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The Niro mercoledì all’Edonè: “Io, i Deep Purple, Sanremo e il nuovo album”

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Quel bravo ragazzo di “The Niro” – giusto per fare il verso a uno dei film più celebri interpretati dall’attore americano – è in realtà Davide Combusti: una delle gemme più scintillanti del fitto sottobosco musicale italiano. Animo sincero e talento in tasca, condito da quell’umiltà e consapevolezza tipiche di chi ha masticato anni di dura gavetta prima di calcare i palcoscenici più importanti, in Italia come all’estero. Il cantautore romano si esibirà mercoledì 20 gennaio all’Edoné di Redona, prima tappa del suo “Hurricane Tour”: una lunga carrellata di concerti che lo vedrà esibirsi in tutta Italia per presentare i brani del nuovo album; a quanto pare, decisamente più folk-oriented rispetto ai lavori precedenti. Lo abbiamo intervistato in anteprima.

E’ la sua prima volta a Bergamo?

“Assolutamente sì, non ho mai suonato a Bergamo. Sono stato recentemente a Brescia, ma mai a Bergamo. Della città conosco poco. I Verdena, ad esempio: io e Alberto Ferrari siamo nati lo stesso giorno dello stesso mese dello stesso anno, vale a dire il 6 ottobre del 1978. Dovremo incontrarci, prima o poi…”.

Ci tolga una curiosità, il nome “The Niro” da dove viene?

“The Niro è il nome della band con la quale suonavo da ragazzo. Un giorno, durante un concerto dei Notwist, dissi ai miei compagni: ragazzi, sentite un po’, ma noi come ci chiamiamo? A tal proposito ci balzò in mente quel che scrisse una ragazza per una fanzine locale: ovvero, che la nostra musica ricordava quella delle colonne sonore dei film. L’idea ci piacque e decidemmo così di chiamarci con il nome di un personaggio del cinema. Pensammo a Bogard, ma ce n’erano già troppe di band con il suo cognome; stesso dicasi per Monroe. Alla fine, attraverso un gioco di parole, De Niro diventò “The Niro”. Da quando la band si è sciolta, ho mantenuto questo pseudonimo anche da solista”.

Forse la ragazza della fanzine ci aveva visto giusto. Del resto, lei scrive anche colonne sonore per il cinema. Con uno pseudonimo così, chissà che non ti chiami Martin Scorsese…

“Magari. Sarà il nome che attira i registi, non so… Comunque sì, è vero. Mi sono cimentato nella scrittura di colonne sonore leggendo i copioni, ispirandomi alla lettura dei film e alle loro immagini. L’ispirazione, in questo caso, viene da fuori. E’ un percorso completamente diverso rispetto a quello di scrittura nei panni di cantautore. Ho lavorato con Pietro Mereu e Luca Merloni, Leonardo Ferrari Carissimi e con la CNN, per un documentario su Roma. Recentemente ho scritto la colonna sonora per un cortometraggio di James Mc Teigue, il regista di “V per Vendetta”.

Un percorso cominciato attraverso una lunghissima gavetta dal vivo, che l’ha visto infine approdare al disco. Spesso funziona al contrario…

“La gavetta è necessaria. Io ho cominciato a suonare a 14 anni, come batterista. Intorno ai 20 ho iniziato a scrivere canzoni, ma è soltanto a 29 anni che è arrivata la svolta. Il percorso live è fondamentale: non tanto per il confronto con il pubblico, ma per capire come interpretare e comunicare al meglio le cose che scrivi. E’ il modo per trasmettere all’ascoltatore le tue emozioni, senza filtri né menzogne. Chi ascolta sa riconoscere se quel che sente è vero o artefatto. Il palcoscenico, in questo senso, è un giudice infallibile”.

In pochi anni ne ha calcati parecchi di palchi. Ha aperto i concerti di Deep Purple, Amy Winehouse, Carmen Consoli… E, come ha sottolineato lei, persino la CNN ha chiesto una sua collaborazione. Come si arriva dallo scantinato ai Deep Purple?

Tutto è nato da My Space, un blog attraverso il quale molti artisti hanno guadagnato fama e consensi ancor prima di mettere in commercio i loro dischi. Caricai i brani da casa con un microfono da 6.000 lire, pensa un po’… Dopo una settimana giunse un’offerta dall’Arizona. Mi dissero: vuoi venire a suonare da noi? Ovviamente accettai, caricai lo zaino in spalla e partìi. Poco tempo dopo, un promoter romano mi chiamò per chiedermi se mi andava di aprire un concerto… Beh, era proprio quello dei Deep Purple. Evidentemente, nessuno aveva il coraggio di andarci al mio posto”.

