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“Better Call Saul”, arriva la seconda stagione: sarà l’inizio di un nuovo culto

Il 16 febbraio Netflix distribuirà la seconda attesissima stagione della serie tv ideata dalla coppia Gilligan-Gould, quella del capolavoro di Breaking bad. E nel corso dell'anno aspettiamoci nomination, premi e riconoscimenti: siamo di fronte a qualcosa di davvero validissimo

La prima stagione di Better Call Saul è stata distribuita da Netflix lo scorso 6 gennaio, gentile omaggio lasciato nella calza dalla Befana. E per tutti coloro che sono rimasti vittime di Breaking bad è obbligatorio che si affrettino a guardarsela visto che dal 16 febbraio Netflix distribuirà la seconda stagione anche in Italia, con un solo giorno di scarto dalla messa in onda negli States.

Il personaggio di Saul Goodman, a cui questa commuovente serie fa riferimento sin dal titolo, non è “nient’altro” che lo spin-off di uno dei riuscitissimi personaggi che popolano l’universo di Walter White (aka Heisenberg). Anche se a ben guardare sarebbe meglio dire “tutt’altro”. Perché sarà anche vero che ci ritroviamo davanti lo stesso Bob Odenkirk che ci ha fatto innamorare dell’avvocato di Breaking bad, abituato a destreggiarsi fra criminali di basso cabotaggio con malcelato cinismo, ma è altrettanto vero che gli sceneggiatori Vince Gilligan e Peter Gould non ci pensano nemmeno di striscio a darci in pasto lo stesso personaggio.

Quello che nel serial culto era poco più che una spalla comica, al servizio dei momenti di alleggerimento, viene infatti nobilitato mostrandoci luci e ombre di un personaggio a tutto tondo.

Per farla breve: chi si aspetta una comedy sappia da subito che avrà un drama con i fiocchi. 

Better Call Saul

Nella prima scena del primo episodio ci viene presentato un Saul che, tempo dopo i fatti di Breaking Bad, lavora sotto falsa identità in una panetteria del Nebraska e con la paura di essere riconosciuto. Con un sontuoso flashback si viene subito catapultati su un asse temporale antecedente alle vicende di Breaking Bad, perché quello che i due autori vogliono offrirci non è un intrattenimento leggero ma una maturazione psicologica: Saul Goodman prima che diventi Saul Goodman, quando ancora il suo nome all’anagrafe era Jimmy McGill e si adoperava faticosamente per emanciparsi da un passato di giovane sbandato impegnato in ingegnose truffe per racimolare i pochi dollari utili a sbronzarsi in compagnia del socio-amico Mario.

Come in Breaking Bad, dunque, la coppia Gilligan-Gould ci spiattella una storia che si concentra sui momenti di passaggio, quelli in cui il personaggio cerca di trasformarsi, di evolversi. Ci mostrano un uomo adulto alle presecon il proprio retaggio famigliare desideroso di superare il proprio senso di incompletezza e guarire una volta per tutte dalle ferite d’amore primarie, dalle carenze affettive e dalle delusioni subite durante l’infanzia. Ci raccontano il bruco prima dello sfarfallamento in modo intenso e straziante: con dialoghi asciutti e misurati, in cui è impossibile trovare una parola fuori posto o un silenzio che non abbia significato; con inquadrature che non indulgono nel manierismo e panoramiche che fanno da eco agli stati emozionali dei protagonisti; con ironia, anche, perché nell’affannoso tentativo di prendere il volo Jimmy si infila in situazioni surreali nelle quali sfoggia un eloquio, una sagacia e un black-humour fuori dal comune; e, soprattutto, con lentezza perché nella vita reale le metamorfosi non sono veloci, non procedono per accelerazioni improvvise.

Elementi che si sommano alle strepitose interpretazioni di Odenkirk e Jonathan Banks.

Better Call Saul

Non c’è un’espressione del volto o una sfumatura della voce che tradiscano la tensione emotiva che entrambi i personaggi esprimono nelle vicende. I due sembrano infatti aver interiorizzato a tal punto le vicende interpretate da aderire anche fisiognomicamente ai due caratteri: Odenkirk esprime la frustrazione derivante dalle continue porte che vengono sbattute in faccia a Jimmy McGill anche nella più piccola ruga che fa da contorno ai suoi malinconici e disperanti occhi; così come la freddezza, la volontà e la lucida determinazione di Mike Ehrmantraut sono difficilmente immaginabili su un volto diverso da quello di Banks, che sembra essere stato scavato dal tempo solo per rappresentare il dramma famigliare messo in scena nel sesto episodio di questa prima stagione (“Poliziotti”).

Difficilmente il piccolo schermo ci offrirà quest’anno qualcosa di più alto e c’è da scommetterci che nel corso dell’anno fioccheranno nomination, premi e riconoscimenti. Non lo si può proprio perdere, è l’inizio di un nuovo culto.

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