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Vita di Aung, l’orchidea corazzata d’acciaio che si batte per la democrazia

Vita agli arresti di Aung San Suu Kyi di Marco Martinelli - in scena al Teatro Donizetti fino a domenica 17 gennaio 2016 - è una produzione del Teatro delle Albe-Ravenna Teatro in collaborazione con ERT Emilia Romagna che rende omaggio al premio Nobel per la pace 1991, la politica birmana Aung San Suu Kyi.

Vita agli arresti di Aung San Suu Kyi comincia con un interrogativo: “Quanto è distante la Birmania?”. Molto, poco o forse nulla, se è vero che il teatro può trascendere i limiti dello spazio e del tempo. Forse nulla, se la Birmania, terra di piogge e monsoni, è anche la nostra terra. O, se non altro, un modo per parlarne. E farci riflettere.

Perché il teatro non è fatto di solo intrattenimento, quanto di coscienza: politica e civile. E, in questo caso, lo è senz’altro.

Ecco allora che le questioni sollevate nell’ultimo lavoro del Teatro delle Albe di Ravenna – affidato alla regia di Marco Martinelli con Ermanna Montanari nei panni della protagonista – toccano temi lontani soltanto all’apparenza, in quanto perfettamente ascrivibili alla nostra quotidianità: a partire dal reale significato di parole come democrazia e libertà, verità e giustizia.

Uno spettacolo fortemente brechtiano, che lavora per induzione sondando il microcosmo della mite ed irriducibile Aung San Suu Kyi per poi giungere a tutti noi, stimolando pensieri ed interrogativi che interessano ad ogni latitudine: “Perché se non sei tu ad occuparti di politica, prima o poi sarà lei ad occuparsi di te”.

Uno spettacolo che abbraccia cinquant’anni di storia birmana: dall’omicidio del generale Aung San, padre di Suu Kyi e della patria ucciso nel luglio del 1947, alla prigionia nella casa di Yangon dove la figlia è stata reclusa per oltre vent’anni. Fino al 13 novembre 2010, data della sua liberazione.

Un magnifico affresco della storia di questo popolo e della sua mite condottiera, sullo sfondo di una delle dittature più longeve della storia.

Un compito tutt’altro che semplice per il regista Marco Martinelli, scampato al pericolo di incorrere in banali celebrazioni e destrutturazioni di un’esistenza certamente complessa e ricca di sfumature. Questo (anche) grazie all’interpretazione di un Ermanna Montanari capace di dar vita ad un personaggio assolutamente efficace: intenso seppur misurato, mite per quanto determinato, forte, ostinato. Una vera orchidea corazzata d’acciao.

Accanto a lei, Roberto Magnani, Alice Protto e Massimiliano Rassu danno voce al coro vestendo con estrema agilità i panni dei Nat – gli spiriti malvagi della tradizione animista che infestano i sogni di Suu bambina – di militari/scimmia, generali ‘sboccati’ dai toni grotteschi e giornalisti poco inclini all’approfondimento. Il tutto sullo sfondo di un’ambientazione scenica dalle tinte spesso oniriche e corroborate dalle musiche ora “metalliche” ora orientaleggianti di Luigi Ceccarelli.

“Le fatiche delle montagne sono alle nostre spalle / Davanti a noi le fatiche delle pianure” sono i versi perfetti per suggellare il lieto fine della liberazione dalla prigionia, ma anche utili a indicare l’inizio, per Aung San Suu Kyi, di una vita politica non meno insidiosa, ma da donna finalmente libera.

Una donna che ha combattuto silenziosamente, senza mai adottare il linguaggio dei suoi oppressori. Quello della violenza, fisica e psicologica. Perché il miglior pugile, si sà, è quello sà incassare i colpi.

Una donna che ha speso tutta la sua esistenza in difesa di una scelta, quella della bontà: “La vera eresia – spiega Martinelli – sta nel non cedere alla violenza, la legge che domina il mondo. Sta nel scegliere di restare umani, nonostante tutto. Eretico non è il buonismo o la bontà mielata della pubblicità: è chi sacrifica sè stesso. Chi fa della propria vita un tempo per gli altri e non solo per sè, in nome di un bene più grande: il bene comune”.

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