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La giovane avvocato e gli anni di praticantato: “Compenso zero, rimborsi spese zero”

Ha 28 anni, laureata in Giurisprudenza, ha affrontato l'esame scritto per l'abilitazione professionale per diventare avvocato. In tutto il suo praticantato ha lavorato più di otto ore al giorno, cinque giorni a settimana, eppure non ha mai percepito un euro come compenso. Nemmeno a titolo di rimborso spese.

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La crisi che diventa normalità forse non fa più notizia. Forse. Se non fosse che dopo l’allarme lanciato dal presidente dell’Ordine degli avvocati Ermanno Baldassarre (leggi), l’esperienza di Daniela Marchiori, portavoce dei giovani nell’Associazione provinciale forense (leggi) e di Marta Savona, presidente di Aiga (Associazione giovani avvocati) di Bergamo (leggi qui), ci siamo imbattuti nella confessione di una giovane praticante che per tutto il suo praticantato (otto ore al giorno, cinque giorni a settimana) non ha mai percepito nessun compenso. Nemmeno un rimborso spese.

Clara, 28 anni, non ha ancora il titolo di avvocato.
“Ho completato il periodo di pratica previsto e lo scorso dicembre ho “affrontato” l’esame scritto per l’abilitazione professionale – racconta –. Ora sono in attesa dell’esito, che non arriverà prima del giugno prossimo”.
È stato facile entrare in uno studio per svolgere il praticantato?
“Dal giorno successivo alla Laurea, mi sono messa alla ricerca di uno studio dove svolgere la pratica. Inizialmente mi sono rivolta all’ordine degli Avvocati dove ci sono dei nominativi di studi che cercano praticanti o collaboratori. Un’altra tecnica molto ultilizzata è quella dell’invio del curriculum direttamente alle mail dei singoli avvocati ricercando gli indirizzi sull’albo. Io personalmente ho trovato uno studio dopo circa due settimane, selezionato dopo 7 colloqui in altrettanti studi. La difficoltà maggiore sta nel fatto che l’università comporta un insegnamento prettamente teorico, quindi di fatto la pratica ricopre un ruolo fondamentale per la nostra formazione. Risulta quindi fondamentale la scelta dello studio”.
Quante ore ha lavorato mediamente in un giorno? E quanto ha percepito?
“Da quando ho iniziato la pratica non ho mai percepito un compenso”.
Nessuno?
“No, nemmeno a titolo di rimborso spese. Malgrado ora il codice deontologico forense preveda che dopo il primo semestre di pratica, sia corrisposto al praticante un compenso adeguato il relazione all’apporto dato allo studio. Nessuno peró controlla che ció venga rispettato”.
Da una parte credo che sia da denunciare il comportamento scorretto dello studio, ma perché una giovane laureata accetta questa condizione di sfruttamento?
“Inizialmente la voglia di imparare è talmente tanta che supplisce questa “mancanza”. Anche se, a lungo andare e con il passare degli anni, questa condizione crea sicuramente dubbi in merito alle scelte fatte. Credo che, come ho potuto constatare nella mia esperienza anche vedendo i miei ex compagni di università, uno riesca a completare questo percorso arrivando all’abilitazione solo se è davvero certo del percorso scelto, quindi convinto e deciso nel voler diventare avvocato. Tra di noi, scherzando, diciamo che uno deve aver avuto la “vocazione”!”
Quante ore lavora?
“L’orario lavorativo di uno studio generalmente è dalle 9 alle 13 e dalle 15 alle 19. Capita però, molto frequentemente, che le 19 non vengano rispettate essendo un lavoro con continue scadenze che vanno rispettate. Avendo qui di un orario flessibile capita di dover annullare o spostare impegni personale che vengono, obbligatoriamente, in secondo piano”.
Consiglierebbe a un giovane di intraprendere la carriera di avvocato?
“Credo che a 18 anni, quando ci si trova nel momento di dover scegliere l’università, uno non sia in grado di rendersi ben conto di quali sacrifici comporti fare questo percorso. Sicuramente le soddisfazioni sono parecchie poiché è un lavoro di responsabilità e che ti permette di imparare molto però certamente le difficoltà nel percorso sono certamente da sottovalutare. Inoltre il percorso è molto molto lungo. Di fondamentale importanza è trovare lo studio giusto dove non si venga considerati solo “segretari più economici” svolgendo solo lavoro di segreteria ma in cui si venga formati e responsabilizzati in modo concreto. Ad un ragazzo in dubbio sulla carriera da intraprendere esporrei le note positive ma anche gli aspetti “negativi”. Credo che ognuno debba essere artefice del proprio destino essendo coscienti di cosa questo comporti”.

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