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Martinelli: il successo a teatro di Aung San Suu Kyi? La sua spiritualità

Marco Martinelli, regista dello spettacolo "Vita agli arresti di Aung San Suu Kyi" in scena in questi giorni al Teatro Donizetti, racconta in un'intervista video a Bergamonews il segreto del successo di pubblico che sta riscuotendo questa opera.

Cercare di sentire ciò che vive Aung San Suu Kyi, se non si entra in quella spiritualità del personaggio si rischia di cadere nel didascalico, nel noioso, retorico. Invece bisogna sapere trasmettere dei valori, raccontare senza abdicare al vero fine del teatro che è quello di commuovere, di divertire: di dare emozioni”.

marco martinelli

Così Marco Martinelli, regista dello spettacolo “Vita agli arresti di Aung San Suu Kyi” in scena in questi giorni al Teatro Donizetti, racconta in un’intervista video a Bergamonews il segreto del successo di pubblico che sta riscuotendo questa opera.

“C’è qualcosa di scandaloso nella vita di Aung San Suu Kyi: la mitezza d’acciaio, la compassione, la “bontà”, un termine che avrebbe fatto storcere il naso a Bertolt Brecht – afferma il regista -. La nostra Vita è anche un dialogo con Brecht, con quella Anima buona del Sezuan che qualche anno fa volevamo mettere in scena. Non lo facemmo allora, e questa Vita ci ha spiegato anni dopo il perché. La “bontà” intesa come la intende Aung San Suu Kyi, e come prima di lei una teoria di combattenti, da Rosa Luxemburg a Simone Weil, da Gandhi a Martin Luther King, da Jean Goss a Aldo Capitini, (più i tanti, innumerevoli “felici molti” di cui ignoriamo il nome), è scandalo in quanto eresia, ovvero, etimologicamente, scelta: si sceglie di non cedere alla violenza, alla legge che domina il mondo, si sceglie di restare “esseri umani”: nonostante tutto. Di navigare tentando di non venir divorati da Scilla e Cariddi, i mostri del buonismo ipocrita e della violenza cinica. Di restare “non abituati” alle abitudini secolari della sopraffazione e dei sacrifici umani”.

“Interrogarci sulla vita di Aung San Suu Kyi – aggiunge Martinelli – ha significato interrogare il nostro presente: cosa intendiamo per “bene comune”? Per “democrazia”? Cosa significano parole come “verità e giustizia”? Ha senso usare queste parole, e come? Non sono ormai usurate, sacrificate sull’altare della chiacchiera dei media? O hanno senso proprio partendo dalla volontà di un sereno, paradossale, gioioso “sacrificio di sé”? Di un silenzioso, non esibito eroismo del quotidiano? Di un cercare nel quotidiano “ciò che inferno non è”, e dargli respiro, spazio, durata?
Ho lavorato al testo variando tempi e luoghi, per raccontare una vita incastonata nel mosaico di una dittatura durata cinquant’anni, elaborando la drammaturgia su un doppio registro: la casa-cella, come quella di una mistica, e la Nazione vittima della ferocia dei dittatori. L’intimo e il politico. La vita agli arresti di Suu è stata un pendolo tra i fantasmi: primo tra tutti quello del padre, Aung San, il padre di Suu e il padre della patria, una limpida figura di combattente per l’indipendenza della Birmania dagli inglesi, un politico che voleva democrazia e pluralismo, il presidente appena incaricato e subito assassinato, poco più che trentenne, quando la figlia aveva solo due anni. Insieme a Ermanna abbiamo pensato a una scena onirica, una scena capace di essere allo stesso tempo luogo di fantasmi e antro della Storia, che potesse accogliere le maschere grottesche dei generali e gli spiriti malvagi della tradizione animista che impaurivano Aung San Suu Kyi da bambina”.

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