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Blackstar, il testamento di David Bowie stupisce e incanta

Avvertenze: questa recensione è stata scritta prima della morte di David Bowie. Brother Giober ha aggiunto il suo ricordo in fondo all'articolo, dopo la notizia dell'addio del Duca Bianco.

Giudizio:

* era meglio risparmiare i soldi e andare al cinema

** se non ho proprio altro da ascoltare…

*** in fin dei conti, poteva essere peggio

**** da tempo non sentivo niente del genere

***** aiuto! Non mi esce più dalla testa

ARTISTA : David Bowie

TITOLO: Blackstar

GIUDIZIO: *****

Avvertenze: questa recensione è stata scritta prima della morte di David Bowie. Brother Giober ha aggiunto il suo ricordo in fondo all’articolo, dopo la notizia dell’addio del Duca Bianco.

Inizia con il botto il 2016! Blackstar è il 25esimo lavoro della discografia ufficiale del duca bianco ed esce 3 anni dopo il precedente The Next Day, un ottimo lavoro di sano e robusto R&R (alla Bowie ovviamente) che ai tempi ebbe anche un buon riscontro commerciale.

Da allora una ridda di voci che riguardavano ora la salute, ora i nuovi progetti artistici, ma nulla di veramente concreto, sino almeno all’annuncio di questo Blackstar, lavoro dal titolo contraddittorio, atteso in modo spasmodico dai fan, ma anche dalla critica.

Perché, probabilmente, David Bowie resta l’ultima vera icona rock, il personaggio che sai non potrà tradirti, che potrà anche sfornare un disco meno riuscito di un altro ma mai di routine e che, anzi, sarà in grado di stupirti in qualche modo.

Bowie è sempre stato un personaggio coraggioso, nel corso della sua carriera artistica in grado, quando meno te lo aspettavi, di mutare rotta di marcia: i primi anni ’70 furono dedicati ad un certo pop da alta classifica, seppur celato dietro una maschera di scena che ne esaltava l’ambiguità; una volta raggiunto il successo la svolta dandy e le intrusioni nella soul music.

I successivi anni ’80 con la trilogia berlinese vennero immolati ai suoni elettronici e almeno per me fu questo il periodo di maggiore fulgore: Heroes, On Stage sono i titoli di lavori ancora straordinariamente moderni e attuali; poi venne il periodo della musica dance e Bowie visse una seconda giovinezza.

Più incerta la direzione musicale del nuovo millennio e più sporadiche le testimonianze sino ad appunto The Next Day, tutto sommato un ritorno, positivo, al passato.

Ma ogni cambio di stile ha rappresentato la conferma di un talento indiscutibile, l’espressione di una mente lucidissima: ogni genere percorso il risultato di uno studio approfondito e del totale dominio della materia.

Così oggi all’età di 69 anni Bowie esce con questo nuovo lavoro già minaccioso dal titolo e il cui contenuto, in effetti, potrà creare qualche “mal di pancia “ ai fan della prima ora , a quelli che hanno prediletto l’artista dedito alla canzone più che alla sperimentazione.

Per sintetizzare in modo estremo il contenuto di Blackstar basterebbe prestare attenzione alle affermazioni tratte da un’intervista rilasciata dal produttore Toni Visconti: “Ascoltavamo parecchio Kendrick Lamar. Il risultato non c’entra niente con il suo lavoro, ma ci è piaciuto molto il fatto che Kendrick sia stato così aperto mentalmente e che non abbia fatto un vero album hip-hop. Ha messo dentro qualsiasi cosa, ed è esattamente quello che volevamo fare. L’obiettivo era di evitare in ogni modo il rock & roll”.

Quindi va detto subito che Blackstar non è un album facile, per certi versi è spiazzante, estremo, anche per i fans più sfegatati ed è quanto di più distante vi possa essere dalla musica pop. Per certi versi Blackstar evidenzia la medesima libertà che è propria del jazz e nelle intenzioni è un album jazz anche se i territori musicali tipici del genere sono solo vagamente lambiti.

