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Il nuovo, doppio, di Lucinda Williams: lunga suite che sa di polvere e ricordi

Attesissima dopo il capolavoro "Down Where The Spirits Meets the Bone", Lucidna Williams torna con un album doppio: "The Ghosts of the Highway". Quattro stelle per il nostro Brother Giober che consiglia: ascoltatelo tutto d'un fiato.

Giudizio:

* era meglio risparmiare i soldi ed andare al cinema;

** se non ho proprio altro da ascoltare…

*** in fin dei conti, poteva essere peggio

**** da tempo non sentivo niente del genere

***** aiuto! Non mi esce più dalla testa

ARTISTA: Lucinda Williams

TITOLO: The Ghosts of the Highway

GIUDIZIO: ****

Il nuovo di Lucinda Williams è una delle uscite del 2016 più attese. E non a torto, perché la cantautrice è oggi una delle poche certezze di quel genere conosciuto come “americana” che quale fonte di ispirazione ha il blues, la musica country, il folk sapientemente miscelati con le atmosfere del rock. Esce peraltro al culmine di una carriera nata oltre 40 anni fa, costellata da prove discografiche, tutte degne di menzione, sino ad arrivare all’ultima Down Where The Spirits Meets the Bone, pubblicata circa due anni fa, alla quale hanno collaborato tra gli altri Elvis Costello e Jacob Dylan dei Wallflowers e che ha allargato ulteriormente la schiera dei fans della Williams anche al di fuori degli States.

Perché Down Where… anche ascoltato oggi, suona come un capolavoro, come uno di quei dischi impossibili da dimenticare o da riporre in qualche angolo polveroso della propria raccolta musicale. Down Where… rappresenta la perfetta sintesi tra musica, testi e interpretazione e presenta l’artista all’apice della sua maturità artistica.

Logico che il seguito, fosse atteso quasi spasmodicamente anche dai fan italiani, che nel frattempo sono cresciuti, tanto da giustificare una visita che tarda ad arrivare nonostante Lucinda abbia annunciato un tour europeo che però esclude ancora l’Italia. Mah! Sperèm.

lucinda williams

The Ghosts of the Highway, nasce in parte dalle prolifiche session del precedente lavoro, è prodotto dall’artista stessa con l’aiuto di Greg Leisz (che partecipa anche come musicista) e Tom Overby ed è registrato con una band di grandi musicisti tra cui svettano le figure di Butch Norton (batteria) e David Sutton (basso) e Bill Frisell.

Il disco è doppio anche se il numero complessivo dei brani è quello che di solito viene contenuto in un album singolo, almeno nelle edizioni deluxe.

The Ghosts of the Highway è un lavoro incentrato sul passato, sui ricordi, su esperienze vissute ed ha come scenario la Highway 20 (o Interstate 20), ossia quel lungo “stradone” di oltre 2500 km che collega la Louisiana al Texas: è qui che si intrecciano le storie di gente comune o famosa, di gente conosciuta dalla Williams o meno; qui che si avvicendano storie vere o di fantasia; è qui il mondo della cantautrice, quello a cui lei è più legata.

La signora del country ha perso un po’ della ruvidezza iniziale a vantaggio di una forma espressiva un po’ più vicina a quella della grande interprete che sfoggia un’eleganza figlia della lunga esperienza maturata; tuttavia sono poche, anzi pochissime le concessioni all’ascoltatore, meno ancora di quelle, già parche, presenti sul precedente lavoro.

Così le canzoni hanno tutte una struttura minimale che dà risalto all’interpretazione intensa della Williams relegando ad un secondo piano la parte musicale; tuttavia il lavoro non è per nulla monotono ma è di una bellezza cruda e intensa.

Il primo disco si apre con Dust, una composizione lunga oltre sei minuti introdotta dal suono di chitarre che si sviluppa armonioso e dolce fino a quando irrompe la voce della Williams meno ruvida del solito: il brano è decisamente bello, la melodia resta nella mente, la cornice strumentale perfetta. Una composizione di grande atmosfera.

House fo Heart è un brano incompiuto di Woodie Guthrie al quale la Williams ha aggiunto liriche e musica: all’inizio il suono è quello di chitarre acustiche, sul quale poi si innesta la voce più dolente del solito della cantautrice. Le atmosfere sono tipicamente notturne senza che concedano alcunché in dolcezza con un crescendo strumentale posto nel mezzo quasi minaccioso.

