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Miriam, ragazza down dai sogni respinti; la scuola spiega: siamo inclusivi

Il dirigente scolastico del'istituto comprensivo di Sovere difende la propria scuola di provincia balzata agli onori delle cronache per la storia di Miriam Carrara, una ragazzina di 15 anni che avrebbe tanto voluto fare la cuoca, ma...

La sua storia ha fatto commuovere l’Italia intera. Lei si chiama Miriam Carrara, una ragazzina di 15 anni che avrebbe tanto voluto fare la cuoca. Il problema è che è affetta da sindrome di Down e nessuno degli istituti che ha visitato dopo la fine delle medie si è mostrato in grado di fornirle il sostegno adeguato. Il padre di Miriam, Luca, ha raccontato in una lettera sul Corriere della Sera – scritta in prima persona, come se a parlare fosse la figlia – l’esperienza della ragazza che, inizialmente decisa a trasformare la passione per la cucina nel lavoro della sua vita, ha visto il sogno infrangersi contro le esitazioni e le inadeguatezze del sistema scolastico.

In primis quelle degli insegnanti, che nel 2015 l’hanno ‘costretta’ a ripetere l’anno: “Mi sono dovuta lasciar convincere che era la cosa migliore (io l’ho vissuta come una bocciatura), perché dovevo ancora crescere e, come se non bastasse, dovevo pure essere contenta. Lo facevano per il mio bene!”, ha scritto nella lettera. Poi, nelle scuole superiori, finita la terza media, Miriam s’è resa conto che non c’erano istituti pronti ad accogliere e sostenere la sua disabilità: “Non ci sono insegnanti di sostegno, c’è il problema delle ore di assistenza, ma neppure l’ombra di un programma logico e magari inclusivo, pensato su misura per me”.

Alla fine Miriam si è dovuta accontentare di un istituto professionale per ‘diversamente abili’: “Quella che nega i diritti, o non crea le giuste condizioni affinché questi vengano concessi a tutti, non può che essere una sQuola con la ‘Q’“, scrive Miriam. Che aggiunge: “Se esiste una guida Michelin per i ristoranti perché non farne una anche per le scuole, con i parametri legati all’inclusione? Se hai 5Q sotto l’insegna ci sarà la scritta: “sQuola”. Perché una scuola che non riesce ad accogliere un alunno diversamente abile è una scuola diversamente fruibile”.

Ma… Ma c’è un ma. Quello del Preside dell’Istituto Comprensivo di Sovere, Salvatore Lentini, che in una lettera di risposta ha voluto far valere la sua voce e, più in generale, quella della scuola: “La storia di Miriam è rimbalzata sul web suscitando reazioni indignate nei confronti di chi ha bocciato una ragazzina down impedendo la realizzazione dei suoi sogni. Così, di colpo, siamo diventati quelli che scoraggiano i sogni, che escludono e isolano gli studenti. Nessuno però si è preso la briga di controllare chi siamo veramente e di venire a cercarci. Scoprendo, probabilmente, una realtà diversa…”.

Ecco qui il testo integrale della lettera:

“Sono il Dirigente Scolastico della “squola” di Miriam: una normale scuola della provincia bergamasca alle prese con i tanti problemi quotidiani e le sfide che ogni giorno ci pongono i nostri ragazzi. Una scuola che difficilmente balza agli onori delle cronache. Lo fa in questi giorni, grazie al contributo del papà di Miriam che, volendo aprire gli occhi dell’opinione pubblica sui problemi dell’inclusione alle superiori, ha finito involontariamente per suggerire un’immagine della nostra scuola piuttosto diversa dalla realtà.

La lettera di Miriam è infatti rimbalzata sul web suscitando reazioni indignate nei confronti di chi ha bocciato una ragazzina down impedendo la realizzazione dei suoi sogni. Una scuola, insomma, nient’affatto inclusiva e attenta alla persona, di quelle che si vorrebbe non esistessero più.

Nessuno però si è preso la briga di controllare chi siamo veramente e di venire a cercarci. Eppure siamo facili da raggiungere e, se la distanza è troppa, abbiamo un sito web (www.icsovere.it) che ci racconta in modo trasparente.

Si sarebbe forse scoperto che da parecchi anni siamo impegnati in prima linea per l’inclusione di tutti i nostri alunni. Che abbiamo aperto la scuola ai genitori e al territorio invitandoli a lavorare fianco a fianco con noi e promuovendo la nascita dell’associazione GenitoriAcca. Sarebbe stato facile scoprire come, da anni, si sia intessuta una rete sul territorio capace di mettere al centro le tematiche dell’inclusione, di fare formazione, di produrre miglioramenti tangibili.

Con poco sforzo si sarebbe visto come da noi si lavori quotidianamente a “classi aperte” e si contrasti il rischio di isolamento con l’attenzione alla relazione, grazie al lavoro di tanti insegnanti appassionati e competenti. Dietro al clamore della “notizia” si sarebbe potuto forse osservare una realtà che ha fatto dei suoi ragazzi una piccola ricchezza. Grazie a loro è nata una vera e propria orchestra inclusiva chiamata Bequadro: il segno che nella musica serve per eliminare ogni alterazione. Ci suonano tutti i nostri ragazzi indiscriminatamente (non è richiesto alcun requisito per aderire!) assieme ai loro insegnanti. Le musiche sono pensate in funzione della centralità dei nostri alunni “speciali” che, negli anni, hanno diviso il palco con artisti del calibro di Niccolò Fabi e Cristina Donà, suonando su palchi importanti ma anche per gli ospiti della Casa di Riposo, per gli adulti e i bambini del paese. E da quest’anno si è aggiunto un coro inclusivo con più di cinquanta elementi. Crediamo talmente nella musica come strumento di integrazione che abbiamo promosso questo progetto su tutto il nostro territorio, in collaborazione con altre scuole dinamiche e sensibili.

