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Attese e deludenti: i tre flop più rumorosi delle serie tv del 2015

Celebrate e oggetto di culto per una sempre più vasta fetta di pubblico, le serie tv non sempre regalano grandi emozioni. A volte le aspettative troppo alte finiscono con il tradire i desideri dei fan e degli amanti della serialità

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Presentare i flop di questo anno generoso per gli amanti della serialità non è cosa semplice, soprattutto perché nel giudizio “negativo” entrano in gioco componenti decisamente più emotive che non semplicemente qualitative. Nel caso dei nuovi titoli entrati in catalogo la stroncatura solitamente arriva direttamente dalle case di distribuzione stesse che senza troppi scrupoli abbandonano i prodotti che non funzionano interrompendoli brutalmente a programmazione in corso o, se non va troppo male, al termine di una prima stagione.

Cosa che si sarebbe aspettati per “Wayward Pines”, per dirne una, presentata come trasposizione dell’omonima trilogia di racconti dal discreto successo nonché ispirata a “I segreti di Twin Peaks”.

Quando ho iniziato a seguirla la storia sembrava addirittura ben costruita, con un bel ritmo e un taglio decisamente interessante, capace di trasmettere allo spettatore una sottile sensazione di disagio. Certo, personalmente la scelta di Matt Dillon nei panni del protagonista qualche prurito la provocava, ma gli sviluppi e l’epilogo finale hanno rasentato il ridicolo e mai avrei pensato che la serie venisse confermata per una seconda stagione – come invece accaduto.

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Non riesco nemmeno ad immaginare quali sostanze dovranno assumere gli autori per poter inventarsi un nuovo attacco.

Comunque, nella scelta dei flop i problemi più evidenti si presentano invece con il progredire delle stagioni perché mantenere alto il livello di interesse su un soggetto che necessariamente deve rinnovarsi nel tempo non è cosa semplice.

Emblematico in questo senso è il caso di “True detective” la vera rivelazione in negativo dell’anno che ha spaccato la nutrita community dei fan che si erano entusiasticamente votati al culto della serie scritta da Nic Pizzolatto e diretta da Cary Joji Fukunaga.

Dialoghi filosofici, interpretazioni sociologiche della religione e chiavi di lettura metafisiche sulle paure dell’uomo contemporaneo. Insomma, un terreno impervio dove osano solo i più grandi scrittori della narrativa mondiale sul quale però gli autori si erano mossi con disinvoltura, riuscendo a fare il pieno di critiche e di pubblico.

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Questo il companatico sul banchetto della prima stagione.

La seconda ci ha invece proposto una meravigliosa sigla di apertura. Punto.

C’è da dire che, trattandosi di una serie antologica, la seconda stagione imponeva un cambio di soggetto ed interpreti. Cosa che inevitabilmente ne ha fatto l’evento televisivo più atteso dell’anno e Con un’aspettativa simile era quasi impossibile ripetersi. Infatti ha fatto il botto, in negativo però: dopo le prime tre puntate era già stata spernacchiata worldwide su blog, forum e social ovviamente. E la rete ha atteso ben tre puntate solo per via della meravigliosa sigla, così a sentimento.

Sarò un po’ impietoso, ma una menzione di demerito va anche alla quinta stagione di “Homeland”, che io colloco di diritto nella mia personalissima flop 2015.

In questo podio alla rovescia, Homeland ci arriva innanzitutto per sopraggiunti limiti di età, ma soprattutto per colpa dello scavalcamento narrativo operato dall’attualità ai danni della fiction. Stiamo sempre parlando di un prodotto che fa della qualità il proprio tratto fondante e meriterebbe una standing ovation anche solo per aver avuto l’ardire di avventurarsi nei tortuosi sentieri della fantageopolitica e della psicologia bipolare dell’homo post-modernus.

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Tuttavia, i segni di cedimento apparsi nella quarta stagione sono ormai diventati evidenti nella quinta. Di fatto, avendo un plot centrato su un’ex agente CIA attiva sul fronte antiterrorismo e volendo rappresentare le paranoie dell’Occidente post Torri Gemelle, Homeland non può essere che soverchiata dalla cronaca, come dimostrano gli attentati (non solo quelli parigini) che hanno aperto e chiuso il 2015.

Homeland ha scelto di abbracciare l’attualità, ma l’abbraccio ricambiato temo risulti fatale. Il presente può solo essere vissuto, non già rielaborato.

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Commenti

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  1. Scritto da Tasslehoff Burrfoot

    Non posso esprimermi sulla quinta di Homeland che non ho ancora visto, però non concordo con True Detective, e solo in parte con Wayward Pines.

    Anzi, a me di True Detective S2 non è piaciuta per niente proprio la sigla (bellissima quella della prima stagione).
    Io ho trovato la serie interessant, di grande qualità e con ottime interpretazioni; non è certamente all’altezza della prima stagione, ma chiunque l’abbia vista però sapeva fin dall’inizio che sarebbe stato difficilissimo (se non impossibile) eguagliare o superare il primo capitolo della serie (che personalmente ritengo il top che sia mai stato prodotto sul piccolo schermo).

    La grande delusione per me è stato The Strain, sembrava in grado di rilanciare il genere horror ma dopo due puntate si è trasformata in una pagliacciata della peggior specie, una buffonata che l’ha fatta precipitare tra i top flop della mia personale classifica (giusto a fianco della pessima Sons of Anarchy).