Decisamente riuscita è I Know All About it, canzone nella quale la Williams sussurra il testo, avendo come sfondo un tappeto di suoni delicato: bella la riuscita finale di una composizione di grande atmosfera da ascoltare preferibilmente la notte mentre si affronta un lungo viaggio in auto.

Place in My Heart, lo dice il titolo, è una (splendida) ballata dai toni rilassati, solo chitarra e voce, dalle linee melodiche soffuse, dove la cantautrice smette per un attimo i panni della ruvida country girl per assumere quelli, più consoni, della signora sofisticata. Ad ogni modo piaccia o no piaccia la svolta, il brano, nella sua semplicità, è di una bellezza assoluta grazie anche alla chitarra di Bill Frisell.

Atmosfere desertiche sono invece quelle che compongono gli scenari di Death Came, brano più triste e intimista degli altri che procede lento e solenne, mentre Doors of Heaven ha accenni blues, sottolineati da un’interpretazione che poco concede alla dolcezza.

Louisiana Story è un lungo brano di oltre 9 minuti che colpisce per l’intensità emotiva; non vi basterà un primo ascolto per apprezzarla ma poi si rivelerà per essere una bella ballata piana che scorre fluida senza mai essere tediosa.

La seconda parte del lavoro si apre con la title track, una ballata lunga oltre i sette minuti, tutta basata sui suoni della chitarra a volte minimali altre più decisi, sui quali si adagia la voce della Williams ora dolente ora più minacciosa. Un brano “polveroso” che sa di strade deserte, di posti poco raccomandabili, di gente per nulla amichevole. Un bell’inizio per certi versi spiazzante.

Il blues rappresenta fonte di grande ispirazione per la Williams: Bitter Memory ne è il chiaro esempio anche se il brano sconfina in alcune sue parti verso i lidi del country. Bella canzone, suoni puliti, ritmo incalzante, una leggera tensione che non concede all’ascoltatore alcun rilassamento e un ritornello che sa di classico.

Non solo padri musicali del passato ma anche maestri coevi. Così è il tributo al Boss con la riproposizione della sua Factory, neanche uno dei brani suoi più noti: la cover è ben riuscita, non stravolge l’originale perché la melodia è riconoscibilissima, però rispetto a questo la veste musicale è leggermente più cupa e l’interpretazione meno amichevole di quella di Bruce.

Più rilassata è Can’t Close The Door on Love, ballata basata sul suono delicato di una slide che addolcisce l’insieme e sul quale la voce della Williams si poggia più dolce del solito.

Ancora una grande interpretazione di Lucinda è quella offerta in If My Love Could Kill: già il titolo dovrebbe far capire ma nel caso diverso, si tratta di un brano lento, caratterizzato dal dialogo tra chitarra e tamburi estremamente suggestivo che si snoda sinuoso e dentro il quale è piacevole farsi avvolgere.

If there’s a Heaven è solo un soffio di chitarra e voce, peraltro non memorabile mentre decisamente pi riuscita è la successiva Faith and Grace una lunga composizione, ancora una volta lenta, compassata ma nonostante ciò riuscita, profonda di grande atmosfera.

The Ghosts Of Highway è molto diverso dal suo predecessore, non vi sono canzoni che autonomamente risultano così memorabili; appare invece più come una lunga suite che va ascoltata tutta d’un fiato per poter apprezzare, al suo interno, le infinite sfumature dell’arte di Lucinda Williams

Se non si vuole ascoltare tutto il disco: Place in My Heart

Se non ti basta ascolta anche:

Bruce Springsteen – Devils & Dust

Steve Earle – Copperhead Road

Townes Van Zandt – Flyin’ Shoes

Commenti

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  1. Scritto da Diego

    Le Highways stanno all’Americana, come i Crossroads stanno al Blues. Da ascoltare leggendo “Furore”?

  2. Scritto da brixxon53

    Gran bel disco, molto più intimista del precedente e pervaso da una costante vena di tristezza. Lo si può ascoltare in continuazione senza stancarsi mai, grande Lucinda!! Buona musica a tutti.