Ha voluto la bici? E adesso pedala; ha voluto la chitarra? E adesso suona… E’ così che si dice, no?

“Fu esattamente quel che pensai. Mi feci coraggio e quella sera suonai al Palaghiaccio di Marino, in provincia di Roma. Era il primo marzo del 2006. Il pubblico, ovviamente, non era dei più semplici, ma dopo che mi sentì cantare, applaudì. Mi sentivo sollevato. Era come aver domato 8.000 leoni pronti a sbranarmi”.

Deep Purple, ma non solo…

“Nel giugno del 2006 aprìi il concerto londinese di Carmen Consoli, mentre il 27 ottobre del 2007 quello di Amy Winehouse. Lo stesso giorno firmai il contratto con la Universal. Fu un giorno indimenticabile”.

E una volta tornato in Italia, sforna “1969”. Il suo primo album cantato in italiano. Molti dei suoi colleghi sostengono che il passaggio all’italiano sia oggi giorno obbligato. Per vendere dischi, ovviamente. E perché gran parte del pubblico nostrano è abituato ad ascoltare prima i testi e poi la musica.

“Nel mio caso il passaggio all’italiano non è stato concepito per conquistare il mercato nazionale. Difficilmente potrei arrivare all’orecchio di tutti. La mia musica, per il momento, è destinata ad un pubblico di nicchia. Detto ciò, ho deciso di percorrere la strada dell’italiano mentre stavo scrivendo un brano per Malika Ayane. Il risultato mi piacque, e non mi pareva nemmeno tanto diverso da quello ottenuto col cantato in inglese. Al quarto album, mi dissi che forse era giunta l’ora”.

A proposito di canzone italiana, nel 2014 ha partecipato a Sanremo nella sezione “Nuove Proposte” con il brano “1969”. Da allora, alcuni tendono a presentarla come “quello che ha suonato a Sanremo”. Ci dica la verità, è un’etichetta che le sta stretta…

“Da quanto sono stato a Sanremo, effettivamente, è capitato. Mi chiedo se lo stesso valga per Marta Sui Tubi, Marlene Kuntz, Afterhours ecc… Molti sanno della mia partecipazione al Festival, ma pochi sanno tutto quello che è venuto prima. Dai Deep Purple ad Amy Winehouse, passando per Sondre Lerche, Tom Hingley degli Inspiral Carpets, Lou Barlow, Badly Drawn Boy, Zephyrs, Okkervil River, Isobel Campbell, TKO; il tributo ai Belle and Sebastian, quello in onore di Elliott Smith e Diaframma. E, nel 2007, il progetto Anti Atlas con Chris Afford, il manager dai Radiohead. Quando mi presentano come <> confesso di non fare i salti di gioia. Questo perché Sanremo non è quasi mai sinonimo di qualità, anche se, a volte, ci passano grandi band e grandi cantautori. Mi è sembrato di aver fatto cose più belle e interessanti. Nulla di grave, in ogni caso”.

A febbraio entrerà in studio per registrare il nuovo album. Ci può dare qualche anticipazione?

“Mmm… Fammici pensare… Posso dirti che suonerà più acustico, ma non è sicuro. Magari entro in studio e stravolgo tutto. Lidea è questa: chitarra classica, non distorta, suono naturale e più folk rispetto agli altri album”.

I suoi ascolti, del resto, sono parecchio orientati verso questo genere…

“Sono cresciuto con i dischi di Nick Drake e Cat Stevens, Elliott Smith e Lou Barlow, Sufjan Stevens e Ed Harcourt. Ma non per questo i miei ascolti si limitano al folk. Ad esempio, adoro musicisti come Beck: giusto per farti capire che più ci sai fare con i generi e meglio è. Detto ciò, la lista è davvero infinita”.

L’Hurricane Tour di The Niro parte da Bergamo il 20 gennaio. Quale repertorio porterà all’Edoné?

“Sul palco ci sarò io, accompagnato dalla mia voce e dalla mia chitarra. Si tratterà di un live acustico dove suonerò principalmente i brani del nuovo album. Lo scopo del tour è proprio quello di promuovere questi brani”.

Ma un film preferito con De Niro ce l’hai almeno?

“Diciamo C’era una volta in America. Ma se alla prossima intervista rispondo Taxi Driver o Toro Scatenato non offenderti, mi raccomando”.

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