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La strategia di Salvini e della sua Lega: per Roma e non solo

Matteo Pandini, giornalista di Bergamo, disegna su Libero la strategia politica di Matteo Salvini, che parte da Roma ma che va a definire le amministrative di tutte le altre città e soprattutto le linee nuove della Lega Nord.

Matteo Pandini, giornalista di Bergamo, disegna su Libero la strategia politica di Matteo Salvini, che parte da Roma ma che va a definire le amministrative di tutte le altre città e soprattutto le linee nuove della Lega Nord.

Dopo aver fatto l’incendiario, chiedendo le primarie a Roma ed eventualmente in tutte le altre città pur di azzoppare Guido Bertolaso, Matteo Salvini offre agli alleati una via d’uscita. Che però è tanto stretta da sembrare impraticabile. Si tratta della candidatura di Giorgia Meloni, che «io sosterrei» giura il capo lumbard, quando sa benissimo che l’ex ministro della Gioventù è in dolce attesa e quindi non vuole azzuffarsi in campagna elettorale. Adesso il rischio, concreto, è che la Lega rompa. A Roma e, a cascata, nelle altre città (farebbe eccezione Milano). Sarebbe un colpo durissimo al progetto di lista unitaria da schierare alle Politiche. D’altronde, tanto per non lasciare dubbi, Salvini fa sapere che se Berlusconi intende presentare l’ex Capo della protezione civile come suo candidato al Campidoglio, be’, «sarà il suo e non il mio» detta al Corriere Live.

Quello che il lumbard non dice esplicitamente, è che ha la tentazione di chiamarsi clamorosamente fuori dalla contesa romana, rinunciando a «Noi con Salvini» e cercando di promuovere un’intesa tra i candidati Alfio Marchini, Irene Pivetti e Francesco Storace.

Obiettivo: proporre un centrodestra alternativo (e nelle sue intenzioni più competitivo) di quello targato Forza Italia-Fratelli d’Italia che insiste con Bertolaso. Per ora è una tentazione, un’ipotesi estrema e che resta sullo sfondo, ma in via Bellerio più di un dirigente osserva che in caso di strappo col Cavaliere «i tre quarti del partito sarebbe felice di correre da solo nelle altre città», da Varese a Bologna. Tanto che Salvini è pronto a lanciare un suo candidato a Isernia e ha respinto con sdegno l’idea di sostenere Clemente Mastella a Benevento come vorrebbero alcuni azzurri.

Per uscire dall’impasse, Salvini predica le primarie, tanto «abbiamo almeno venti giorni di tempo» per organizzarle. Pur di pesare la popolarità di Bertolaso a Roma, la Lega intende estenderle ovunque. Anche dove c’è già un accordo su un nome lumbard. E per dimostrarsi il più possibile collaborativo, nelle ultime ore Salvini ha addirittura spedito un delegato a trattare con gli alleati. Un modo per rispettare il galateo tra quelli che restano formalmente compagni di coalizione, anche se il caso-Roma è la punta dell’iceberg di una serie di incomprensioni che sono sgorgate anche a Milano.

In via Bellerio non hanno gradito le parole di Mariastella Gelmini sullo «Stefano Parisi scelto da Berlusconi», come se ormai la Lega non avesse scavalcato gli azzurri per numero di consensi, per non parlare dei volti schierati accanto al manager nella sua prima uscita pubblica da candidato: Ignazio La Russa, la stessa Gelmini, Maurizio Lupi. «Sono rimasti fermi a dieci anni fa» sibila un fedelissimo di Salvini.

I malintesi sono scivolati fino a Roma, dove il leader lumbard non è mai stato convinto da Bertolaso. Da mesi, infatti, pensava a Irene Pivetti. Anche perché spaventato dalle grane giudiziarie dell’ex sottosegretario. Però Berlusconi ha scelto «l’amico Guido», e la Lega ha accettato di malavoglia. Ma quando il prescelto è scivolato su alcune dichiarazioni sui rom «vessati» e non solo, il Carroccio ha preso la palla al balzo per mollarlo. Inutili i tentativi per ricomporre la frattura, compresi alcuni sms che Bertolaso ha spedito a Salvini.

Nega, il Matteo meneghino, che si sia già accordato con Marchini come sospetta la Meloni. La quale è arrabbiatissima: nella sua città, dove il suo partito traina la coalizione, aveva avanzato un’unica richiesta: tutti ma non l’imprenditore Alfio, dipinto come un «comunista mascherato». E invece, proprio in riva al Tevere, la Lega s’è mezza in mezzo.

Ma «divisi non andiamo neanche al ballottaggio» osserva Salvini. È convinto di avere il coltello dalla parte del manico. Ed è determinato a far capire «chi guida adesso il centrodestra».

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