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“Mostro di Firenze, caso da riaprire: la pista più concreta passa da Bergamo”

E' davvero chiusa la vicenda del mostro di Firenze? Davvero le condanne inflitte ai "compagni di merende" hanno messo la parola fine, a metà anni '90, a quella che ancora oggi è considerata la vicenda giudiziaria più controversa e intrigante del secolo scorso?

E’ davvero chiusa la vicenda del mostro di Firenze? Davvero le condanne inflitte ai “compagni di merende” hanno messo la parola fine, a metà anni ’90, a quella che ancora oggi è considerata la vicenda giudiziaria più controversa e intrigante del secolo scorso?

Secondo la Procura di Firenze e quella di Perugia (dove si era snodato un filone dell’inchiesta attraverso la morte del medico Francesco Narducci) la risposta è “sì”: il caso si è chiuso con la condanna in via definitiva di due uomini identificati come autori materiali di quattro duplici omicidi: Mario Vanni e Giancarlo Lotti, i cosiddetti “compagni di merende” di Pietro Pacciani, condannato in primo grado a più ergastoli e successivamente assolto in appello, morto d’infarto prima di essere sottoposto ad un nuovo processo di appello.

Pietro Pacciani

Secondo altre persone che la vicenda l’hanno seguita per filo e per segno in ogni suo risvolto la risposta è “no”.

Ne è convito Mario Spezi, ai tempi dei fatti giornalista di punta de La Nazione, uno dei pochissimi che quei sanguinosissimi delitti li ha scritti, seguiti, studiati. Tutti, dal primo all’ultimo.

Per colpa delle sue indagini private Spezi è stato anche indagato (dal 2004) e arrestato (nel 2006 è rimasto in carcere a Perugia per 23 giorni, di cui 6 in isolamento) con una serie di accuse pesantissime: dal depistaggio al concorso in omicidio (del dottor Narducci, ndr), alla turbativa di servizio pubblico, fino alla calunnia.

Spezi, all’indomani della completa assoluzione da parte della Cassazione, è tornato a parlare. E nel farlo, al quotidiano Sienanews, ha rivelato nuovi particolari di quella pista – ritenuta da molti la più concreta, lucida e attendibile – che, secondo lui, porterebbe al vero mostro di Firenze, ancora vivo e in libertà. Che nella seconda metà degli anni ’70 sarebbe passato da Bergamo, città del Nord Italia nella quale avrebbe risieduto.

Mostro di Firenze

A.V., il nome del presunto serial killer indicato da Spezi nel libro “Dolci colline di sangue” (scritto dal giornalista a quattro mani col giallista statunitense Douglas Preston), viene citato solamente col nome di “Carlo” (nell’edizione italiana il nome reale fu censurato, ma in quelle vendute negli State no).

Secondo gli autori del libro “il mostro dal 1974 al 1981 si è preso un intervallo di silenzio durante il quale si è allontanato da Firenze – si legge nell’intervista di Katiuscia Vaselli – per stabilirsi a Bergamo”.

Di casi analoghi a quelli accaduti nelle campagne toscane in quegli anni non se ne sono registrati in Lombardia, ma la pista è assolutamente percorribile dal momento che “Carlo” di mestiere ai tempi faceva il camionista.

“Il vero mostro non è mai finito in carcere, o meglio ci è finito per altri reati minori – si legge ancora nell’intervista a Spezi -. Quando fu scarcerato Francesco Vinci, accusato di alcuni degli omicidi del mostro ma poi prosciolto, fui invitato a una cena di sardi: pecorino e filuferru. A fine serata si parlava del mostro e lì ebbi la certezza che anche oggi mi accompagna. ‘Il mostro è uno che si sa muovere di notte, in campagna, e che ha sofferto tanto da bambino’ mi disse Vinci. Ma usò un tono affettuoso”.

Mostro di Firenze

Secondo Spezi, dunque, il mostro è ancora vivo e forse la compulsione è solo sopita ma non scomparsa – tesi psicologiche dicono sia impossibile fa smettere la compulsione a meno che il serial killer non si faccia prendere o si suicidi – e la famigerata Calibro 22 “difettosa” come ricorda il giornalista, non è stata mai trovata. “Ma è la sua firma, non se ne libera. Semmai si è liberato dei feticci presi dai corpi delle vittime, in qualche modo…”.

“Quella del mostra è una presenza che non mi lascia libero, ogni giorno non posso fare a meno di pensare a un aspetto o all’altro di questa vicenda – ha commentato Spezi -. Solo se lo trovassero potrei trovare pace, forse”.

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