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Calano le vertenze sindacali: a rivalersi maschi, italiani, con tempo indeterminato

Nel 2015 gli uffici vertenze di Cgil, Cisl e Uil hanno aperto complessivamente 4.955 pratiche, dato in calo del 18% rispetto al 2014 quando furono 6.044 e già in lieve contrazione dalle 6.410 del 2013: nell'annuale lettura della crisi proposta dalle tre organizzazioni sindacali è questo il dato che emerge con più forza.


Nel 2015 gli uffici vertenze di Cgil, Cisl e Uil hanno aperto complessivamente 4.955 pratiche, dato in calo del 18% rispetto al 2014 quando furono 6.044 e già in lieve contrazione dalle 6.410 del 2013: nell’annuale lettura della crisi proposta dalle tre organizzazioni sindacali e da Carmelo Ilardo, Salvatore Catalano e Claudio Lodi, è questo il dato che emerge con più forza.

L’attività delle tre strutture, svolta in totale da 25 operatori a tempo pieno, ha consentito di far recuperare agli oltre 2.540 lavoratori assistiti circa 16 milioni di euro per mancati pagamenti, spettanze e diritti al risarcimento, riconoscimento dei diritti lesi e recuperi da Inps e fallimenti.

La percentuale di successo delle vertenze aperte dai sindacati sconfina oltre quota 90% ma non sempre, purtroppo, ciò non equivale necessariamente ad un risarcimento: Cgil, Cisl e Uil stimano in circa il 10-15% i debitori insolventi.

Lo studio fornisce una serie di dati e indicazioni sul “perchè” e “chi” si rivolge agli Uffici Vertenze confederali di Bergamo: nel 2015 si sono presentati soprattutto uomini (60%) under 40 (52%) italiani (71%) e con contratto indeterminato (90%).

Delle 2.540 pratiche di vertenze aperte il 40% ha richiesto l’intervento del legale e oltre il 32% delle lavoratrici e dei lavoratori si è iscritto al momento dell’apertura della pratiche: le ragioni principali per cui sono sorti contenziosi individuali nel 2015 sono il recupero crediti mensilità o Tfr (65%) e licenziamento (17%). Cresce anche il motivo legato al lavoro nero parziale, dal 6% del 2014 all’8% dello scorso anno.

“Siamo molto interessati però anche a quei lavoratori che non vedono riconosciuti i propri diritti sul posto di lavoro e non solo quando il rapporto cessa – ha sottolineato Carmelo Ilardo della Cgil – A Bergamo si continua a licenziare, circa 600-700 persone all’anno senza contare chi non si rivolge a un ufficio vertenze. Le nuove normative più non ci permettono di impugnare i contratti, per noi è diventato più difficile fare vertenze: la crisi si è fermata ma non è vero che non c’è più, c’è meno gente che si rivolge a noi ma anche perché ha paura di ritrovarsi senza un lavoro. Gli anni di crisi hanno ‘ripulito’ il mercato del lavoro: cala la platea degli interessati ma a nostro avviso rimarranno licenziamenti e fallimenti ‘strutturali’ anche nei prossimi anni”.

I settori più interessati da vertenze sono il commercio, servizi e cooperative sociali (41%), industria e artigianato (24,2%) ed edilizia (21,5%).

Uffici vertenze

Gli Uffici Vertenze hanno assistito lavoratori e lavoratrici di 195 delle 330 aziende fallite (in calo dopo il boom del 2015 quando erano 394) nel 2015: sono state aperte 2415 pratiche per assistenza nei confronti del lavoratori, il 28% opera nel settore edilizia, il 26% in quello metalmeccanico. Nei primi mesi del 2016 ne sono fallite 37, in linea con quanto registrato lo scorso anno: il rammarico espresso dai sindacati è quello di non essere riusciti ad intercettare il 100% dei lavoratori interessati da questo tipo di procedure.

“Sono cresciuti significativamente i lavoratori assistiti nel settore metalmeccanico – sottolinea Salvatore Catalano della Cisl – Calano invece quelli del tessile ma lo scorso anno per il settore è stato tremendo, con Honegger in particolare. Dispiace constatare che all’interno dei luoghi di lavoro si accettino determinate condizioni”.

L’attività complessiva degli uffici vertenze è lievemente diminuita rispetto al precedente anno (- 8,1%).

Anche per i fallimenti c’è stata una diminuzione delle persone assistite, maggiore alla diminuzione % delle ditte fallite, in quanto sono fallite anche molte aziende piccole di tipo familiare con pochi dipendenti.

Mentre per le vertenze, la diminuzione, si spiega per la riduzione del numero degli occupati, per la maggior paura di far valere i propri diritti sopportando condizioni non regolari e per l’introduzione delle nuove regole sul mercato del lavoro dai recenti governi.

“Negli ultimi due anni la vertenzialità è calata- ha evidenziato Claudio Lodi della Uil – Non significa che i problemi sono risolti o si stanno risolvendo ma che si sta raschiando il fondo del barile: ci sono tanti lavoratori rassegnati e non fanno valere i propri diritti, considerando inutile l’apertura della vertenza. Quasi cinquemila vertenze in un anno rimane però un dato significativo. In costante crescita c’è la percentuale di donne che si rivolgono a noi”.

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