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Il futuro dell’Università di Bergamo “decolla” con Ryanair

La giornalista Maria Latella scrive sul suo blog "Tendenza Latella", pubblicato da Il Messaggero, il fenomeno Ryanair collegato allo sviluppo dell'Università di Bergamo.

La giornalista Maria Latella sul suo blog “Tendenza Latella”, pubblicato da Il Messaggero, racconta da un’angolazione originale lo sviluppo dell’Università di Bergamo, e lo collega al “fenomeno” Ryanair. 

E’ la qualità che rende appetibile un’università, non il fatto di essere più o meno grande. Ma oggi conta anche aver vicino un aeroporto e un collegamento low cost. L’Università di Bergamo, per esempio, ha cambiato faccia da quando Ryanair vola nel vicino aeroporto di Orio al Serio. Qualche esempio. Forti dei loro corsi di studio in inglese, rettori e docenti dell’Università di Bergamo sono riusciti a convincere Harvard e a stabilire con la prestigiosa università americana un accordo con la facoltà di design per ripensare il modello di città.

“Grazie ad Harvard abbiamo lanciato un progetto di città che si chiama Bergamo 2035” dice il rettore Remo Morzetti Pellegrini. L’Università di Bergamo ha sei corsi in inglese, divisi nelle tre aree: economia, management e turismo. Ha mille studenti stranieri su sedicimila allievi in totale, con un quaranta per cento che arriva da regioni diverse dalla Lombardia.

“Ci siamo accorti che avere un aeroporto a due chilometri e Ryanair capace di collegamenti quotidiani con Trapani. Lametia Terme, Cagliari, Brindisi, consente a molti studenti di tornare a casa per il week end. Le tariffe sono basse, con 25 euro il venerdì sera si torna a casa”. Il personale docente comprende settanta-ottanta visiting professor stranieri, docenti che passano nell’Università di Bergamo da uno a sei mesi, arrivando da Londra, Parigi, Berlino e altri centri europei.

“Stiamo studiando un accordo con università dove ci sono le rotte di Ryanair, perché siamo andati a vedere le città che sono collegate da Ryanair e che hanno un’università simile alla nostra – spiega il rettore Morzenti Pellegrini -. Abbiamo scoperto di appartenere allo stesso mondo. Città con un nucleo storico, con non più di duecentomila abitanti, università con ventimila studenti, quindi di medie dimensioni. E, soprattutto, abbiamo tutti un aeroporto vicino alla città. Da noi, a Bergamo, ci sono visiting professor che vengono a far lezione alla mattina e tornano nel loro Paese, la sera”.

Il professor Morzenti Pellegrini ammette che il ruolo di un rettore e di un un’università sono, oggi, molto cambiati.

“Nel bergamasco, negli ultimi tempi, sono successe molte cose. Italcementi venduta ai tedeschi. Pesanti ristrutturazioni bancarie. La gente mi ferma per strada:”Voi, almeno, rimanete? Chi fa il rettore di un’università si ritrova ad avere oggi anche una responsabilità sociale”.

Per questo, racconta il rettore, l’università si offre anche come ponte tra Bergamo e altre realtà internazionali.

“I visiting professor che arrivano da fuori vogliono conoscere il nostre tessuto economico, noi li portiamo a conoscere le imprese, il territorio. Le università possono diventare ambasciate culturali. Finora si occupavano di didattica e di ricerca. Oggi non basta più. L’Europa ha introdotto il concetto di terza missione: divulgare ciò che fai nella società in cui operi. L’università era una torre d’avorio. Oggi è un osservatorio”.
A Bergamo credono nella contaminazione dei saperi.

“Non è uno slogan. E’ il futuro – assicura il rettore -. Dalla rettrice dell’Università di Rejkiavik abbiamo copiato l’idea di una facoltà di ingegneria e tecnologia della salute. Guardi che mettere insieme medici e ingegneri non è uno scherzo”.

E il rischio di promuovere facoltà inutili?

“Non c’è. Non si può più. Gli studenti, oggi, non scelgono la facoltà, scelgono il piano di studi. E in un anno l’80 per cento dei nostri laureati trova lavoro. Anche nelle facoltà umanistiche”.

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