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Grande Guerra, Pillola 72: 1916, l’anno della svolta che non ci fu fotogallery

La grande illusione del 1916, fu quella di avere capito come si poteva vincere la guerra: caddero invece tutti i teoremi e i calcoli degli alti comandi, inceneriti dal colossale fallimento delle offensive di quell'anno.

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La grande illusione del 1914 fu quella di concludere rapidamente la guerra: in un primo momento, addirittura, molti pensarono che, dopo Sarajevo, tutto potesse concludersi con una terza guerra balcanica, se non perfino con semplici accordi diplomatici. In un secondo tempo, a conflitto già iniziato, quasi tutti credettero sinceramente alla fola di un ritorno a casa dei combattenti entro il Natale: insomma, da un’idea piuttosto plausibile di guerra limitata allo scenario balcanico, si passò a quella, assai più fantastica, di una guerra che si mantenesse entro i limiti temporali cui si era abituati dall’esperienza pregressa.

Nonostante il brusco risveglio delle prime mostruose offensive del 1914 e la lunga esperienza della guerra d’assedio, nel 1915, negli alti comandi sia dell’Intesa che degli imperi centrali continuarono ad allignare speranze mal riposte ed una fiducia che pareva incrollabile nella scienza militare. Quella stessa dottrina che si era dimostrata tanto inadeguata fin dalle primissime scaramucce della prima guerra mondiale, nel 1916, debitamente aggiornata ed adattata all’evidenza di un gigantesco braccio di ferro tra eserciti enormi e poderosamente armati e trincerati, ebbe la sua più clamorosa smentita.

La grande illusione del 1916, fu quella di avere capito come si poteva vincere la guerra: quella guerra, fatta di terra di nessuno e di colossali opere campali contrapposte. L’errore più grande fu quello, commesso praticamente da tutti i comandanti, di credere che la soluzione tattica alla situazione di stallo che si era venuta a creare sui principali fronti risiedesse nella quantità e non nella qualità dei mezzi di approccio e di sfondamento. In parole povere, anziché cercare nuovi metodi e nuove armi per scavalcare i dispositivi fortificati avversari, sempre più vasti e complessi, si pensò che fosse sufficiente potenziare in maniera esponenziale quelli tradizionali: sempre più cannoni, sempre più proiettili e, va da sé, sempre più uomini.

Ne derivò, da una parte, che l’anno 1916 fu quello delle grandi offensive: dei piani strategici che avrebbero dovuto scardinare i fronti e portare allo sfondamento decisivo. Dall’altra parte, però, esso fu anche l’anno che vide fallire quasi tutte le grandiose operazioni, che vennero quasi invariabilmente circoscritte ed arginate, trasformandosi frequentemente in pericolosi boomerang per chi attaccava. Fu così nel caso di Verdun e della Somme, sul fronte occidentale e della Strafexpedition su quello trentino-veneto: le cose andarono un po’ diversamente, invece, nel caso della sesta battaglia dell’Isonzo, che portò alla conquista di Gorizia, e nella riuscita offensiva di Brusilov in Galizia. In entrambi questi casi, però, le conseguenze positive furono esclusivamente tattiche, giacchè le truppe italiane, una volta conquistato il capoluogo isontino, non seppero trasformare il successo in una vittoria decisiva, mentre lo sfondamento russo allungò enormemente le linee logistiche degli attaccanti, ponendo le premesse dell’inevitabile controffensiva avversaria.

Va detto, inoltre, che l’obiettivo del comandante russo era più quello di stornare forze dalle due offensive messe in atto dagli imperi centrali a Verdun e sugli altipiani, che ottenere una vittoria strategica.

Tornando ai clamorosi fallimenti del fronte occidentale, però, in definitiva, si attaccava in un modo che non era redditizio dal punto di vista strategico: si sparava troppo e spesso inutilmente, si attaccava in massa, si premeva su di un settore molto vasto di fronte. Si commettevano, dunque, quegli errori tattici che avevano caratterizzato le grandi battaglie dei due anni precedenti, solo su scala molto più vasta. La guerra non era più uno scontro esclusivamente militare, ma non era ancora diventata un conflitto tecnologico: oscillava tra la guerra totale e il Materialschlacht, tra lo sforzo industriale e logistico e lo scontro di civiltà. Non era ancora divenuta, insomma, una guerra compiutamente moderna e non era più una guerra vecchio stampo: il Blitzkrieg era di là da venire, anche se se ne potevano intuire alcuni aspetti germinali nella necessità sempre maggiore del controllo dell’aria e nei progetti di nuove armi, che si sarebbero rivelate decisive alla fine del conflitto, come i mezzi corazzati.

L’esempio forse più evidente di questa situazione limbica in cui si trovava la scienza militare è rappresentato proprio dalla battaglia di Verdun o, meglio, dal suo principale obiettivo strategico, che era quello di dissanguare, letteralmente, la Francia, consumando un’intera generazione di francesi nella disperata difesa del baluardo sulla Mosa: una battaglia demografica, in un certo senso, a metà tra la moderna progettazione strategica e la pura e semplice carneficina. Un Moloch mostruoso che finì per divorare anche chi lo aveva ideato. E, probabilmente, nel 1916 cadde definitivamente la più grande delle illusioni: quella della fiducia cieca nella scienza positiva.

I teoremi ed i calcoli degli alti comandi, imbevuti di positivismo militare, furono inceneriti dal colossale fallimento delle offensive del 1916: ed è allora che furono gettati i semi della grande crisi della guerra, che maturò l’anno successivo. E, forse, anche della grande crisi dell’uomo moderno, che perse Dio tra le trincee, ma vi smarrì contemporaneamente la fede nella ragione, rimanendo solo ed indifeso di fronte all’immane tragedia che aveva creato.

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