vita circa 4 mila persone, divenendo quindi una delle prime cause di morte. Tali dati, che ovviamente non possono tener conto dei tentativi di suicidio, poiché difficilmente censibili, sono in inesorabile aumento.

Importante sapere che gran parte di individui suicidari tendono a fornire indizi prodromici all’estremo gesto, che difficilmente vengono colti. In tal senso assume un valore importante la capacità di individuare tali indizi, ed uno specifico assetto comportamentale nella fase di richiesta di aiuto.

Qual è il modo più diffuso di suicidarsi?

I metodi sono molto importanti, la loro letalità è altamente correlata all’intenzionalità suicidaria. Tanto più letale è il metodo quanto più è alta l’intenzionalità suicidaria.

Esiste una differenza di genere nei metodi. Spesso i maschi assumono metodi più letali, – in ordine – uso d’arma da fuoco, impiccagione, lancio dalla finestra e fanno meno tentativi di suicidio. Le donne invece prediligono l’abuso di farmaci, monossido di carbonio e lancio della finestra, fanno più tentativi.

Quali sono le cause che portano le persone a questi gesti estremi?

Nel suicidio non esiste mai una sola causa, esso affonda le sue radici in più contesti, sociali, psicologici, psichiatrici, biologici, culturali, genetici,  per cui le cause sono molteplici, e il tipo di approccio deve essere necessariamente multifocale.

Per fare un esempio, se un ragazzo per un brutto voto a scuola si suicida lanciandosi dalla finestra, non è l’episodio in sé a fargli prendere la decisione di suicidarsi, ma il brutto voto scolastico costituisce l’evento precipitante di un qualcosa di più profondo, già strutturato nel tempo.

La costante crisi economica ha inciso con l’aumento dei suicidi?

La crisi economica ha decisamente aumentato il fenomeno suicidio, esiste una marcata correlazione tra crisi nel mondo del lavoro e assunzione di condotte suicidare. La crisi sta cambiando le persone, ci si ritrova soli, senza amici.

Il processo che porta un soggetto a suicidarsi è un forte dolore mentale per il quale non si percepisce più una via di uscita.

Spesso sono persone sposate, con figli, circa cinquantenni. E il loro gesto sovente sorprende i familiari, che non avrebbero mai sospettato tale estremo gesto.

C’è un’età in cui si è più fragili ed esposti?

Il suicidio è un fenomeno trasversale, cioè non appartiene a nessuna fascia economica, e l’età dei protagonisti del gesto suicidio appartiene sia all’adolescenza, sia alla fascia di età adulta, per arrivare a quella senile.

Ogni fascia di eta avrà delle peculiarità nell’ambito delle dinamiche suicidare e di preparazione al gesto suicidario. Tuttavia il momento evolutivo più fragile può essere quello adolescenziale, poiché un ragazzo che vive in modo fortemente egodistonico determinati eventi emotigeni può diventare un adulto a rischio suicidario. Per questo è importante individuare precocemente i fattori di rischio intrafamiliari e biopsicosicali.

I social, sempre più diffusi, possono in qualche modo influire?

I social hanno una grande responsabilità nel gestire le cronache suicidarie, al punto che negli Stati Uniti sono state emanate delle Linee Guida nella diffusione di casi suicidari. Ed evitare il cosiddetto Effetto Werther, cioè la diffusione quasi epidemica di suicidi per emulazione.

Esiste uno spirito di emulazione, magari dovuto alle notizie diffuse dai media? E’ meglio parlarne sui giornali oppure no?

L’Effetto Werther è così chiamato dal romanzo di Goethe, I dolori del giovane Werther, dove il protagonista si suicida per un amore non corrisposto. Quando il romanzo fu pubblicato e diffuso in tutta Europa aumentarono in modo esponenziale i suicidi per emulazione.
Oggi per Effetto Werther si intende proprio questo, il rischio di diffusione di suicidi per processi emulativi. Un fenomeno emergente, da qui la responsabilità dei media di cui parlavo prima. Molto altro ci sarebbe da dire.

Cosa si può fare per contrastare il fenomeno dei suicidi?

Per contrastare il fenomeno suicidio si può e si deve fare molto. Impegnarsi soprattutto nella prevenzione, primaria secondaria e terziaria. Da un lato puntare sull’individuazione dei fattori di rischio, dall’altra sull’informazione – per esempio come riconoscere in tempo i segnali di allarme del potenziale suicida – e dall’altra ancora sulla specifica formazione di professionisti, che siano in grado di svolgere una corretta azione preventiva, di svolgere una adeguata valutazione del rischio suicidio e di saper gestire una crisi suicidaria, anche i sinergia con altri professionisti. Occorre insomma una preparazione specifica.

Cosa accade a chi sta preparando un gesto estremo?

Il soggetto sperimenta un dolore mentale non più sopportabile,entra in un tunnel mentale per il quale comincia a strutturare il pensiero dicotomico, cioè non è più in grado di considerare le altre opzioni e alternative di vita e l’unica soluzione, erronea e patogena, per interrompere tale dolore mentale rimane solo il suicidio.

Non dimentichiamoci che cogliere in tempo i segnali di allarme e le richieste di aiuto a volte può significare la differenza tra la vita e la morte.

E che gran parte delle persone suicidare sono persone sane, ma sopratutto che il più alto fattore di rischio è costituito dai precedenti tentativi.

Perché, come dico e scrivo spesso, il suicidio è sempre un tentativo di suicidio mal riuscito. Perché il suicidio non è la ricerca di morte, ma una via di fuga, da un dolore che non si sopporta più.

Riguardo il Nord Italia e in particolare Bergamo, qual è la situazione?

La più alta concentrazione dei suicidi è al Nord e nella Sardegna. Il Triveneto è una delle zone più interessate. In Bergamasca si concentra un numero di suicidi piuttosto elevato, sia per gli adulti, le cui cause sono statisticamente riconducibili alla crisi del mondo del lavoro, sia adolescenziali.

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