BergamoNews.it - Bergamonews notizie in tempo reale da tutta Bergamo e provincia: cronaca, politica, eventi, sport ...

Le prime parole di Simone Moro dal Nanga Parbat: “Una sensazione incredibile” foto video

Parla il Leone d'inverno bergamasco, unico uomo ad aver conquistato 4 Ottomila nella stagione fredda, tutte "prime"

Più informazioni su

Trenta e più anni di tentativi, più di trenta spedizioni fallite e ora oltre 80 giorni di attesa nel gelo, quasi tutti trascorsi forzatamente al campo base per sfuggire alle tempeste, terrificanti in quota: era difficile non arrendersi ancora all’inespugnabile inverno del Nanga Parbat.

E invece no: un filiforme italiano di pianura, un tenace basco, un modesto ma irriducibile pakistano e un’altoatesina scolpita nel legno più resistente e flessibile hanno compiuto il capolavoro spendendo ogni energia in 13 ore consecutive di fatica fra i 7200 e gli 8126 metri della vetta a una temperatura di meno 35-40 gradi, abbattuta ulteriormente e drasticamente nella percezione dal vento che soffiava a 40-45 chilometri orari.

Così il bergamasco Simone Moro, Alex Txicon, Ali Sadpara e Tamara Lunger hanno compiuto la prima ascensione invernale della nona montagna della Terra, l’enorme Nanga Parbat, che era il solo Ottomila insieme al K2 a non essere mai stato salito nella stagione più fredda.

ASSURDO – “Abbiamo fatto una cosa assurda!”, strilla nel satellitare con la sua vocina inconfondibile un Simone Moro su di giri. L’adrenalina ha la meglio anche sulla stanchezza per il bergamasco che ormai ha un posto assicurato nella storia dell’alpinismo himalayano: “Ne ho mangiato di polenta, io!”, aggiunge. E poi spiega: “E’ una metafora!”. Quella del trionfo: per lui la quarta prima invernale su un Ottomila. Dopo Shisha Pangma 2006, Makalu 2009 e Gasherbrum II 2011 ecco anche il Nanga Parbat. Un poker ineguagliabile. Resta solo il K2 , fra gli Ottomila, vergine d’inverno e nessun altro alpinista in attività ha più di due prime invernali all’attivo. Moro ha fatto meglio perfino dei miti polacchi Krzysztof Wielicki e Jerzy Kukuczka, tre prime invernali a testa. Pazzesco.

ENORME – Perché questa prima sull’enorme Nanga è stata un’impresa ai limiti delle possibilità umane, come ben dimostra la gran quantità di fallimenti precedenti. Bello che ci siano anche due italiani fra i protagonisti di questo grandissimo successo di squadra. Infatti il merito va anche alla sempre sorridente Tamara che, per non togliere la possibilità di andare in cima ai suoi compagni di cordata, quando era a soli 100 metri di dislivello dal traguardo ha deciso di fermarsi. Avrebbe potuto insistere come aveva fatto fin lì.

Conferma Moro: “Tamara era rimasta indietro, ma non troppo, Sempre lì, non ci mollava nonostante fosse stata male fin dalla mattina. Aveva vomitato anche la colazione. Forse il freddo. Comunque ero sicuro che ci avrebbe seguito ancora fino in cima”. In effetti, ormai la Lunger era già oltre gli 8000 metri di quota. Sarebbe stata la seconda donna a toccare in inverno la cima di un Ottomila, ma quella della svizzera Marianne Chapuisat sul Cho Oyu era una ripetizione e non una prima. Un grande stimolo in più per Tamara, che però sapeva di dover conservare le energie anche per la discesa. E non ha scordato anche che tutti loro non potevano impiegare troppo tempo ancora per raggiungere la vetta: erano partiti da campo 4, a quota 7200, dopo le 5 della mattina per evitare le ore più fredde della notte e ormai erano le 14, restavano solo altre tre ore prima del tramonto. Sarebbe stato un suicidio farsi trovare dall’oscurità ancora lontani dalla piccola tenda del campo 4 o, peggio, ancora in discesa sul ripido pendio tutto ghiaccio che stavano finendo di salire e che scende a precipizio per 600 metri dalla vetta fino alla grande conca innevata sottostante. La giovane altoatesina ha giocato per la squadra, accantonando le proprie ambizioni, come le donne sanno fare senza cedere all’orgoglio.

SQUADRA – La squadra, d’altra parte, è stata proprio la chiave vincente. Decisiva si è dimostrata la mossa di fondere le due spedizioni, nate autonome, al punto da essere impegnate su due vie diverse. Moro e Lunger hanno rinunciato alla via Messner-Eisendle, più lunga e più facile, ma rivelatasi pericolosa e Txicon li ha accolti a braccia aperte accanto a sé e ad Ali Sadpara, il pachistano che si è confermato fortissimo. L’anno scorso aveva accusato i sintomi di un grave malore proprio dopo un tentativo di vetta, ma non ha avuto paura di riprovare. Peccato che come lui, ingaggiato in qualità di portatore di alta quota, e il capo spedizione Txicon non sia restato a tentare nuovamente anche Daniele Nardi, che era il terzo membro della spedizione originale.

ARMONIA – L’armonia del gruppo è stata fondamentale. Ha consentito ad Alex, Ali, Tamara e Simone di resistere mentre tutte le altre spedizioni si ritiravano. Prima i polacchi Adam Bielecki e Jacek Tcech, che sognavano un’impossibile salita in velocità, poi l’altro polacco Tomek Mackiewicz, veterano del Nanga e di nessun altro 8000, e la francese Elisabeth Revol sulla via Messner-Eisendle, e infine anche i polacchi della spedizione Nanga Dream che tentavano dal versante Sud, poi “sostituiti” dalla statunitense Cleo Weidlich e dai suoi tre sherpa, rinunciatari anche loro.

L’invernale del Nanga Parbat è un gioco di pazienza e di prontezza di riflessi. Velocità al momento giusto, quando i maghi della meteorologia come l’austriaco Karl Gabl danno il via annunciando la finestra di tempo favorevole tanto attesa. Ma, prima, la capacità di resistere. Anche per due mesi, come hanno fatto Simone, Tamara, Alex e Ali: prima divisi, ma amici, poi uniti. “Siamo proprio un bel team – conferma dai 7200 metri del campo 4 Simone Moro, mentre lui e i suoi tre compagni di cordata nel minuscolo spazio della tendina cercano di riscaldarsi finalmente e di idratarsi per recuperare almeno in parte le tantissime energie consumate. -. Abbiamo fatto una cosa incredibile, senza ossigeno con il gran freddo e il vento che c’era. E ancora in febbraio, così i soliti criticoni non potranno dire che ormai l’inverno stava finendo. Lassù ci siamo fermati pochissimo, qualche foto, un filmato. Di più era impossibile. Ma che vista meravigliosa! Uno spettacolo: K2, Broad Peak, i Gasherbrum, la Cresta Mazeno. Perfetto per la fine della mia carriera di ‘invernali’. Ma adesso pensiamo a riposarci bene. Dobbiamo scendere da qui fino al campo base!”.

Più informazioni su

Commenti

L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori. Il contenuto di questo commento esprime il pensiero dell'autore e non rappresenta la linea editoriale di BergamoNews.it, che rimane autonoma e indipendente. I messaggi inclusi nei commenti non sono testi giornalistici, ma post inviati dai singoli lettori che possono essere automaticamente pubblicati senza filtro preventivo. I commenti che includano uno o più link a siti esterni verranno rimossi in automatico dal sistema.