Merito probabilmente del quartetto del sassofonista jazz Donny McCaslin che Bowie ha ascoltato per la prima volta in un club di New York invitato dalla sua amica Maria Shneider in una delle sue sempre più rare uscite pubbliche.

E al proposito ancora Toni Visconti ha detto: “Possono suonare qualsiasi cosa istantaneamente. Jason (Linder, il tastierista, ) è un dono di dio. Gli abbiamo dato degli accordi parecchio bizzarri, ma è riuscito a suonarli con una sensibilità jazz. Il sintetizzatore di Jason non aveva un computer con dei programmi strani tipo Omnisphere. Ha fatto tutto con i pedali, facendo suonare il tutto unico…. Anche lavorare con Tim Lefebvre (il bassista, ) è stato fenomenale. Ha fatto praticamente tutto al primo tentativo”.

Black Star è la canzone (termine un po’ riduttivo) che apre il lavoro: la storia è oramai nota ma sintomatica del carattere del nostro. Bowie l’ha imposta come singolo dell’album nonostante la lunghezza inusitata, oltre 11 minuti! Un primo taglio per renderla cedibile singolarmente si ITunes ne ha ridotto la durata a 9,58 minuti , il che renderà presumibilmente impossibile qualsiasi programmazione radiofonica. Ciò detto il brano, tutto fuorché un singolo dal minimo potenziale commerciale, risulta all’ascolto tanto complesso quanto bello. Una sorta di lunga suite divisa in due parti ben precise: la prima cupa, inaccessibile, cantata con voce più grave del solito e insolitamente affascinante, con il sax di McCaslin protagonista. Il sax è strumento amato da Bowie, lui stesso lo suona. Certo è che se avete nelle orecchie quello di David Sanborn in Young Americans, questo vi risulterà vagamente indigesto. Poi ad un certo punto la musica cala di intensità ed inizia la seconda parte, quella che presenta maggiori aperture melodiche, quella più lirica dove è l’interpretazione del duca bianco a fare la differenza. Difficile spiegare il perché del fascino che emana il brano se non riferendomi al filo di tensione che attraversa tutta la composizione, all’intensa interpretazione di Bowie, al senso di instabilità sempre presente.

Tis’ a Pity She was a Whore è un brano più ritmato e per certi versi più convenzionale benché vicino a certe sonorità del jazz grazie al fraseggio del sax di McCaslin che fa da supporto a tutto lo sviluppo della composizione. Il testo è un’invettiva del nostro contro la seconda guerra mondiale e il ritmo si basa su un beat di stampo Hip-Hop.

Più introspettivo e notturno e più vicino a lavori passati è Lazarus, sei minuti e passa di visioni sonore, atmosfere pervase da un senso di instabilità accentuato dai suoni elettronici e dall’urlo sempre più disperato del sax, fino ad arrivare all’unico momento di relativa quiete posizionato verso la fine del tutto. Un brano di grande impatto sonoro e di intensa emotività che fa parte dell’omonimo musical che Bowie ha messo in scena in un teatro off-Broadway.

Non propriamente un inedito in quanto già presente nella raccolta Nothing Has Changed, Sue (or in a scene of crime) è un brano dalle movenze funky che, vagamente potrebbe ricordare alcune composizioni delle “teste parlanti” periodo Fear of Music. In realtà si tratta di una composizione tutta giocata sul filo della tensione, grazie alla presenza di distorsioni e suoni elettronici, ai quali fa da contraltare la voce stentorea dell’artista e i suoni del sax sempre meno codificati. Fondamentale è l’apporto del chitarrista Ben Monder, i cui suoni secchi e taglienti ben si sovrappongono ai tempi in levare della batteria di Giuliana e al ritmo scandito dal basso di Lefebvre.

