BergamoNews.it - Bergamonews notizie in tempo reale da tutta Bergamo e provincia: cronaca, politica, eventi, sport ...

Giovani avvocati e la crisi: siamo in troppi e senza tutele

Dopo il grido d’allarme lanciato dal presidente degli avvocati bergamaschi e dell'Unione Lombarda Ordini Forensi Ermanno Baldassarre, sulle difficoltà che vive la categoria con la crisi economica, abbiamo incontrato Daniela Marchiori, portavoce della sezione giovani dell’Associazione Provinciale Forense di Bergamo.

Dopo il grido d’allarme lanciato dal presidente degli avvocati bergamaschi e dell’Unione Lombarda Ordini Forensi Ermanno Baldassarre, sulle difficoltà che vive la categoria con la crisi economica, abbiamo incontrato Daniela Marchiori, portavoce della sezione giovani dell’Associazione Provinciale Forense di Bergamo.
Quanti sono i giovani avvocati a Bergamo? E qual è la percentuale rispetto al totale degli iscritti all’Ordine?
“A Bergamo gli iscritti all’albo sono 2.348 di cui 1.863 avvocati e 485 praticanti; di questi 1.863, 546 hanno meno di 40 anni (30% dei nostri iscritti); i restanti 1300 circa hanno più di 40 anni. Se si considera l’età di 45 anni, la situazione cambia e si arriva quasi alla metà degli iscritti”.
Quali sono i problemi che incontrano oggi i giovani avvocati?
“Il percorso professionale di un giovane che si affaccia alla professione forense è diventato particolarmente difficile per svariati motivi. Il primo è di sicuro la crisi che ha colpito tutte le attività economiche; tuttavia, credo che rispetto alle altre professioni, l’avvocatura stia scontando il prezzo di un lungo periodo in cui il numero degli avvocati è cresciuto in maniera esponenziale. Basti pensare che nel 1974 gli avvocati erano 261 mentre oggi siamo in più di 2000. Chi paga le conseguenze di tale crescita siamo ovviamente noi giovani. Il problema più sentito è sicuramente quello economico che riguarda non solo il giovane avvocato, ma anche e soprattutto il praticante, che, nella maggior parte dei casi, viene remunerato gran poco o per nulla”.
Perché?
“La nostra è una professione che prevede un lungo periodo di tirocinio, equiparabile tranquillamente a qualunque altro stage, tuttavia non retribuito. È l’unica professione in cui viene chiesto al giovane neo laureato di lavorare anche 10/12 ore al giorno, il più delle volte ricoprendo in buona parte mansioni di segreteria, senza essere ricompensato/retribuito. Il praticante giunge quasi sempre al compromesso: “visto che tu mi insegni il lavoro, io non ti chiedo di essere retribuito”, anche se i costi che deve affrontare non sono pochi”.
Facciamo degli esempi? Quali sono i costi?
“Penso ai codici per l’esame di stato, la scuola per l’abilitazione alla professione, l’iscrizione all’albo, l’iscrizione ad una associazione. Solo per citarne alcuni”.
Quali sono le difficoltà in cui si imbatte un giovane avvocato?
“Il primo ostacolo è trovare clienti, poiché il bacino è sempre lo stesso. È come se il numero di commensali triplicasse e la torta fosse sempre la stessa. Altra problematica che è una logica conseguenza della questione economica, è la difficoltà di mettersi in proprio. Una volta che si è conseguita l’abilitazione all’esercizio della professione, ci si trova di fronte all’inevitabile scelta di rimanere nello studio in cui si è iniziata la pratica, se si ha il privilegio di essere tenuti. Molti sono infatti i casi in cui un neo avvocato viene lasciato a casa dall’oggi al domani perché ha conseguito il titolo ed è quindi giunto il momento di essere pagato”.
Scusi i termini, ma questa è un’ingiustizia. Non crede, proprio per una professione come la vostra?
“Sì, concordo pienamente. Credo che uno studio dovrebbe considerare un collaboratore come un valore aggiunto e non come un potenziale concorrente o una risorsa inutile”.
È sempre stato così? O qualcosa è cambiato rispetto ad alcuni anni fa, per esempio prima della crisi economica?
