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Cosa ci fa Bruce Springsteen a Lillehammer?

Vedere Bruce Springsteen recitare nei panni di un impresario funebre/sicario della malavita è cosa di suo già abbastanza curiosa. Se poi gli si mette una pistola in mano, gli si appioppa un cognome italiano e lo si schiaffa a Lillehammer, cittadina norvegese nota unicamente per essere stata la sede delle olimpiadi invernali del 1994, il mistero si infittisce.

La spiegazione sta tutta in un solo nome: quello di Steven Van Zandt. Conosciuto anche come Little Steven, Van Zandt è infatti l’attore protagonista di Lilyhammer, serie tv in cui interpreta un faccendiere Italo-Americano che, entrato nel programma di protezione testimoni, viene trasferito in Norvegia sotto falsa identità. L’esilio scandinavo dà il là a vicende grottesche e divertenti che mettono a nudo le differenze fra il contesto sociale scandinavo e quello statunitense.

Divenuto famoso al grande pubblico nei panni di Silvio Dante, fedele spalla di Tony Soprano nell’omonima serie che ha dato inizio alla Golden Age della tv, Van Zandt iniziò la sua carriera non come attore ma come musicista, suonando chitarra (e mandolino) nella E Street Band, il gruppo fondato per l’appunto da Springsteen nei primi anni Settanta. Un sodalizio quarantennale dunque che si è rinnovato sia in tv, con il cameo di Springsteen in Lilyhammer, sia sul palco, visto che Little Steven sembra intenzionato a rientrare nella band per un prossimo tour al fianco del Boss.

Nei panni di sicario, il Boss se l’è cavata benone, anche se le scene in cui lo si vede in azione sono davvero troppo poche per poterne apprezzare le qualità di attore. Tanto da far sorgere il sospetto che la sua partecipazione da guest star sia servita soprattutto per richiamare pubblico su una serie che ha un po’ esaurito la sua carica innovativa.

Le buone potenzialità espresse nella prima stagione non sono state sfruttate a dovere nelle due successive stagioni: in troppi episodi gli autori hanno forzato la mano alla trama introducendo escamotage narrativi poco originali e troppo inverosimili. Quindi, si è passati dall’interesse per l’incontro-scontro di civiltà fra il pensiero liberista statunitense e il modello socialdemocratico scandinavo alla freddezza nei confronti di personaggi ai quali vengono fatte compiere piroette psicologiche inverosimili. Per dire: non è credibile che un assistente sociale norvegese, sociopatico e complessatissimo, passi nel giro di pochi episodi dall’occuparsi dell’inserimento sociale dei migranti all’uccidere la propria ex, per poi rifugiarsi in Iraq e tornare dopo qualche mese sentendosi depositario della cultura Islamica.

D’accordo che è fiction, ma non esageriamo. Non si pretende che un prodotto di intrattenimento colga la verità ultima delle cose, ma che almeno rimanga ancorato al principio della verosimiglianza è d’obbligo. Perchè è vero che l’artificio narrativo deve divertire e intrattenere (anche senza fini pedagogici, intendiamoci), ma nel farlo deve mantenere una sua coerenza rispetto al dato di realtà, deve aderire all’esistente. Altrimenti vale tutto e il suo contrario, facendo perdere di senso ad ogni cosa.

Comunque, massimo rispetto per la scelta di Springsteen che ha interpretato questo cameo in nome dell’amicizia che lo lega al comunque bravissimo Van Zandt, che buca lo schermo grazie ad una fisicità prorompente e a modi smargiassi – anche se aderenti al clichè del mafioso italo-americano.

Peccato però che non vedremo la coppia Springsteen-Van Zandt nuovamente in una quarta stagione visto che Netflix ne ha annunciato l’interruzione.

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