Anche Girls Love Me è un brano cupo, fuori da ogni schema conosciuto, dall’andare, a parte un primo momento più tranquillo, lento, greve, una sorta di marcia dove la voce pare più distante che mai, più disperata che mai. Qui il riferimento è ad alcune composizioni di Heroes quelle meno note e più sperimentali. Non so dirvi esattamente il perché ma anche in questo caso se ne esce dall’ascolto fortemente impressionati. Dietro le percussioni siede James Murphy degli LCD Soundsystem che fornisce un contributo straordinario ad un brano obliquo, sghembo, che a tratti sembra una marcia.

Qualche sera fa, mentre ascoltavo l’album in auto la mia compagna, Claudia, esperta conoscitrice di musica e fan sfegatata di Bowie, mi chiedeva se la musica che diffondevano gli altoparlanti era dello stesso artista che negli anni ’80 aveva amato in modo viscerale. Ovvio che no, ma a dimostrazione della capacità di Bowie a confezionare ancora canzoni nel senso più classico del termine ecco arrivare la sesta traccia, Dollar Days, un brano molto più convenzionale dei precedenti, una sorta di apertura musicale a lidi più conosciuti: un brano quasi pop, con una melodia riconoscibile e questa volta con un sax quasi notturno. Un brano che tradisce le frequentazioni newyorkesi di David Bowie, l’affinità con il Lou Reed degli anni ’70.

Chiude la raccolta I Can’t Give Everything Away, ancora una canzone nel senso più classico del termine, nella quale anche il modo di cantare di Bowie pare maggiormente incline ad evidenziare la bellezza della melodia e non a contrapporsi alla medesima.

La versione che ho scaricato da ITunes contiene anche il video di Blackstar, che è un video cupo, triste, difficile da vedere anche se ora mi è tutto chiaro.

Blackstar è un album bellissimo che sto ascoltando da qualche giorno ininterrottamente, cosa che non mi capitava da molto tempo. È un album avanti anni luce rispetto a tutto quello che si ascolta oggi. Ancora una volta Bowie, stupisce, incanta, affascina.

Il 2016, musicalmente, parte con il botto! Cinque stelle e basta.

Questa mattina mentre davo un ultima occhiata al testo della recensione, ascoltando la radio , ho appreso della morte di David Bowie. Non ero a conoscenza del fatto che fossero oramai 18 mesi che l’artista era in lotta con il cancro.

Non ho voluto minimamente modificare la recensione (salvo un piccolissimo riferimento) perché temevo che qualcuno avrebbe potuto pensarla influenzata dalla notizia. Non è così. Blackstar è un album formidabile anche se purtroppo oggi sappiamo che non ve ne potrà esser e in futuro uno migliore di Bowie, ammesso che se ne possano comporre di migliori.

Bowie se ne è andato, ci fu il tempo in cui cadde sulla terra e oggi ritorna probabilmente da dove è venuto lasciandoci una discografia di incredibile spessore artistico, culminata con un testamento artistico spirituale che solo oggi sappiamo che dobbiamo considerare come tale.

Cadde sulla terra molti anni fa, circa 50, in un periodo nel quale “ciò che andava “ era molto diverso da quanto lui proponeva. Un genio, un precorritore di ogni epoca in cui è vissuto. Un trasformista ma anche una persona coraggiosa che sin dall’inizio è stato in grado di porsi in aperto contrasto con lo stardom evidenziandone tutte le contraddizioni e le debolezze, dalle falsità legate al rock come arte pura, al rapporto con i fan, alla necessità di farsi accettare per ciò che, a volte, non si era.

Anche probabilmente il primo artista ad essere in grado di aprirsi a forme espressive diverse , come il cinema, il teatro, in una sorta di contaminazione che era il manifesto della propria inadeguatezza ad accettare la routine, l’ordinarietà.

Così, musicalmente, gli anni ’60 trascorsero in modo confuso seppur è la canzone folk e quella da autore a fornire l’ispirazione principale: nel 1969 esce Space Oddity, già un capolavoro grazie anche al prezioso lavoro di Paul Buckmaster che dà un contributo enorme alla bellezza del lavoro grazie agli arrangiamenti di stampo sinfonico.

