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Il rettore Morzenti: La Montelungo snodo culturale e rivoluzione per la città foto

Il rettore Remo Morzenti Pellegrini: "Il nostro mestiere è fare bene la didattica e la ricerca, la terza missione alla quale siamo chiamati è l’impatto dell’attività dell'università nella società in cui vive. E la Montelungo va in questa direzione: sarà un snodo naturale nel cuore di Bergamo”.

Indossa un completo grigio, le righe della camicia sono l’emblema del suo rigore così come la sua cravatta di un blu profondo. Davanti a questo completo da notaio cerchi nell’azzurro dei suoi occhi una via d’uscita alla sua eleganza misurata. Ma nulla.

 

Eppure, Remo Morzenti Pellegrini rettore dell’Università di Bergamo quando parla del suo ateneo si anima, si appassiona, si illumina.

 

È allora, quando lo sfidi con la domanda più bizzarra che ti sorge in testa: che colore ha la cultura? Che il magnifico rettore nel suo aplomb risponde: “L’arcobaleno”.

 

E ti spiega perché ha scelto questo insieme di colori per definire la cultura che cerca di fecondare, curare e tramandare nell’università che guida da pochi mesi.
“Ho sempre pensato che bisognasse sempre di più approfondire ogni disciplina, formare e creare professionisti specializzati in determinati settori – afferma – ma in questi anni mi sono ricreduto e ho compreso il grande valore della interdisciplinarietà e multidisciplinarietà”.
Siamo un’università generalista dove convivono discipline diverse, il nostro valore aggiunto è quello di farle dialogare, di contaminare sempre di più i saperi. La sfida che deve ora affrontare il nostro ateneo è intuire nuovi percorsi di studio, anticipare delle scelte e delle traiettorie per formare persone in grado di sfidare il futuro. È da qui che si deve partire: sconfiggere un’idea accademica dove ci sono spesso angusti ‘recinti’ settoriali e ‘leggere’ una disciplina con sguardi diversi che sappiano anticipare le esigenze di una società che cambia con una rapidità estrema”.
Mentre traccia nel vuoto il profilo dell’università che ha in mente, Morzenti Pellegrini cita il primo rettore dell’ateneo orobico, Vittore Branca che già nel 1972, a fine del suo mandato, indicava i tratti essenziali e le sfide che Bergamo aveva davanti sul campus universitario.
“Si parla con invidia dei ‘campus’ americani, specialmente da parte di chi non li ha visti o non ci ha vissuto – affermava Branca –. Sono belli, funzionali, ma spesso incredibilmente freddi e astratti, fuori dalla vita normale, avulsi dal tessuto sociale, come dei ghetti. Lo studente viene separato dalla vita d’una città: non incontra che studenti e professori, nelle aule, nei campi da gioco, nei bar. Noi dobbiamo invece trasformare i nostri centri urbanistici storici in tante sedi di studio. Gli studenti apprenderanno proprio dall’ambiente stesso lezioni non meno utili di quelle impartite nelle aule”.
Lo sguardo di Morzenti Pellegrini si fa ora vivo come quel cielo di Lombardia che piaceva tanto al Manzoni. Capisci che ama questa università e che la immagina come “un nuovo percorso culturale e formativo che da Salvecchio a piazza Rosate scende in Sant’Agostino, entra nel cortile del collegio Baroni per uscire dal giardino che si affaccia su via San Tomaso, passa dall’Accademia Carrara e dalla Gamec per arrivare alla Montelungo dove ci saranno gli alloggi universitari, per docenti e studenti, fino a raggiungere il Sentierone ed estendersi fino in via dei Caniana e oltre il confine con il campus di ingegneria a Dalmine”.

Se il Kilometro Rosso è il simbolo del campus della ricerca per le aziende, dove peraltro vi sono anche alcuni laboratori dell’Ateneo, questa “dorsale” che si snoda tra i borghi storici della città è come una fecondazione di avamposti dell’università a Bergamo.

