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Tumore al seno, la qualità della cura dà più tempo alla vita

Con 48.000 nuovi casi all’anno in Italia, di cui 10.000 circa in Lombardia, il tumore al seno resta il nemico n°1 delle donne facendo registrare un aumento dei casi tra le under 45.

Si stanno svolgendo a Milano le tre giornate di formazione sulla qualità di cura nel tumore al seno, organizzata nell’ambito della Campagna “Diritti al centro.

La qualità della vura dà più tempo alla vita” promossa da Europa Donna con il contributo non condizionante di Roche.

Numerosa la partecipazione delle Associazioni di Pazienti lombarde quasi tutte operanti all’interno dei Centri di Senologia specializzati del territorio (Breast Unit), che hanno aderito con entusiasmo a questa iniziativa consapevoli di avere un ruolo sempre più importante all’interno di questi Centri di cura multidisciplinari.

Purtroppo sono sempre più numerose le donne che nel corso della loro vita vengono colpite dal tumore al seno: in Lombardia, una tra le Regioni italiane con la maggiore incidenza, si registrano circa 10.000 nuovi casi l’anno.

Un tumore che non accenna ad arrestare la sua corsa ma che al contrario fa registrare un aumento di casi tra le giovani donne con meno di 45 anni. Ecco perché è fondamentale continuare ad informare e ribadire all’intera popolazione femminile il proprio diritto alla qualità di cura (dalla diagnosi ai trattamenti e fino al follow-up) in caso di tumore al seno. Rivolgersi a una Brest Unit (BU) significa ‘essere presa per mano’ e avere maggiori chance di essere curata al meglio: si stima che nelle BU certificate il tasso di sopravvivenza delle pazienti è maggiore del 18%.

 

Queste le premesse che hanno spinto Europa Donna a promuovere una Campagna di formazione e informazione sul tumore al seno con l’obiettivo di garantire un servizio di volontariato di qualità all’interno dei Centri di Senologia, anche attraverso la definizione di Linee guida condivise, e sensibilizzare le donne sull’importanza di affidarsi ai team multidisciplinari delle Breast Unit in grado di assicurare un’offerta sanitaria elevata a favore di una migliore qualità di vita e sopravvivenza delle pazienti.

 

«L’approccio multidisciplinare e gli elevati standard di assistenza e cura delle Breast Unit non solo garantiscono maggiori probabilità di sopravvivenza alle pazienti ma anche una migliore qualità di vita lungo tutto il percorso della malattia, con il supporto specifico delle Associazioni di volontariato – dichiara Myriam Pesenti (Presidente dell’Ass.ne Cuore di Donna – Europa Donna) –. E’ per questo che abbiamo aderito con grande interesse al programma di formazione promosso nell’ambito della Campagna “Diritti al centro. La qualità della cura dà più tempo alla vita” ritenendolo una importante occasione di crescita professionale».

Una delle peculiarità dei Centri di Senologia specializzati è quella di riunire tutte le figure professionali coinvolte nella diagnosi e cura delle donne colpite da carcinoma mammario: non solo quindi l’oncologo e il chirurgo senologo ma anche il radiologo, il chirurgo plastico, il radioterapista, lo psico-oncologo, il fisiatra, il medico nucleare, l’anatomopatologo coadiuvati dalla figura dell’infermiera di senologia.

In questo contesto è fondamentale il ruolo del chirurgo senologo, come illustra il dott. Corrado Tinterri, chirurgo senologo Direttore Breast Unit Humanitas Cancer Center Rozzano: «Oggi siamo chiamati ad esercitare una chirurgia ‘gentile’, non più invasiva come un tempo, ma sempre impegnativa e mai banale.

Non dimentichiamo che il 30/35% di tutti i tumori della mammella non sono palpabili, quindi necessitano di una chirurgia conservativa che, però, non vada a discapito delle necessità oncologiche di rimuovere correttamente il tumore. Ecco allora che la chirurgia radioguidata e la medicina nucleare, grazie alla precisa localizzazione e ad accessi chirurgici più adatti, garantiscono risultati eccellenti anche nella rimozione dei carcinomi più piccoli. Inoltre, il chirurgo senologo non deve più essere soltanto lo specialista che interviene in sala operatoria, ma anche un clinico e un ricercatore».

Di concerto con il chirurgo senologo interviene l’oncologo medico, responsabile di individuare il trattamento personalizzato per ogni singola paziente.

“Si tratta di una figura essenziale del Breast Team chiamata a lavorare con un approccio multidisciplinare per garantire trattamenti ottimali e alta qualità di cure ma anche impegno costante nella ricerca clinica. Oggi, proprio grazie alla ricerca clinica, l’armamentario terapeutico a nostra disposizione si è arricchito di diversi farmaci innovativi in grado di colpire uno specifico bersaglio, riducendo in questo modo gli effetti collaterali ed aumentando i potenziali benefici a favore di una migliore qualità di vita – spiega il Prof. Giuseppe Curigliano, Direttore Divisione nuovi farmaci dell’Istituto Europeo di Oncologia di Milano – Ad esempio, nei sottotipi di tumore mammario più aggressivi, come la malattia HER2 positiva la combinazione di due anticorpi (pertuzumab e trastuzumab) e la chemioterapia ha dato un significativo impatto sulla sopravvivenza dei pazienti, con risultati mai raggiunti in passato. Proprio per le forme HER2 positive, una recente innovazione riguarda l’evoluzione della via di somministrazione della terapia biologica standard. Le nuove formulazioni sottocute riducono i tempi di somministrazione limitando il periodo di permanenza delle pazienti nei day hospital”.

La somministrazione sottocute, oltre ad essere meno invasiva e più rapida rispetto a quella endovenosa, riduce gli effetti collaterali mantenendo la stessa efficacia.

“Molto eccitanti sono anche gli studi con l’approccio immunoterapico su una nuova classe di farmaci che riattiva il meccanismo di difesa immunitaria del nostro organismo. Siamo all’inizio di un viaggio che porterà a tante nuove scoperte” – conclude il Prof. Curigliano.

Negli ultimi 30 anni la ricerca ha fatto grandi passi in avanti tant’è che la sopravvivenza continua a crescere costantemente: grazie alla prevenzione e al corretto iter diagnostico-terapeutico, oggi in Italia 9 pazienti su 10 sopravvivono, infatti, a cinque anni dalla diagnosi e la grande sfida per il futuro è rendere la patologia sempre più guaribile.

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