Gli anni ’70 si aprono con The Man Who Sold the World il disco la cui produzione viene affidata a Toni Visconti e che vede l’inizio della collaborazione con Mick Ronson, chitarrista straordinario. Seguirà quindi il capolavoro Hunky Dory del 1971, con il quale David Bowie sposa la moda del glam rock che ai tempi aveva il suo alfiere più probabile in Mark Bolan e nei suoi T.Rex. E’ il momento in cui il travestitismo, l’ambiguità sessuale misurano una delle forme di espressione dell’artista. È anche , probabilmente, il periodo più libero, più leggero, quello del “rock’n’roll’ del rossetto” per dirla alla John Lennon.

Alla produzione del disco partecipano star di prima grandezza come il futuro tastierista degli Yes, Rick Wakeman, lo stesso Ronson. Bowie si cimenta alla chitarra, al sax, e al piano anche se i suoi limiti in quanto esecutore sono evidenti. La produzione è affidata a Ken Scott che sostituisce Toni Visconti. Fanno parte del disco capolavori assoluti come Changes, Life on Mars?

Con Hunky Dory Bowie riesce a conquistare in un sol colpo critica e pubblico. Ad Hunky Dory seguirà The rise and the Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars, un concept album, che gli darà fama mondiale.

E così arriviamo a metà degli anni ’70: Bowie si trasferisce negli Stati Uniti e viene a contatto con le sonorità del soul e si prende una bella sbornia. Ecco arrivare album memorabili come Diamond Dogs, Young Americans e Station to Station, tutti all’insegna del ritmo, dei colori, della musica nera.

Ma è ascoltando Station to Station e i suoni presenti, ora minacciosi, ora più grevi che prima, che si inizia a capire che Bowie sta intraprendendo una vita (musicalmente ) nuova. Perché anche l’amore per la Black Music è un amore come tutti gli altri destinato a finire presto, perché per Bowie il cambiamento è una necessità vitale. A partire dagli anni ‘80 la sua espressività musicale cessa di essere “pop art” e diventa qualcosa di più, diventa forse solo “art”: ecco quindi Low, ma soprattutto Heroes, perfetto melange tra musica contemporanea e rock: un successo planetario garantito da una manciata di canzoni bellissime che nonostante un vestito musicale anni luce avanti rispetto a tutto quello che era usuale all’orecchio quei tempi, riuscì a far breccia nel cuore del pubblico più vasto.

Infine Lodger, esperimento non del tutto riuscito soprattutto se confrontato con i due album precedenti.

Ma il cambiamento è già dietro l’angolo: Scary Monsters riporta l’artista a sonorità più pop, Let’s Dance è l’omaggio alla moda dei tempi e Tonight, la riscoperta di un eleganza sia formale che musicale accantonata in parte dopo la pubblicazione del disco “Live”.

La prima decade del duemila non sarà all’altezza del periodo appena descritto. Vi è un certo ritorno al rock , anche a quello più duro (Tin Machine) ma, a mio parere, nulla di paragonabile ai capolavori precedenti.

Poi nel 2013 il ritorno al successo con The Next Day, un album senz’altro riuscito, secco, essenziale, pieno di buone canzoni, per arrivare a Blackstar, un lavoro di straordinaria intensità.

Se ne va Bowie, un grandissimo, l’unica icona che si distingueva dalle altre poche rimaste perché non si sapeva mai cosa aspettarsi dalla futura uscita discografica. Un precursore, un grande. Torna da dove è venuto, un posto bellissimo dove tutti nascono belli, bravi e geni.

Ci mancherà… moltissimo.

Commenti

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  1. Scritto da brixxon53

    Ciao B.G., gran bel pezzo il tuo, mi ha emozionato. Blackstar faccio fatica a digerirlo, per ora, sono rimasto ancorato a Space Oddity e Heroes, comunque grazie a David per tutto quello che ci ha dato nella sua formidabile carriera. Adesso è veramente lo “Starman waiting in the sky…”