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Oltre il miele: quanti pericoli dall’estinzione delle api

Non solo il miele: se l'ape scomparisse dalla faccia della terra sarebbero pesantissime le conseguenze per l'uomo, tra impatti economici e sulla biosfera. Ecco perchè non bisogna sottovalutare il drastico calo delle api in Europa.

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Se l’ape scomparisse dalla faccia della terra, all’uomo rimarrebbero solo quattro anni di vita”. Nonostante questa sentenza sia stata illegittimamente attribuita ad Albert Einstein, suggerisce qualcosa che ormai ha acquisito evidenza scientifica: il numero delle api da miele in tutti i Paesi occidentali sta drasticamente diminuendo negli ultimi anni e pesticidi e malattie sono tra i principali imputati.

Secondo una recente ricerca dell’Università di Reading (Regno Unito), la perdita di api in Europa si aggira ora attorno ai 13,4 milioni di colonie, ovvero circa sette bilioni di api da miele.

Api in pericolo

Il Regno Unito è tra i principali Paesi ad accusare il colpo, eppure le politiche adottate non sembrano adeguarsi all’entità del problema. La drastica diminuzione delle api può essere collegata a diversi fattori interagenti tra loro, anche se spesso la questione viene ipersemplificata dai media. Le ultime analisi dell’Efsa (European Food Safety Authority) evidenziano che tre pesticidi largamente usati, il clothianidin, l’imidacloprid e il thiamethoxan sono molto dannosi per gli insetti impollinatori non solo se applicati ai semi o nel suolo, ma anche sulle foglie.

L’Unione Europea già dal 2013 ha iniziato a dichiarare illegali i neonicotinoidi, altre sostanze chimiche presenti nei pesticidi ad alta diffusione e perentoriamente osteggiati da diverse ricerche scientifiche. La messa al bando di queste sostanze viene però avversata dalle principali multinazionali farmaceutiche produttrici di pesticidi come la Syngenta e la Bayer che hanno indetto diverse cause nei confronti dell’UE. La pressione di queste compagnie è particolarmente forte, specie nel Regno Unito, dove il governo considera le ricerche scientifiche sull’argomento ancora poco convincenti e sostiene che la messa al bando di queste sostanze potrebbe apportare un danno considerevole all’economia agricola del Paese.

I neonicotinoidi sembrano apportare dei danni gravi al cervello delle api, causandone il disorientamento e impedendo loro di portare a termine l’impollinazione e il ritorno all’alveare. Abbiamo quindi trovato l’acerrimo nemico delle amiche api? Come sempre la questione è più complessa, Tom Breeze dell’Università di Reading afferma: “Dobbiamo dire per correttezza che molte delle ricerche sono fatte in laboratorio, quindi si tratta di capire se l’esposizione alla sostanza nociva realizzata ‘in lab’ sia realistica”. È molto difficile fare analisi direttamente sul campo perché le condizioni variano molto da coltura a coltura e il numero di variabili è altissimo. Anche la sola messa al bando dei pesticidi risulta di per sé inefficace se non coadiuvata da riforme sistemiche e cambiamenti culturali.

Paesaggi sempre più aridi e deflorati, la pratica scellerata di agricoltura intensiva, la mancanza di biodiversità e l’aumento di monoculture sono sicuramente elementi da tenere in considerazione quando si guarda all’improvvisa morte di intere colonie di api. Anche virus, batteri e parassiti hanno un ruolo prominente nel declino; tra i principali imputati negli ultimi anni c’è la Varroa, un parassita venuto dall’Asia alla fine degli anni ’90 che ha decimato migliaia di colonie in tutta Europa.

La situazione in Italia

In Italia nel 2015 la situazione è stata particolarmente drammatica e ha visto la produzione di miele diminuire del 50%. Oltre al clima poco favorevole, è stato l’arrivo dall’Africa del temutissimo Aethina Tumida o Piccolo coleottero degli alveari, a compromettere così drasticamente la situazione già delicata. Si tratta di un micidiale parassita che si nutre di polline e miele e lo fa fermentare rendendolo immangiabile.

Al crollo dei raccolti nazionali è seguito l’aumento del 17% delle importazioni dall’estero di miele, secondo i dati Istat relativi ai primi nove mesi del 2014. La produzione annuale di miele si aggira intorno alle 8000-9000 tonnellate secondo l’AIIPA, (Associazione Italiana Industrie Prodotti Alimentari) e non riesce a coprire neanche il 50% dell’attuale domanda (18 mila – 20 mila tonnellate all’anno). Il miele, infatti, viene utilizzato come materia prima “nascosta” in moltissimi prodotti: “Lo usiamo nell’industria dolciaria per produrre cioccolato, caramelle, biscotti, cereali per la colazione, marmellate, yogurt – afferma Raffaele Terruzzi direttore dell’area miele in AIIPA-. Inaspettatamente troviamo il miele anche nei mangimi per animali, nel tabacco, nei rimedi naturali e in alcuni prodotti cosmetici oltre che negli integratori alimentari”. Coldiretti denuncia il fatto che in Italia due barattoli di miele su tre venduti nei negozi e supermercati contengono in realtà prodotto straniero. A preoccupare è inoltre il fatto che più di 1/3 del miele importato proviene dall’Ungheria e quasi il 15% dalla Cina ma anche da Romania, Argentina e Spagna, dove sono permesse coltivazioni Ogm che possono contaminare il polline senza alcuna indicazione in etichetta.