I più attenti avrebbero forse anche scoperto che abbiamo un grande orto inclusivo, grazie ad un progetto che è arrivato terzo in Lombardia e che vede protagonisti i nostri alunni con disabilità, assieme ai loro compagni, agli ospiti della Casa di Riposo e del Centro Socio Educativo. Avrebbero visto i nostri progetti di “sport e disabilità”, la costante partecipazione a “Insieme con Trasporto” (probabilmente l’esperienza inclusiva più importante della bergamasca), i laboratori di corporeità, quelli di cucina e molto altro ancora.

Invece si è preferito gridare allo scandalo per la bocciatura di Miriam, concentrandosi su di un passaggio della lettera che si prestava a fraintendimenti. E così ci ritroviamo di colpo ad essere la scuola che scoraggia i sogni, che esclude e isola gli studenti. Nessuno si è chiesto cosa veramente sia successo. Eppure, ancora una volta, sarebbe bastato chiedere spiegazioni. E noi avremmo risposto senza alcuna difficoltà.

Miriam ha fatto da noi un percorso di vita importante e sereno, davvero ricco per lei, ma anche per tutti noi. L’anno scorso, al termine della scuola media, aveva per noi raggiunto tutti gli obiettivi prefissati ed era pronta per “prendere il volo”. Per questo abbiamo accompagnato e supportato la famiglia nel percorso di orientamento, con tutta l’attenzione che riserviamo ad un momento così delicato. La scelta della famiglia è caduta su di una scuola statale alberghiera che si era rivelata aperta e davvero accogliente. Certamente una delle realtà di eccellenza del territorio nelle politiche di inclusione. Abbiamo iniziato un percorso di microinserimento che ha funzionato molto bene. A quel punto è stata la famiglia che ci ha esplicitamente chiesto di fermare Miriam per un altro anno, per sviluppare le autonomie necessarie ad affrontare il trasferimento con maggiore serenità ed essere più forte e pronta. Di fronte a questa richiesta, la scuola ha deciso di trattenere Miriam elaborando un percorso che facesse da ponte verso la nuova scuola, con la mediazione ed il supporto dei nostri insegnanti. Come si vede, niente a che fare con il concetto di bocciatura che tanto ha fatto scalpore. Anche se certo è stato difficile spiegare a Milly che si sarebbe fermata un anno in più per permetterle di affrontare con più chances di successo la nuova avventura.

A settembre Miriam è quindi tornata da noi molto serenamente, anche perché l’inserimento nella nuova classe era stato preparato per tempo. Nel frattempo però la famiglia ha riconsiderato la sua scelta, arrendendosi alle difficoltà logistiche che comportava. Il lungo viaggio in autobus e, soprattutto, la necessità di affrontare un tratto impegnativo a piedi per raggiungere la nuova scuola sono sembrati ostacoli reali e seri alla riuscita del progetto. E così, con il supporto e il confronto con la scuola, si è ri-orientata verso i percorsi individualizzati offerti da un ente per la formazione professionale. Una realtà specializzata nell’inserimento lavorativo dei ragazzi con disabilità, in un’ottica di progetto di vita. La famiglia ha trovato anche qui un contesto accogliente e competente. Miriam ha potuto sperimentarlo direttamente e ha reagito positivamente, affrontando la nuova sfida con serenità ed entusiasmo, tanto da convincere tutti che sarebbe stata una scelta “giusta” per il suo futuro.

Come si vede è una storia senza buoni e cattivi. Non c’è una scuola superiore che avrebbe rifiutato l’iscrizione di una ragazza down e, crediamo, nemmeno quella che avrebbe spezzato i sogni di una preadolescente davvero speciale. C’è una realtà che cerca di lavorare al meglio, pur con tutti i limiti e le difficoltà, per la riuscita dei suoi ragazzi. Una realtà fatta di fatiche, di piccole e grandi soddisfazioni, di sperimenti, ripensamenti e tanto impegno quotidiano che difficilmente trova spazio nella stampa nazionale.

La lettera di Luca e Miriam voleva parlare di altro: non del caso strappalacrime di discriminazione e isolamento, ma delle terribili fatiche che gli studenti con disabilità (e le loro famiglie) devono affrontare nel passaggio alla scuola superiore. Difficoltà che non hanno spesso diretti colpevoli da additare, ma che dipendono da fattori strutturali e organizzativi che si rivelano ostacoli insormontabili per chi avrebbe bisogno di contesti facilitanti. Invece di prestare orecchio ad un grido di denuncia che invitava a tener alta la guardia sul problema dell’inclusione nelle scuole superiori (un mondo dove coesistono eccellenze e gravi ritardi e dove spesso l’organizzazione scolastica stessa rappresenta un impedimento), si è preferito cercare il mostro dove il mostro non c’è. Da domani l’attenzione di tutti si concentrerà su altro, lasciandoci nel nostro mondo a continuare le nostre piccole grandi battaglie nell’indifferenza generale.

Certo le nostre non sono scuole con la “S” maiuscola, ma se questo significa essere una scuola con la “Q”, allora sono fiero di questa nostra piccola “squola” di provincia, in cui ogni giorno i nostri insegnanti infondono passione e competenza per aiutare i ragazzi in una crescita che li porti ad essere cittadini di una società migliore, dove queste discussioni rappresentino un pallido ricordo di un passato lontano”.

Salvatore Lentini

Dirigente Scolastico dell’Istituto Comprensivo di Sovere

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