“Sicuramente il numero di avvocati ha determinato una maggiore concorrenza, che ritengo sia un grosso stimolo per accrescere le proprie competenze e la propria professionalità. Tuttavia, il maggior numero ha determinato anche una certa diffidenza che la popolazione ha verso i giovani avvocati; le persone preferiscono infatti rivolgersi all’avvocato con 20 anni di lavoro alle spalle, anziché ad uno con 3 o 4 anni di anzianità. Credo che anzianità non sia sempre sinonimo di esperienza ed ancora meno sia sinonimo di aggiornamento”.
Da giovani avvocati, come avete affrontato la crisi economica?
“Noi giovani avvocati possiamo vedere nella crisi anche aspetti positivi, nel senso che siamo nati professionalmente in un periodo in cui c’era già, siamo quindi abituati a conviverci e siamo stati educati e cresciuti nell’ottica di ottimizzare le risorse a nostra disposizione, nell’ottica di non sperperare quanto riusciamo a guadagnare con gran fatica ed impegno e di fare di buono ciò che di poco abbiamo. Questo è di sicuro uno dei nostri pregi poiché siamo in grado di adattarci ad ogni situazione e, non essendo mai vissuti nell’oro e nel periodo delle cosiddette “vacche grasse” non ne sentiamo nemmeno la mancanza”.
Come pensate di porre rimedio a questa situazione a livello collegiale?
“Attivarsi concretamente e con convinzione per risolvere questi problemi potrebbe essere un buon punto di partenza, così come sta facendo l’Associazione Provinciale Forense, della quale faccio parte in qualità di portavoce della sezione giovani. La nostra Associazione, per esempio, sta elaborando delle linee guida per garantire la formazione del praticante, linee che assicurino la crescita di un professionista preparato per il futuro”.
Ci sono altre misure che potrebbero essere prese per aiutare il vostro settore professionale?
“Ridurre il numero di avvocati è sicuramente una delle soluzioni, alla quale ci si potrebbe arrivare inserendo ad esempio il numero chiuso alla facoltà di giurisprudenza, limitando il numero di praticanti che un dominus si può permettere, formare in maniera concreta un praticante”.
Consiglierebbe ad un giovane di intraprendere questa professione o vista la crisi lo indirizzerebbe verso altri settori?
“Premetto che c’è una grossa differenza nel dire “faccio l’avvocato” e “sono un avvocato”. La nostra non è solo una professione, ma è un vero e proprio stile di vita, una vocazione in quanto ci troviamo a dover tutelare i diritti ed a risolvere i problemi delle persone, problemi che possono cambiare la loro vita. Ciò comporta ovviamente delle grosse responsabilità e se un giovane intraprende questo percorso solo per far soldi, non è il mestiere giusto per lui. Bisogna infatti rendersi conto che viviamo in un momento diverso rispetto al passato. Quindi, consiglio la professione solo a coloro che hanno la tenacia, la convinzione, la volontà di fare enormi sacrifici ed il desiderio di affrontare quotidianamente i problemi di tutti”.

Commenti

L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori. Il contenuto di questo commento esprime il pensiero dell'autore e non rappresenta la linea editoriale di BergamoNews.it, che rimane autonoma e indipendente. I messaggi inclusi nei commenti non sono testi giornalistici, ma post inviati dai singoli lettori che possono essere automaticamente pubblicati senza filtro preventivo. I commenti che includano uno o più link a siti esterni verranno rimossi in automatico dal sistema.

  1. Scritto da Patrizio

    Facilmente e fortunatamente in molti prima di prendersi un avvocato devono essere obbligati perchè le loro parcelle e i tempi non se lo possono permettere.
    E’ colpa anche degli avvocati per i tempi lunghi della giustizia?
    In molti casi sono loro a scavare per allungare i tempi?
    E’ tutto lavoro?
    Credo che i cittadini non hanno un servizio adeguato al costo e ai tempi. Sono convinto che le vittime sono i cittadini.

  2. Scritto da giggi

    poveracci, che vita d’inferno!