Tra i fenomeni che riguardano il problema delle api in Italia il più bizzarro è l’aumento dei furti di alveari dalle campagne, denunciato recentemente da Coldiretti. Un’annata di raccolti scarsi ha fomentato questa tendenza che riguarda anche altri prodotti agricoli, come l’olio d’oliva. Per combattere il fenomeno da gennaio è diventata operativa “l’anagrafe delle api” un servizio promosso dal ministero della Salute che permette ad aziende e allevatori di registrare le attività, comunicare una nuova apertura, specificare la consistenza degli apiari e il numero di arnie o le movimentazioni per compravendite. Attraverso questo sistema sarà possibile rafforzare i controlli anticontraffazione a seguito della rilevante riduzione della produzione e mettere in campo una promozione mirata delle qualità del miele made in Italy.

Perché ci importa? Impatto economico del declino delle api

Le colonie di api da miele forniscono un servizio essenziale nell’impollinazione di moltissime colture. Secondo una recente ricerca dell’Università di Reading in più di metà dei Paesi europei non ci sono abbastanza api per impollinare le coltivazioni. In particolare nel Regno Unito le api mellifere riescono a ottemperare solo a un quarto del fabbisogno di impollinazione del Paese. “Oltre il 75% delle colture che abbiamo richiede l’impollinazione tramite insetto quindi dovremmo essere tutti molto preoccupati circa la repentina perdita di impollinatori”, afferma Simon Potts, professore dell’università inglese che ha condotto la ricerca. Se gli insetti impollinatori, tra cui le api mellifere, continuano a diminuire, il prezzo di frutta e verdura – come mele, fragole, zucche, peperoni e molte altre – che appunto dipendono in toto dall’impollinazione, crescerà esponenzialmente a detrimento della qualità.

Ben oltre il miele

In media l’universo di conoscenze relativo alle api si limita alla basilare associazione con due o tre prodotti che sappiamo “venire da lì”. Oltre al miele, c’è la pappa reale, la cera e per i cultori del rimedio naturale, la propoli. Essere consapevoli del fatto che l’esistenza di intere colture dipenda da questi e altri insetti impollinatori presuppone che quantomeno ci si interessi alla questione. Oltre a essere essenziali al funzionamento dell’ecosistema e di conseguenza alla nostra stessa sopravvivenza, le api sono creaturine straordinarie. L’intricato sistema di interazione delle api con l’ambiente è di un’esattezza disarmante; non a caso il funzionamento dell’alveare e la ripartizione dettagliata dei ruoli all’interno dello stesso è stata spesso considerata alla stregua di un sistema sociale gerarchico, dando luogo a più d’un parallelismo pseudo-politico. La peculiare organizzazione sociale della famiglia, che è dal punto di vista biologico da considerarsi come un superorganismo composto da migliaia di individui strettamente interdipendenti, necessita ovviamente di un potente sistema di comunicazione basato su una componente chimica, i ferormoni e una fisica, le cosiddette “danze”.

Le api sono estremamente sensibili e, se addestrate, sono in grado di rilevare praticamente qualsiasi cosa. Per questo vengono utilizzate dalla Nasa per diversi esperimenti scientifici, in molte città contribuiscono al monitoraggio della qualità dell’aria, sono in grado di percepire la radioattività anche a grandi distanze e sembrerebbero in grado perfino di percepire la presenza di cellule tumorali nel corpo. Anche l’aspetto sociale dell’apicoltura merita una menzione: si diffonde sempre più sia all’estero sia in Italia l’apicoltura urbana, che mira a sensibilizzare i cittadini e a fornire alle api un possibile nuovo habitat, talvolta sorprendentemente ricco di biodiversità. Ci sono poi diverse associazioni e cooperative per cui l’apicoltura è divenuta un’attività sociale di grande importanza per l’inserimento di persone disabili, ex detenuti e tossicodipendenti nel mondo del lavoro o semplicemente come attività occupazionale appagante che permette di stare a contatto con la natura.

More than Honey. Un mondo in pericolo” è il docufilm realizzato dal regista svizzero Markus Imhoof che sicuramente merita 95 minuti del vostro tempo, chissà che non vadano a incidere sui famosi quattro anni di vita residua.

Mara D’Arcangelo

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