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Dipendenti della Camera di Commercio contro Renzi: “Riordino? Questo è smantellamento”

«Il Governo lo chiama “riordino”, ma quello che si prospetta, a detta dei dipendenti della Camera di Commercio di Bergamo, è un vero e proprio smantellamento» così le rappresentanze sindacali dell'ente camerale di Bergamo che in una nota esprimono tutto il loro dissenso.

«Il Governo lo chiama “riordino”, ma quello che si prospetta, a detta dei dipendenti della Camera di Commercio di Bergamo, è un vero e proprio smantellamento» così le rappresentanze sindacali dell’ente camerale di Bergamo che in una nota esprimono tutto il loro dissenso.

“La motivazione ufficiale è quella di “efficientare” la Pubblica Amministrazione, con un taglio delle sedi e la riduzione ad un massimo di 60 Camere, un taglio delle funzioni essenziali (funzione di sostegno alle imprese e ai territori, proprio in una fase economica così delicata come quella che stiamo vivendo) e un taglio del personale del 15% entro 180 giorni, che salirà al 25% una volta che saranno finiti gli accorpamenti. In sintesi, oltre 1000 dipendenti camerali che arrivano a 3000 considerando il sistema camerale nel suo complesso” affermano in una nota le Rsu della Camera di Commercio di Bergamo (Cinzia Tribbia, Maurizio Gualandris, Valeria Carni, Carolina Cugnetto, Nadia Gaglio, Stefania Manzoni e Raimondo De Vivo.

“Lavoratori che si sono distinti per gli alti livelli di efficienza e professionalità, facendo del sistema camerale una delle “eccellenze” della Pubblica Amministrazione. Lavoratori i cui costi attualmente non sono a carico del bilancio dello Stato in quanto le Camere di Commercio sono Enti Autonomi che si autofinanziano, ma con gli esuberi annunciati e l’eventuale ricollocamento in altri enti pubblici, diventerebbero una spesa in più per lo Stato e quindi per i cittadini” aggiungono.

Quindi, a chi giova questo decreto?
“Non giova ai dipendenti, lasciati a sorte incerta (mobilità, accompagnamento forzato alla pensione, esuberi?), con uno spreco di risorse e professionalità – rispondono le Rsu -. Si ripercorre quindi la confusa e incoerente parabola che ha cancellato le Provincie, buttato al vento risorse e professionalità, per costringere ora le Regioni, non in grado di gestire servizi e funzioni svolte da quelle istituzioni, a inventarne di nuove? Spreco su spreco! Non giova alle piccole e medie imprese, che rappresentano oltre il 90% del tessuto produttivo del nostro Paese. I piccoli imprenditori, come certificano ripetute indagini e testimonianze degli stessi interessati, hanno sempre trovato nel sistema delle Camere di Commercio, presenti in ciascuna provincia e quindi vicine al proprio territorio, e nella professionalità della stragrande maggioranza dei dipendenti pubblici che svolgono con professionalità ed onestà il proprio lavoro: supporto, sostegno, consulenza gratuita, sin dalla fase di avvio della propria attività. Per non parlare degli incentivi economici per il miglioramento delle strutture, la formazione, la capacità di competere anche sui mercati esteri”.

“Non giova all’economia del Paese che si è sviluppata negli anni del dopoguerra proprio su questo imponente tessuto di microimprenditorialità, che sempre più sarà costretto ora a rivolgersi a professionisti e/o esperti (o pseudo tali), alle associazioni di categoria, al “mercato”, per ottenere servizi e assistenza con costi ben maggiori delle poche decine di euro risparmiate con il taglio del diritto annuale” proseguono.

Ma allora, perché questo decreto?
“Sarà forse perché, leggendo su alcuni quotidiani nazionali, che il Capo del Governo e il suo Ministro dello Sviluppo Economico avevano promesso questa riforma a Confindustria, che si è vista negli ultimi anni sfilare qualche poltrona, a causa dei meccanismi di nomina attuali che privilegiano parametri a favore di associazioni di categoria minori a fronte di ben più consistenti oneri versati dalle grandi imprese al sistema camerale? E’ ovviamente un’ipotesi. Sarà forse per una “lotta alle poltrone” con l’intento di ridimensionare ruoli e compiti del pubblico servizio, lasciando spazio maggiore a consulenze e iniziative delle associazioni di categoria di maggior peso, da tempo condannate ad asfittici bilanci, ad abbandoni di adesioni da parte delle imprese, e così via? E’ un’altra ipotesi. Questi interessi hanno trovato buon ascolto in un Governo che si sta caratterizzando, per il taglio dei servizi pubblici a favore del “mercato”. Succede in sanità: meno personale assunto e sostituito, ticket più onerosi, liste di attesa lunghissime. I ceti meno abbienti pagano queste illuminate riforme, chi ha risorse in abbondanza si cura presto e bene presso le strutture private. Uguale logica per le Provincie e ora per le Camere di Commercio”.

“Il Sindacato non ha mai negato l’esigenza di profonde riforme nella Pubblica Amministrazione. Anche nelle Camere. Anche i lavoratori conoscono difetti, privilegi, inutili duplicazioni e iniziative di pura immagine in cui a volte sono state indirizzate le risorse camerali. Pronti a discutere di tutto questo. Ma a questo Governo, evidentemente, non interessa affrontare insieme i difetti reali del sistema. Preferisce trattare su altri tavoli. Ai pubblici dipendenti, da pessimo Datore di Lavoro, da anni nega il rinnovo dei contratti, non valorizza le professionalità, è pronto a dare battaglia e a far propaganda sui pochi, deprecabili, episodi di disonestà da parte di alcuni dipendenti pubblici che offrono pretesti ulteriori a giustificare queste “non riforme”. I dipendenti della Camera di Commercio di Bergamo, che sono già in “stato di agitazione” dall’ottobre 2014, se il decreto non verrà modificato, sono pronti a mobilitarsi con tutte le azioni di protesta possibili”.

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