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Meraviglioso… Fiorello vola con Modugno alla ricerca del tempo perduto

In un gioco dai rimandi proustiani, Giuseppe Fiorello vola sulle note di Domenico Modugno alla ricerca di un tempo ormai perduto: il suo. Quello della sua infanzia, quando non era altro che un “picciriddu” timido e introverso; l'ultimo di quattro fratelli che sognava la musica, il cinema, il teatro.

Cosa sono i ricordi, se non celle frigorifere della memoria volte a conservare un passato ormai lontano?

In un gioco dai rimandi proustiani, Giuseppe Fiorello vola sulle note di Domenico Modugno alla ricerca di un tempo ormai perduto: il suo. Quello della sua infanzia, quando non era altro che un “picciriddu” timido e introverso; l’ultimo di quattro fratelli che sognava la musica, il cinema, il teatro.

Dopo averne raccontato le gesta in televisione con “Volare – La grande storia di Domenico Modugno”, Beppe Fiorello prende in prestito le canzoni del cantautore pugliese per farne la colonna sonora del suo spettacolo teatrale: “Penso che un sogno così…”, scritto con Vittorio Moroni per la regia di Giampiero Solari.

Uno spettacolo sul quale la figura di Modugno aleggia con insistenza; dove le musiche e i testi del cantautore di Polignano a Mare vengono ripetuti quasi come fossero mantra in grado di rievocare la memoria di papà Nicola: scomparso all’età di 58 anni «in un giorno di carnevale e col sorriso stampato sulle labbra».

Una figura che l’attore siciliano riveste di grande passione, ricordandone la vitalità, gli slanci e la somiglianza con Modugno: dal baffo à la Clark Gable all’abitudine di cantare con le braccia sempre aperte. «E cantava e guidava, e guidava e fumava…».

Due ore di spettacolo dove Fiorello – in un intreccio continuo tra la sua storia, quella della sua famiglia e, soprattutto, quella del padre tanto amato – solca anche le orme di Modugno: cantore di un’Italia felice, spensierata e – proprio per questi motivi – più vintage che mai; un’Italia che si apprestava a vivere la sua “golden age” all’alba dei primi anni Sessanta.

Ispirata da un quadro di Chagall, “Nel blu dipinto di blu” fu la canzone che più di ogni altra catturò l’idillio di un paese liberato dai livori della guerra e pronto a sfrecciare in Lambretta verso la modernità. E quanto durò quell’idillio, poco importa.

“Nel blu dipinto di blu”, dunque, ma non solo: le austere scenografie di Patrizia Bocconi, le installazioni video di Cristina Redini e il disegno luci di Alberto Negri incontrano le splendide musiche dal vivo di Daniele Bonaviri e Fabrizio Palma in una sorta di unplugged dei successi del cantautore pugliese: da “Tu si na cosa grande” a “Resta cu me”, “Meraviglioso”, “Cavaddu ciecu de la miniera”, “Lu minaturi”, “Amara Terra Mia”, “Malarazza”, “Piove”, “Vecchio Frac” e “Cosa sono le nuvole”, quest’ultima scritta con Pier Paolo Pasolini ed inserita nel film a episodi “Capriccio all’italiana” del 1968, girato dallo stesso regista bolognese con Modugno nei panni di attore. Tutti brani che perfettamente si sposano con le tematiche trattate e gli aneddoti sciorinati durante la narrazione.
beppe fiorello
E poi c’è Fiorello, che grazie alla semplicità del racconto dà vita ad un’interpretazione “leggera” – proprio come la musica del suo guru – ma allo stesso tempo convincente.Questo, ovviamente, grazie anche alla sua voce: «La timbrica nasale è importante – sosteneva Modugno – Per cantare le mie canzoni ci vogliono le adenoidi. O, perlomeno, un gran bel raffreddore». E quella timbrica, Fiorello, l’ha senz’altro coltivata…

A spettacolo quasi concluso, in un’atmosfera catartica e densa d’attesa – sottolineata dall’accendersi d’azzurro del pannello di fondo – si vede giungere dall’alto la giacca color carta da zucchero che Modugno era solito indossare. Proprio quella che la moglie, Franca Gandolfi, aveva consegnato a Beppe per interpretare il suo Mimmo nella fiction di Rai 1.

«Modugno per me non è stato solo una storia da raccontare o un personaggio da interpretare – spiega Fiorello – ma la possibilità di ritrovare un tempo lontano, rimasto sempre dentro di me».

“À la recherche du temps perdu”, direbbe Proust: volando sulle note di Modugno, ovviamente.

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