“Perché la città e l’università devono dialogare a vicenda, arricchirsi dei diversi saperi: il rapporto con Bergamo e il suo territorio è fondamentale anche per la formazione degli studenti” aggiunge Morzenti Pellegrini che tiene a precisare: “Questa non è un’idea urbanistica, sia chiaro, ma è il progetto di un’idea culturale dell’Università per la città”.
Quindi l’ateneo non ha più fame di spazi?
“La sfida ora è diversa. La nostra università è fortunatamente in controtendenza rispetto alle altre sedi italiane che registrano un progressivo calo di studenti, noi abbiamo un incremento progressivo di iscrizioni. È necessario ora offrire a questi giovani, che vengono spesso da fuori provincia e dall’estero, degli adeguati spazi di aggregazione”.
La Montelungo in questa visione che ruolo ha?
“Sarà il naturale snodo tra Città Alta e i borghi storici di Bergamo bassa, immersa tra musei come l’Accademia Carrara, la Gamec e il Bernareggi e il teatro Donizetti e le biblioteche. Per questo al suo interno ci sarà anche un centro sportivo e una grande piazza: un punto di aggregazione e di ritrovo. Basti pensare che saranno ricavati anche una sessantina di alloggi per quei docenti stranieri che insegnano per alcuni mesi nel nostro ateneo, oltre alla residenza per gli studenti”.
Si preannuncia quindi una nuova stagione per l’Università di Bergamo?
“Negli ultimi anni abbiamo dato vita a sei corsi in lingua inglese e ogni nuovo futuro corso di laurea dovrà essere: di eccellenza, attrattivo e internazionale. Il nostro mestiere è fare bene la didattica e la ricerca; la terza missione alla quale siamo chiamati non è altro che l’impatto dell’attività dell’università nella società in cui vive. E il progetto della Montelungo va in questa direzione”.

Nessuna nostalgia del possibile campus universitario agli ex Ospedali Riuniti?
“Possiamo dirlo ad alta voce: nessuna. Gli investimenti che l’Ateneo ha fatto nel tempo (per necessità e opportunità), tramontata ormai l’idea dell’unico campus, sono stati tutti commisurati e coerenti con il suo sviluppo. L’utilizzo dell’area degli ex Ospedali Riuniti all’Accademia della Guardia di Finanza è stato reso possibile anche perché il nostro ateneo ha potuto offrire per gli allievi dell’Accademia, un nuovo ciclo di studi di Giurisprudenza. Non abbiamo ceduto nulla, semmai abbiamo ampliato la nostra offerta formativa. La Guardia di Finanza avrà gli spazi necessari per riunire a Bergamo la sede di Roma e la nostra Università si occuperà, in prima persona, del percorso formativo a ciclo unico in Giurisprudenza”.
Per anni è stato ribadito che l’ateneo bergamasco ha potuto crescere proprio perché non aveva la facoltà di Medicina. Ora avete annunciato invece il nuovo corso di medicina: che cosa è cambiato rispetto ad alcuni anni fa?
“Da tempo il nostro Ateneo ha fatto un investimento formativo nell’area della salute. Abbiamo qualche anno fa, su impulso del Rettore Paleari, aperto un centro di ricerca di Ateneo in ‘Human factors and technology in healthcare’ (HTH). Nel nostro Ateneo c’è un corso di studi in psicologia clinica, studiosi che si occupano di salute dal punto di vista pedagogico, sociologico, bio-ingegneri, giuristi che studiamo il tema del fine vita ed economisti concentrati sull’amministrazione e organizzazione di un’azienda ospedaliera. Solamente per citare alcuni esempi. Da questo punto di partenza, anche dopo l’attivazione l’anno scorso di un nuovo corso di laurea in ingegneria delle tecnologie per la salute, abbiamo di recente condiviso la proposta di attivazione di un corso di laurea di Medicina e chirurgia, in lingua inglese, con l’Università di Milano Bicocca, che sarà la sede amministrativa del corso, con l’Università inglese del Surrey e l’Azienda ospedaliera Papa Giovanni XXIII di Bergamo. Un percorso di studi sperimentale, unico nel panorama europeo, che presenteremo nelle prossime settimane e che pone Bergamo al centro di un nuovo asse strategico sia formativo che scientifico”.

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