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Il mio stage in clinica, dove ho scoperto fragilità, emozioni e forza, cioè l’uomo

Chiede l'anonimato G., studentessa di 19 anni che frequenta un liceo di Bergamo e che ha da poco concluso lo stage in una clinica cittadina. Al termine di questa esperienza ha raccontato come si è sentita e cosa ha "imparato" in un tema davvero toccante.

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Chiede l’anonimato G., studentessa di 19 anni che frequenta un liceo di Bergamo e che ha da poco concluso lo stage in una clinica cittadina. Al termine di questa esperienza ha raccontato come si è sentita e cosa ha “imparato” in un tema davvero toccante. Eccolo.

Ho sempre pensato che il corpo umano fosse qualcosa di speciale e meraviglioso con tutte le sue vene e le sue arterie nelle quali scorre il sangue pompato dal cuore, muscolo involontario che non cessa mai di lavorare per tutta la durata della vita, così piccolo e apparentemente indifeso perché delicato e fragile, ma allo stesso tempo forte proprio perché permette la vita.

Icona dell’amore e bellissimo da disegnare, è anatomicamente assai complesso, ma questo lo rende forse ancora più interessante: dall’atrio destro il sangue giunge nel ventricolo corrispondente e da qui percorre tutta l’arteria polmonare che lo porta presso i polmoni che lo ricaricano di ossigeno. Ma il suo viaggio non finisce qua in quanto successivamente si reca nell’atrio sinistro, quindi nel ventricolo sottostante laddove, mediante l’aorta si dirige in tutte le parti del corpo e non so se definire tutto ciò come un film d’avventura o come una sorta di telecronaca.

Per non parlare dei muscoli volontari e tra questi quelli facciali che per fare un semplice e bel sorriso li dobbiamo contrarre tutti. E poi le ossa, il cervello, i sistemi di difesa attuati in caso di pericolo. È meraviglioso studiarne il funzionamento sui libri di scuola, talvolta impazzendo per alcuni termini tecnici e difficili e poi vedere nella pratica ciò che, nella teoria, più o meno, già si sapeva.

Il filosofo Cartesio definì l’uomo come una macchina ed effettivamente, dal punto di vista anatomico, il nostro corpo è proprio una macchina meravigliosa e perfetta tanto che all’interno di una sala operatoria, osservando gli interventi, insieme alla nausea iniziale pensi: “Ma quant’è figo il corpo umano?!?!?”.

Ma non è solo questo che si ricorda dopo aver fatto un’esperienza del genere.

Insieme all’umorismo del personale sanitario che alleggerisce un’atmosfera altrimenti per sua definizione pesante come la sala operatoria, insieme alla divisa verde, alla mascherina e alla cuffia, gli occhi che sono gli unici a rimanere scoperti osservano ogni piccolo dettaglio e da ciò traggono un’ingente quantità di umanità.

Certo, perché quelli sdraiati sulle barelle in attesa di un’artroscopia, di una rimozione dell’ernia, dell’applicazione di una protesi al ginocchio piuttosto che altro, non sono solo corpi ma prima di tutto persone e come tali hanno le loro emozioni, paure e dunque delle particolarità che li rendono unici. Come non ricordare l’uomo che si sveglia da un’anestesia totale e che si stiracchia con movimenti lenti e pare un bimbo tenero e indifeso? O il ragazzo tutto tatuato e in possesso di un fisico bestiale che fa il duro ma sotto sotto è un fifone, solo che non lo vuole dare a vedere?

O la signora che, nonostante l’operazione proceda nel migliore dei modi, scoppia a piangere perché spaventata? E che dire della donna che con forza e coraggio si sottopone a ciò che più le fa paura e mentre la operano trema perché ha freddo e te lo dice e guardandola negli occhi capisci che ti sta implorando aiuto?

Oppure l’uomo appena operato che nell’attesa di essere riportato in stanza tenta invano di sistemarsi la cuffia ma non vi riesce perché fatica a muovere un braccio, quello nel quale sono infilati tremila aghi; o la vecchina che non ce la fa più e ti guarda con quel suo sguardo dolce come a dire “Basta, lasciatemi stare! Io la mia vita l’ho vissuta!” e ogni sua ruga è il segno di tutta una vita; il ragazzo che prova a sistemarsi il cuscino che gli cade dal lettino perché fa difficoltà a muoversi oppure l’uomo che svegliatosi dall’anestesia generale sostiene di aver sognato il mare…

Come non ricordarsi di quei volti, di quelle sfacciataggini messe in atto al solo scopo di non far trasparire paura, di quegli occhi, di quelle mani nelle mani, di quelle lacrime, di quei sorrisi, di quelle persone, di quelle storie diverse, di quell’umanità che troppe volte, spesso, manca. Come non ammettere la bellezza delle emozioni come non stupirsi dinnanzi al binomio forza – fragilità?

Perché, in fondo, siamo come il cuore che ci dà la vita: insicuri, indifesi, fragili, ma con la forza di andare avanti.

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